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Scienza

Etna chiama, Stromboli risponde: i due vulcani siciliani in simultanea attività

Giuliana Raffaelli

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I due più attivi e affascinanti vulcani italiani, lo Stromboli e l’Etna, hanno iniziato a conversare usando la stessa lingua: quella delle eruzioni esplosive e delle colate di lava. E lo hanno fatto simultaneamente, quasi come in un “botta e risposta”. Ma gli esperti ribadiscono: non vi è alcuna correlazione tra i due eventi. I contesti geodinamici sono diversi e i sistemi di alimentazione separati.

Ma è innegabile che ieri entrambi i vulcani abbiano dato spettacolo.

L’Etna ha dato “il La” prima dell’alba. Dopo un periodo di quiete, è entrato nuovamente in eruzione. L’avvio del parossismo nel cratere sud-est alle 2.40: una scoppiettante esibizione con attività stromboliana, nubi di cenere e colate di lava. Ore 07.12, fine dello spettacolo. Tutta sua la scena, come eravamo abituati da mesi: un tenebroso e affascinante, quanto breve, monologo del gigante siciliano.

Ma non è finita davvero così. Inaspettatamente, lo Stromboli, provocato dal fratello maggiore, ha deciso di rispondere dopo mesi di “provocazioni”. Il vulcano eoliano, in attività continua e persistente da secoli tanto da essere conosciuto come “il faro del Mediterraneo”, ha messo in scena ieri, in tarda mattinata, una intensa eruzione esplosiva che ha scosso le isole intorno a lui. Una scura nube di cenere e fumo si è levata alta sopra il vulcano tanto da coprire il cielo dell’isola ed essere chiaramente visibile dalle coste siciliane e calabresi. Un denso flusso piroclastico è sceso lungo la Sciara del Fuoco fino a raggiungere il mare, creando una piccola frana.

In realtà l’attività dello Stromboli era un po’ più intensa già da qualche giorno, tanto da diventare “osservato speciale” da parte dei vulcanologi dell’Osservatorio etneo dell’Ingv (Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia). Lo stesso ente, nel bollettino settimanale del 10-16 maggio 2021 (emesso il 18 maggio), aveva infatti riportato che vista l’attività persistente di tipo stromboliano e la discontinua attività di spattering (cioè di fuoriuscita dalla bocca del vulcano di frammenti di lava fluida dall’aspetto piatto) “non è possibile escludere il verificarsi di esplosioni di intensità maggiore dell’ordinario e/o emissioni laviche”. I ricercatori avevano inoltre avvertito che, per le peculiari caratteristiche fenomenologiche del vulcano (in frequente stato di attività e spesso con persistente disequilibrio), si sarebbero potuti verificare episodi senza preavviso e che questi avrebbero potuto evolvere in maniera imprevista e rapida, implicando quindi un livello di pericolosità che non poteva essere considerato nullo (si è infatti ora passati da allerta verde a gialla).

Nel comunicato delle 16.41 di ieri si legge di “una colata lavica lungo la Sciara del Fuoco il cui fronte raggiunge la linea di costa. Il fenomeno descritto nel precedente comunicato si è ripetuto con diversi episodi, di minore intensità, fino alle ore 13:35 UTC. Durante questi eventi è stata osservata una attività esplosiva più intensa”. E ancora “a partire dalle 12:47 UTC è stato registrato un incremento della traccia sismica associabile alla dinamica del flusso piroclastico lungo la Sciara del Fuoco. In particolare, è stata registrata una serie di eventi (alle 12:51, 13:04, 13:09, 13:13 UTC, ecc.) ben visibili alla stazione sismica ISTR di Ginostra e alla stazione STR4”.

La forte esplosione, ma senza boato, e la densa nube di cenere e fumo hanno molto spaventato gli abitanti e i turisti che già affollano l’isola in un assaggio di estate. La mente è tornata, inevitabilmente timorosa, al passato. Era il 30 dicembre 2002 quando una forte esplosione aveva causato il crollo di una porzione della Sciara del Fuoco che, precipitando in mare, aveva creato un’onda anomala. Tre persone rimasero ferite. E due anni fa, il 3 luglio 2019, “un pomeriggio di fuoco”, quando un escursionista che percorreva un sentiero vicino a Ginostra (Punta dei Corvi) perse la vita colpito da brandelli di lava.

Ma, fortunatamente, quello di ieri è stato solo puro spettacolo. L’affascinante spettacolo della nostra divina Gea, una Terra viva che respira.

(Credit immagine: pagina Facebook di Fanpage)

Giuliana Raffaelli

Laureata in Scienze Geologiche, ha acquisito il dottorato in Scienze della Terra all’Università di Urbino “Carlo Bo” con una tesi sui materiali lapidei utilizzati in architettura e sui loro problemi di conservazione. Si è poi specializzata nell’analisi dei materiali policristallini mediante tecniche di diffrazione di raggi X. Nel febbraio 2021 ha conseguito il Master in Giornalismo Scientifico all'Università Sapienza di Roma con lode e premio per la migliore tesi. La vocazione per la comunicazione della Scienza l’ha portata a partecipare a moltissime attività di divulgazione. Fino a quando è approdata sull’isola di Pantelleria. Per amore. Ed è stata una passione travolgente… per il blu del suo mare, per l’energia delle sue rocce, per l’ardore delle sue genti.

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Scienza

Houston, abbiamo un peperoncino… spaziale!

Giuliana Raffaelli

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La prima coltura a partire da semi sulla Stazione spaziale internazionale

Sulla Stazione spaziale internazionale (Iss), a luglio di quest’anno, è iniziato un esperimento: coltivare peperoncini all’interno di una particolare camera, chiamata Aph (Advanced plant habitat), a partire da semi. Ed è la prima volta che questo accade.

In passato (nel 2005 e 2006) erano stati già coltivati ortaggi come insalata, bietole e cavoli oltre a fiori ornamentali (le zinnie). Ma da piantine. Questa volta gli astronauti hanno piantato 48 semi di peperoncino della varietà Hatch. Si tratta del peperoncino che viene normalmente coltivato nella Hatch Valley nel sud del New Mexico. Simile al più comune chile Anaheim, nasce verde per diventare rosso, e può essere consumato in entrambe le versioni. Sulla Terra può raggiungere una lunghezza di 20 cm, e ha un livello di calore che va dal dolce all’extra piccante.

Le piantine sulla Iss stanno maturando all’interno della speciale camera di crescita, altamente tecnologica, che ha dimensione di un forno a microonde. Sono illuminate da luci a led e crescono su un fondo di argilla porosa. 180 sensori ne monitorano in modo totalmente automatico i vari parametri.

E ora, quattro piantine, hanno dato i primi frutti. Dai fiori sbocciati nelle ultime settimane sono infatti nati diversi peperoncini. Di loro si sta occupando Shane Kimbrough, l’astronauta che nel 2006 aveva già fatto crescere in orbita la lattuga romana.

(Nella foto: il primo fiore di peperoncino sbocciato nella Iss. Credit immagine: Nasa)

Sulla Terra i peperoncini si auto-impollinano e, dopo 24-48 ore, iniziano a formarsi i primi frutti.Sulla Iss il controllo è avvenuto a distanza, direttamente dal Kennedy Space Center della Nasa. Da terra il team ha avviato nella Aph una leggera brezza in microgravità per agitare i fiori e favorire il trasferimento di polline. Anche Shane ha fatto la sua parte: con delicatezza e pazienza si è occupata di “massaggiare” direttamente a mano i fiori per facilitare il processo.

Gli astronauti, quest’anno, eseguiranno due raccolti: uno a fine ottobre e uno a novembre. Alcuni peperoncini verranno mangiati, altri spediti sulla Terra per le analisi.

L’importanza dell’esperimento

La Nasa è molto interessata a imparare a coltivare frutta e verdura nello spazio perché questi alimenti potranno integrare, in futuro, la dieta degli astronauti. Questi ultimi, infatti, si nutrono per lo più cibi confezionati che, visti i lunghi tempi di conservazione, vedono degradare inesorabilmente qualità e quantità dei nutrienti chiave (come le vitamine). Gli astronauti sulla Iss, dal 2015, hanno iniziato a coltivare e mangiare dieci colture diverse, ma non basta. Arricchire l’alimentazione con nutrienti chiave come la vitamina C e la vitamina K è decisamente importante per la salute degli esploratori spaziali. Sebbene alcuni alimenti freschi vengano consegnati durante regolari missioni di rifornimento, si continuano a cercare soluzioni che permettano di coltivare sempre più cibi in vista di future missioni sempre più lunghe. La Nasa sta infatti pensando già alle missioni di Artemide sulla Luna e a quelle su Marte, missioni che potrebbero durare mesi o addirittura anni, in cui le opportunità di rifornimento di alimenti freschi potrebbero essere poche e complicate.

La coltivazione “diretta” da parte degli astronauti è anche importante per la psiche. Prendersi cura delle piantine, vederle crescere, sentirne l’odore e apprezzarne i colori, oltre che poi il gusto, procura benefici psicologici durante i lunghi periodi di isolamento.

Perché sono stati scelti proprio i peperoncini

Innanzitutto i peperoncini sono una eccellente fonte di vitamina C, decisamente importante per mantenere in buona salute l’organismo che, peraltro, non è in grado di sintetizzarla da solo. Conosciuta come acido ascorbico è infatti capace di curare lo scorbuto, malattia dovuta alla sua carenza. Questa patologia era molto diffusa in passato, mentre oggi è stata quasi completamente debellata. Ne soffrivano non solo i bambini malnutriti all’inizio del secolo scorso ma anche coloro che per lavoro erano costretti a mesi di isolamento senza possibilità di consumare cibi freschi, come i marinai. E oggi tocca agli astronauti, nei quali può insorgere la patologia se non riescono a integrare la preziosa vitamina con l’alimentazione. È quindi fondamentale che possano assumerla con il cibo fresco, oltre che con gli integratori.

In più i peperoncini sono facili da coltivare, si auto-impollinano (basta agitare i fiori) e hanno dimostrato di avere ottime probabilità di crescere in condizioni di microgravità. Hanno inoltre un raccolto pick-and-eat, cioè raccogli-e-mangia, senza bisogno di lavorazioni complesse o cottura. I frutti hanno anche bassi livelli microbici. Possono quindi essere consumati tranquillamente dagli astronauti.

(Credit immagine: Nasa)

Giuliana Raffaelli

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Scienza

Come mai la ricerca sui vaccini contro il Covid-19 non ha vinto il Nobel

Giuliana Raffaelli

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Disappunto e delusione tra alcuni scienziati

La settimana dei Premi Nobel si è conclusa. E nessun Nobel è andato alla scienza che ha sviluppato i vaccini contro il Covid-19.

Alcuni scienziati hanno espresso disappunto e delusione per questo. L’innovativa tecnica che impiega Rna messaggero, secondo i sostenitori, non solo ha contribuito a salvare milioni di persone durante questa pandemia, ma potrebbe anche dare il via a una nuova classe di vaccini utilizzabile per combattere, in futuro, altre malattie.

Tra gli italiani che hanno espresso forte “contrarietà” c’è uno tra i volti più mediatici di questa pandemia, onnipresente nei dibattiti televisivi su vaccini e Covid. Si tratta di Matteo Bassetti, direttore della Clinica di malattie infettive del Policlinico San Martino di Genova. Secondo l’infettivologo, il Nobel è un “premio desueto e anacronistico” e, dichiarandosi molto deluso, ha aggiunto “forse è passato il tempo anche per questo riconoscimento”.

Un duro attacco al Comitato del Nobel è giunto da Alexey Merz, biologo cellulare all’Università di Washington a Seattle. In un twitt scritto dopo l’assegnazione del Nobel per la Medicina, lo scienziato accusa il Comitato di non avere fatto nulla per supportare i sanitari che lottano contro la pandemia. Per lui questo totale abbandono rappresenta “una decisione indifendibile che costerà vite umane”.

Göran Hansson, segretario generale della Royal Swedish Academy of Sciences di Stoccolma che seleziona i vincitori del premio, dichiara con fermezza “Vogliamo dare credito alle persone giuste. E per la giusta scoperta”. Risposta decisamente criptica, aperta a molteplici interpretazioni e domande.

Quali possono essere dunque i motivi del clamoroso mancato riconoscimento?

Il primo che viene in mente è di sicuro il calendario delle candidature: ogni anno queste vanno inoltrate al Comitato entro il primo febbraio, troppo presto forse per valutare appieno l’efficacia dei vaccini a mRna. Ricordiamo, infatti, che la scienza e la sperimentazione hanno bisogno di tempo. La somministrazione di tali sieri è simbolicamente iniziata in Italia (a Roma e Milano) il 27 dicembre alle 7.20, durante il V-day (Vaccine-day). Quel giorno sono state somministrate le prime 9750 dosi del farmaco di Pfizer-Biontech. Ma i “benefici” della vaccinazione si sono iniziati ad apprezzare dopo mesi e milioni di dosi inoculate.

Ed ecco quindi il secondo motivo. Gli “addetti ai lavori” del Premio hanno confermato che assegnare quest’anno il Nobel agli scopritori dei vaccini a mRna sarebbe stato azzardato in termini di tempistica, dettagli tecnici e politica. Azzardato, quindi, non certo “anacronistico e desueto”.

Si può quindi supporre che presto questi ricercatori potranno ricevano una chiamata da Stoccolma? È verosimile. Göran Hansson ha infatti aggiunto “Lo sviluppo dei vaccini mRNA è una meravigliosa storia di successo che ha avuto enormi conseguenze positive per l’umanità. E siamo tutti molto grati agli scienziati. Questa è una scoperta che riceverà le candidature. Ma abbiamo bisogno di tempo”. Quindi esistono probabilità concrete che gli scopritori di questa nuova tecnica potranno essere premiati con un Nobel. Prima o poi. Ma non ora.

Un altro motivo da non sottovalutare è infine la “tempistica” nel riconoscimento delle scoperte che vengono premiate con il Nobel. Quali scienziati sono stati immediatamente insigniti di questo importante premio dopo una indiscussa innovativa scoperta? Nessuno. Facciamo solo un esempio nostrano di cui andare molto fieri. Rita Levi Montalcini, unica donna italiana ad aver ricevuto un Premio Nobel scientifico. La scienziata, nel 1954, fece una scoperta importantissima. Scoprì infatti il fattore di accrescimento della fibra nervosa (noto come ngf, nerve growth factor), che le valse appunto il Premio Nobel. Ma quando? Nel 1986. Dopo 32 anni.

Ciò conferma anche (ed è l’ultimo punto sul quale riflettere) che il Comitato Nobel tende a essere interessato a premiare quelle ricerche che superano la prova del tempo, piuttosto che gli ultimi progressi della scienza.

E per concludere ricordiamo che gli scienziati che hanno scoperto i vaccini Covid-19 hanno già iniziato a vincere alcuni premi prestigiosi, considerati i “precursori” del Nobel. Il mese scorso si sono aggiudicati uno dei Premi Breakthrough da 3 milioni di dollari, mentre a settembre uno dei premi annuali della Foundazione Lasker (i Lasker-DeBakey Clinical Medical Research Award).

(Credit immagine: nobelprize.org)

Giuliana Raffaelli

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Scienza

Meteorite è caduta sulla Terra: ora è caccia al piccolo tesoro

Giuliana Raffaelli

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Ma gli esperti avvertono “Se la trovate non toccatela”

Una piccola meteorite è caduta sulla Terra in un’area compresa tra le province di Prato e Pistoia. È accaduto la notte tra il primo e il 2 ottobre, alle ore 03:05.

La traiettoria è stata ripresa da otto diverse camere all-sky del Progetto Prisma, la Prima rete per la sorveglianza sistematica di meteore e atmosfera dell’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf), collocate in Toscana, Emilia-Romagna, Lombardia, Marche e Umbria.

Il meteoroide ha generato un bolide (dal greco βολις, bolis, che vuol dire “proiettile”) che è entrato in atmosfera alla velocità di 16,6 km/s e che ha iniziato a essere visibile a circa 77 km di quota. Il punto preciso di entrata è stato individuato sulla verticale del mar Tirreno sopra Rosignano Solvay, la spiaggia “effetto Caraibi” nota per essere set di numerosi spot pubblicitari.

Ma torniamo al bolide. Una volta entrato in stratosfera, a circa 40 km di altezza dal suolo, si è frammentato esponendo una maggiore superficie all’ablazione atmosferica che ne ha aumentato la luminosità (fino a un valore di magnitudine apparente di -10, cioè davvero molto elevata). Il bolide è rimasto visibile per 6,1 secondi e ha percorso una traiettoria da sud-ovest a nord-est inclinata di circa 32° rispetto alla superficie terrestre. Si è poi “spento” a 32,1 km di altezza dal suolo, quando la sua velocità era di circa 6.3 km/s. A quel punto è iniziata la fase di volo buio dei frammenti residui.

Si suppone quindi che i suoi frammenti, di pochi centimetri di diametro, colore nero intenso e peso stimato approssimativamente tra 30 e 100 grammi, si trovino ora sparsi al suolo.

Gli scienziati del Prisma, considerata la bassa inclinazione della traiettoria, hanno circoscritto il luogo di caduta in un’area a 16 km oltre il punto di estinzione. Quest’area di caduta (detta in gergo tecnico strewn-field) si troverebbe tra le località di Lucciano (Pistoia) e Oste (Prato), in una fascia che comprende le frazioni di La Ferruccia, Sant’Antonio, Vignole, Olmi, Valenzatico, Case Ferretti e Lucciano. Di forma ellittica ha un’area di circa 7,5 x 2 km, ed è stata suddivisa dagli esperti in quadrati di 200 metri di lato per facilitare le ricerche. Ricerche iniziate questa mattina, sotto il coordinamento della fondazione Parsec (che gestisce il museo delle Scienze Planetarie di Prato dove è custodita la famosa meteorite Cavezzo), affiancata dai gruppi astrofili di Montagna Pistoiese e Montelupo Fiorentino.

Le probabilità di trovare un oggetto così piccolo e in poco tempo sono davvero molto basse. Ma sarebbe importante riuscire nell’impresa, non tanto per il valore commerciale (che è basso, ma comunque da stimare dopo il ritrovamento) ma per la valenza scientifica, sicuramente inestimabile.

(Credit immagine: Inaf)

Giuliana Raffaelli

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