Segui i nostri social

Scienza

Houston, abbiamo un peperoncino… spaziale!

Giuliana Raffaelli

Pubblicato

il

La prima coltura a partire da semi sulla Stazione spaziale internazionale

Sulla Stazione spaziale internazionale (Iss), a luglio di quest’anno, è iniziato un esperimento: coltivare peperoncini all’interno di una particolare camera, chiamata Aph (Advanced plant habitat), a partire da semi. Ed è la prima volta che questo accade.

In passato (nel 2005 e 2006) erano stati già coltivati ortaggi come insalata, bietole e cavoli oltre a fiori ornamentali (le zinnie). Ma da piantine. Questa volta gli astronauti hanno piantato 48 semi di peperoncino della varietà Hatch. Si tratta del peperoncino che viene normalmente coltivato nella Hatch Valley nel sud del New Mexico. Simile al più comune chile Anaheim, nasce verde per diventare rosso, e può essere consumato in entrambe le versioni. Sulla Terra può raggiungere una lunghezza di 20 cm, e ha un livello di calore che va dal dolce all’extra piccante.

Le piantine sulla Iss stanno maturando all’interno della speciale camera di crescita, altamente tecnologica, che ha dimensione di un forno a microonde. Sono illuminate da luci a led e crescono su un fondo di argilla porosa. 180 sensori ne monitorano in modo totalmente automatico i vari parametri.

E ora, quattro piantine, hanno dato i primi frutti. Dai fiori sbocciati nelle ultime settimane sono infatti nati diversi peperoncini. Di loro si sta occupando Shane Kimbrough, l’astronauta che nel 2006 aveva già fatto crescere in orbita la lattuga romana.

(Nella foto: il primo fiore di peperoncino sbocciato nella Iss. Credit immagine: Nasa)

Sulla Terra i peperoncini si auto-impollinano e, dopo 24-48 ore, iniziano a formarsi i primi frutti.Sulla Iss il controllo è avvenuto a distanza, direttamente dal Kennedy Space Center della Nasa. Da terra il team ha avviato nella Aph una leggera brezza in microgravità per agitare i fiori e favorire il trasferimento di polline. Anche Shane ha fatto la sua parte: con delicatezza e pazienza si è occupata di “massaggiare” direttamente a mano i fiori per facilitare il processo.

Gli astronauti, quest’anno, eseguiranno due raccolti: uno a fine ottobre e uno a novembre. Alcuni peperoncini verranno mangiati, altri spediti sulla Terra per le analisi.

L’importanza dell’esperimento

La Nasa è molto interessata a imparare a coltivare frutta e verdura nello spazio perché questi alimenti potranno integrare, in futuro, la dieta degli astronauti. Questi ultimi, infatti, si nutrono per lo più cibi confezionati che, visti i lunghi tempi di conservazione, vedono degradare inesorabilmente qualità e quantità dei nutrienti chiave (come le vitamine). Gli astronauti sulla Iss, dal 2015, hanno iniziato a coltivare e mangiare dieci colture diverse, ma non basta. Arricchire l’alimentazione con nutrienti chiave come la vitamina C e la vitamina K è decisamente importante per la salute degli esploratori spaziali. Sebbene alcuni alimenti freschi vengano consegnati durante regolari missioni di rifornimento, si continuano a cercare soluzioni che permettano di coltivare sempre più cibi in vista di future missioni sempre più lunghe. La Nasa sta infatti pensando già alle missioni di Artemide sulla Luna e a quelle su Marte, missioni che potrebbero durare mesi o addirittura anni, in cui le opportunità di rifornimento di alimenti freschi potrebbero essere poche e complicate.

La coltivazione “diretta” da parte degli astronauti è anche importante per la psiche. Prendersi cura delle piantine, vederle crescere, sentirne l’odore e apprezzarne i colori, oltre che poi il gusto, procura benefici psicologici durante i lunghi periodi di isolamento.

Perché sono stati scelti proprio i peperoncini

Innanzitutto i peperoncini sono una eccellente fonte di vitamina C, decisamente importante per mantenere in buona salute l’organismo che, peraltro, non è in grado di sintetizzarla da solo. Conosciuta come acido ascorbico è infatti capace di curare lo scorbuto, malattia dovuta alla sua carenza. Questa patologia era molto diffusa in passato, mentre oggi è stata quasi completamente debellata. Ne soffrivano non solo i bambini malnutriti all’inizio del secolo scorso ma anche coloro che per lavoro erano costretti a mesi di isolamento senza possibilità di consumare cibi freschi, come i marinai. E oggi tocca agli astronauti, nei quali può insorgere la patologia se non riescono a integrare la preziosa vitamina con l’alimentazione. È quindi fondamentale che possano assumerla con il cibo fresco, oltre che con gli integratori.

In più i peperoncini sono facili da coltivare, si auto-impollinano (basta agitare i fiori) e hanno dimostrato di avere ottime probabilità di crescere in condizioni di microgravità. Hanno inoltre un raccolto pick-and-eat, cioè raccogli-e-mangia, senza bisogno di lavorazioni complesse o cottura. I frutti hanno anche bassi livelli microbici. Possono quindi essere consumati tranquillamente dagli astronauti.

(Credit immagine: Nasa)

Giuliana Raffaelli

Disclaimer

Questo contenuto è proprietà intellettuale della Nous Editore srls, senza tacito consenso ne è vietata ogni riproduzione, totale e parziale di testi e immagini, anche in forma di link

Laureata in Scienze Geologiche, ha acquisito il dottorato in Scienze della Terra all’Università di Urbino “Carlo Bo” con una tesi sui materiali lapidei utilizzati in architettura e sui loro problemi di conservazione. Si è poi specializzata nell’analisi dei materiali policristallini mediante tecniche di diffrazione di raggi X. Nel febbraio 2021 ha conseguito il Master in Giornalismo Scientifico all'Università Sapienza di Roma con lode e premio per la migliore tesi. La vocazione per la comunicazione della Scienza l’ha portata a partecipare a moltissime attività di divulgazione. Fino a quando è approdata sull’isola di Pantelleria. Per amore. Ed è stata una passione travolgente… per il blu del suo mare, per l’energia delle sue rocce, per l’ardore delle sue genti.

Pubblicità
Clicca per commentare

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Scienza

Possibile elisir di lunga vita: Topi anziani ringiovaniti con l’infusione di liquido cerebrospinale…

Redazione

Pubblicato

il

Tornare giovani senza pagare pegno: un sogno che potrebbe diventare realtà, grazie a un'innovativa terapia antiaging che cancella i segni dell’invecchiamento riprogrammando le cellule.

Somministrata ai topi a partire dalla mezza età fino alla vecchiaia, li ha ringiovaniti senza provocare tumori o altri problemi di salute. Lo dimostra lo studio pubblicato sulla rivista Nature Aging dal Salk Institute in California in collaborazione con la società Genentech del gruppo Roche.

“Siamo elettrizzati dall’idea di poter utilizzare questo approccio nell'arco della vita per rallentare l'invecchiamento negli animali: la tecnica è sicura ed efficace nei topi” afferma Juan Carlos Izpisua Belmonte del Salk Institute.

“Oltre ad affrontare le malattie legate all’età, questo approccio può fornire alla comunità biomedica un nuovo strumento per ripristinare la salute dei tessuti e dell'organismo migliorando la funzione e la resilienza delle cellule in diverse situazioni patologiche, come le malattie neurodegenerative". Per riportare indietro le lancette dell’orologio biologico, i ricercatori hanno usato un cocktail di quattro molecole (Oct4, Sox2, Klf4 e cMyc, meglio note come “fattori di Yamanaka”) in grado di riprogrammare l’epigenetica delle cellule, ovvero le modificazioni chimiche (ereditabili o acquisite per effetto dell’ambiente

o dello stile di vita) che rivestono il Dna regolandone l’espressione. Nel 2016 avevano già sperimentato l’elisir di giovinezza nei topi affetti da invecchiamento precoce, mentre in tempi più recenti avevano dimostrato che il mix è in grado di accelerare la rigenerazione dei muscoli nei topi giovani. Alla luce di questi primi esperimenti, altri gruppi di ricerca avevano provato lo stesso approccio per migliorare la funzionalità di tessuti e organi come il cuore, il cervello e il nervo ottico. Nessuno, però, aveva provato a testarne l’efficacia e la sicurezza in caso di un utilizzo prolungato nel corso della vita.

Per farlo, i ricercatori del Salk Institute hanno somministrato il cocktail di molecole a topi sani di 15 mesi fino all’età di 22 mesi (l’equivalente di una terapia assunta dai 50 ai 70 anni nell’uomo) e a topi di 12 mesi fino ai 22 mesi (dai 35 ai 70 anni nell’uomo), mentre un terzo gruppo di topi di 25 mesi (pari a 80 anni nell’uomo) è stato trattato per un mese. "Volevamo verificare che l’utilizzo di questo approccio per un arco di tempo più lungo fosse sicuro  afferma Pradeep Reddy, ricercatore del Salk Institute.” In effetti, non abbiamo riscontrato alcun effetto negativo sulla salute, né sul comportamento o sul peso corporeo di questi animali”. Alla fine della terapia, infatti, nessun topo presentava alterazioni delle cellule del sangue, anomalie neurologiche o tumori.

I topi più anziani trattati per un mese non hanno mostrato segni di ringiovanimento, mentre i topi trattati per sette o dieci mesi sono migliorati, sia per quanto riguarda l’epigenetica delle cellule della pelle e dei reni, sia per le molecole 'spia' del metabolismo presenti nel sangue. Gli effetti dell’elisir di giovinezza, però,

non risultano apprezzabili a metà del periodo di trattamento, ma solo alla fine. Questo potrebbe indicare che i fattori di Yamanaka non fermano soltanto le lancette dell'orologio biologico, ma riescono proprio a farle tornare indietro.

Salvatore Battaglia Presidente Accademia delle Prefi

Leggi la notizia

Scienza

Etna, la violenta eruzione del 10 febbraio. Tra flussi piroclastici ed effetto triboelettrico. VIDEO e FOTO

Giuliana Raffaelli

Pubblicato

il

Il 10 febbraio l’Etna si è risvegliato. Mettendo in scena il primo parossismo del nuovo anno. Un parossismo di violenza inaspettata e anche inconsueta per l’Etna, che di norma si manifesta con eruzioni stromboliane e colate di lava di modesta entità. Una violenza degna dei più pericolosi vulcani indonesiani e giapponesi. Una potenza che ha generato un raro fenomeno fisico, noto come triboelettricità.

Ma vediamo più in dettaglio che cosa è successo.

Dopo un periodo di calma, in cui si sono verificate soltanto sporadiche e lievi esplosioni, “a’ muntagna” è entrata nuovamente in attività mostrando uno dei più straordinari spettacoli degli ultimi anni. I primi segnali sono stati registrati nel pomeriggio del 10 febbraio e hanno avuto luogo nel cratere di sud-est (a circa 3mila metri di quota). L’attività stromboliana ha formato un’alta fontana di lava e una colata che è scesa lungo il versante sud-ovest. Poi, all’improvviso, una nube di cenere si è levata alta nel cielo, fino a raggiungere un’altezza stimata tra gli 8 e i 10 km. Infine una parte del cono è collassata, forse a causa dell’apertura di una fessura eruttiva lungo il fianco sud-est, dando luogo a un flusso piroclastico. Quest’ultimo è annoverato tra i più violenti e spaventosi fenomeni vulcanici. Si tratta di vere e proprie valanghe incandescenti (fino a 1000°C) formate da un mix di gas, cenere e frammenti di roccia che precipitano lungo i fianchi vulcanici a velocità impressionanti. Velocità che possono raggiungere anche i 700 km orari. Impensabili per questo tipo di prodotti ma possibili grazie alla formazione di cuscinetti d’aria tra colata e terreno. Fenomeni rari per l’Etna ma di cui è stato protagonista 15mila anni fa, durante le eruzioni pliniane dell’ultima fase della sua formazione. Fase che ha dato origine all’immensa caldera che vediamo oggi e che disegna la skyline del vulcano, nella quale si sono impostati l’attuale cratere centrale e quello di nord-est.

Durante questa ultima nuova eruzione, ripresa dall’Ingv e postata nel canale Youtube dell’ente, gli sguardi più attenti hanno notato un fenomeno piuttosto raro, che ha aggiunto fascino alla già straordinaria bellezza dell’evento.

Nel buio della notte, tra boati e crepitii, tra il grigio della nube eruttiva e il rosso incandescente dei prodotti emessi dal vulcano, ha avuto luogo un fenomeno noto come triboelettricità. Un raro fenomeno che un giovane siciliano, Giuseppe Tonzuso (studente di Geologia), è riuscito a immortalare. Dalla nube eruttiva, densa e minacciosa, fuoriescono fulmini che rendono ancora più magica e inquietante la notte etnea.

Ma come si forma questo fenomeno? Ce lo spiega Giuseppe Tonzuso nel suo post su facebook “Il materiale piroclastico (caratterizzato da differenti proprietà) interagendo, genera cariche locali di segno opposto. Si viene a creare una differenza di potenziale che, quando è sufficientemente elevata, supera la resistenza dell’aria e determina il passaggio della scarica elettrica”. Si formano così i fulmini nella colonna eruttiva.

Ma sono davvero tante le foto scattate e pubblicate su internet. Tra le altre vogliamo menzionare quella di Dario Giannobile, ingegnere di Siracusa che in passato ha stregato la Nasa e l’Osservatorio di Greenwich, ricevendo numerosi premi. La sua ultima foto è stata pubblicata dall’Istituto nazionale di Astrofisica di Catania.

(Foto di Dario Giannobile)

L’immagine dell’Etna, acquisita alle 9.50 UTC dell’11 febbraio da uno dei satelliti Sentinel-2, è stata anche scelta come immagine del giorno (12 febbraio) dal progetto Copernicus dell’Unione europea. Essa mostra il raffreddamento del flusso di lava emesso sul fianco meridionale del vulcano.

(Foto di Sentinel-2)

(Credit immagine di copertina: Giuseppe Tonzuso)

Giuliana Raffaelli

Leggi la notizia

Cultura

Oggi è il 10° World Radio Day. Alcuni cenni storici della grande scoperta tutta italiana

Direttore

Pubblicato

il

Oggi,  13 febbraio 2022, è il World Radio Day.

La ricorrenza è alla sua decima edizione, infatti era l’anno 2012 quando l’Unesco ha deciso di celebrare il rapporto evidente che esiste tra radio e società.

SI tratta di una data non scelta a caso, visto che nello stesso giorno del 1946 veniva fondata la radio delle Nazioni Unite.

La giornata è organizzata da Radiospeaker.it che terrà una maratona radiofonica dalle ore 10 alle ore 18, durante la quale interverranno ospiti, speaker, e altri del settore, con il coinvolgimento di altre radio nazionali e locali.

E’ possibile seguire la diretta attraverso i canali social del portale.

Il telegrafo

La commemorazione di Guglielmo Marconi non poteva non essere un grandissimo evento. L’inventore bolognese che sconvolse la comunicazione già da fine ottocento, rendendo possibile, con una serie di esperimenti, trasmettere informazioni, tramite onde elettromagnetiche a 2 km. con un segnale in codice morse. Questo era fatto di punti e linee.

Ma il genio italiano dopo soli sei mesi si superò e superò anche l’Oceano Atlantico, riuscendo a trasmettere quelle linee e quei punti in America: aveva inventato il telegrafo.

La radio

Ma la radio moderna, composta di musica parole, la si deve all’inventore canadese Reginald Fessenden che aveva scoperto come trasformare i segnali  in un mezzo di diffusione per la musica e la voce.
Correva l’anno 1906, quando lo stesso scienziato produsse e condusse il primo programma radiofonico della storia.

In Italia, invece la prima società radiofonica, la URI, nasceva soltanto nel 1924 a Roma, ricoprendo il ruolo, inizialmente, di strumento di propaganda politica.

Dagli anni ’40 la radio non si è più fermata e mantiene sempre il suo ruolo importantissimo, nonchè il suo fascino senza tempo.

Marina Cozzo

Leggi la notizia

Seguici su Facebook!

Cronaca

Cultura

Politica

Meteo

In tendenza

© 2021 Il Giornale di Pantelleria - Un prodotto Noùs Editore Srls | Progettazione sito: Ferrigno Web Agency