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Scienza

Walter Villadei al comando della missione “Virtute 1”, volo suborbitale di Virgin Galactic. Il cosmonauta affascinato dal cielo di Pantelleria

Giuliana Raffaelli

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È stata appena presentata a Roma la missione “Virtute 1”, targata Aeronautica militare e Cnr, che a fine settembre volerà sullo spazioplano SpaceShip-2 di Virgin Galactic.

A bordo tre membri dell’equipaggio italiani e, al comando, il cosmonauta Walter Villadei che due anni fa ha visitato la nostra isola, ospite della manifestazione “Pantelleria incontra la Scienza”. In quella occasione aveva affascinato un vasto pubblico al Castello e interessato gli alunni del liceo scientifico con i suoi racconti, tra voli e stelle. E non aveva taciuto di essere rimasto affascinato dal cielo sopra la nostra isola esclamando “non ho mai visto un cielo stellato così bello!”

Ma torniamo a “Virtute 1”. Acronimo di “volo italiano di ricerca tecnologica suborbitale”, prende il via con il motto dantesco “per seguire virtute e canoscenza”.

Il lancio dovrebbe avvenire il 25 settembre, condizioni meteo permettendo, dallo Spaceport America (New Mexico).

Il velivolo sul quale saliranno gli astronauti è lo spazioplano SpaceShip-2 della Virgin Galactic, l’azienda del miliardario Richard Branson. Il volo suborbitale rappresenterà, in futuro, una opportunità di trasporto rapido (ipersonico) tra diversi punti del nostro pianeta. Ma oggi è anche altro. La microgravità che si crea all’interno del velivolo è perfetta per la sperimentazione scientifica.

E questa missione è tutta dedicata alla Scienza. Anzi, per Virgin Galactic è la prima missione dedicata totalmente alla sperimentazione scientifica.

Durante il volo, oltre alla verifica della sicurezza dei presenti e dei futuri viaggiatori suborbitali, verranno condotti dodici esperimenti made in Italy. Essi coinvolgono sia la ricerca biomedica (in dettaglio studi su metabolismo e circolazione cardiaca) che l’innovazione in campo dei nuovi materiali.

A condurre gli esperimenti sarà proprio l’equipaggio italiano, con a capo il tenente colonnello e cosmonauta dell’Aeronautica Militare Walter Villadei, nella duplice veste di comandante della missione e di “sperimentatore”. Indosserà infatti una “super-tuta” per effettuare alcuni test. Al suo fianco il colonnello e medico suborbitale Angelo Landolfi e l’ingegnere e ricercatore del Cnr Pantaleone Carlucci.

Giuliana Raffaelli

Laureata in Scienze Geologiche, ha acquisito il dottorato in Scienze della Terra all’Università di Urbino “Carlo Bo” con una tesi sui materiali lapidei utilizzati in architettura e sui loro problemi di conservazione. Si è poi specializzata nell’analisi dei materiali policristallini mediante tecniche di diffrazione di raggi X. Nel febbraio 2021 ha conseguito il Master in Giornalismo Scientifico all'Università Sapienza di Roma con lode e premio per la migliore tesi. La vocazione per la comunicazione della Scienza l’ha portata a partecipare a moltissime attività di divulgazione. Fino a quando è approdata sull’isola di Pantelleria. Per amore. Ed è stata una passione travolgente… per il blu del suo mare, per l’energia delle sue rocce, per l’ardore delle sue genti.

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Scienza

La cometa Rosetta torna a fare capolino nel cielo di stasera: ecco come vederla

Giuliana Raffaelli

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Protagonista assoluta del cielo di stanotte è Rosetta, la cometa divenuta celebre grazie alla missione dell’Ente spaziale europeo (Esa) da cui prende il nome.

Il 2 marzo 2004 l’Esa lancia infatti la sonda Rosetta alla volta della cometa. Dopo dieci anni di traiettorie complicate e ben 6,5 miliardi di chilometri percorsi, giunge a destinazione. Era il 12 novembre 2014. Il lander Philae approda sulla sua superficie, a circa mezzo miliardo di chilometri dalla Terra.

Rosetta, nel mondo degli astronomi, è conosciuta come 67P/Churyumov-Gerasimenko (o semplicemente 67P), dal nome degli scopritori. Nel 1969, infatti, Klim Ivanovich Churyumov, dell’Osservatorio Astronomico dell’Università di Kiev, fa l’inaspettata scoperta mentre esamina le foto scattate dalla collega Svetlana Ivanovna Gerasimenko, che era invece a caccia di un’altra cometa, la Comas Solá.

Stanotte, a sette anni dall’“atterraggio”, 67P raggiungerà il picco di luminosità e il punto di minima distanza dal nostro pianeta, pari a 61 milioni di chilometri. Una “piccola” distanza che si verificherà nuovamente solo tra 193 anni. Non perdiamo quindi l’occasione di ammirarla, visto che almeno qui a Pantelleria l’estate di San Martino sta regalando un cielo splendido.

Seppur visibile da alcuni giorni, il momento perfetto per osservarla è a mezzanotte e 50 minuti. Questo l’orario di massima vicinanza alla Terra.

Ma non sarà visibile a occhio nudo. Rosetta è infatti 30 volte più debole della più debole delle stelle visibili ai nostri occhi. Sarà quindi necessario munirsi di binocolo o telescopio. Gli esperti suggeriscono grossi binocoli, come gli 11×70 o 20×80 fissi su cavalletto fotografico, oppure telescopi di almeno 10-15 cm di diametro. Con il telescopio si vedrà la chioma della cometa (che ha un diametro nello spazio di circa 300mila km) e la coda fatta di polveri (lunga circa un milione di km).

Per osservarla bisogna volgere lo sguardo verso la costellazione dei Gemelli, primo riferimento da fissare nel cielo. Rosetta si trova alla distanza angolare di circa 3° (più o meno 6 lune piene messe in fila) da Polluce (una delle due stelle più brillanti della costellazione che, insieme a Castore, indica le due teste dei gemelli). La cometa sorge alle ore 21, ma è verso mezzanotte che sarà ben visibile in direzione est a 40° di altezza. Ovviamente bisogna appostarsi in un luogo buio, il più possibile privo di inquinamento luminoso.

Una curiosità. Gli scienziati hanno scelto di dare alla sonda il nome Rosetta perché, così come la celebre stele offrì una chiave di lettura per la comprensione dei geroglifici, allo stesso modo la sonda Rosetta ha aiutato a decifrare alcuni misteri della formazione del Sistema solare.

La missione Rosetta ha scritto una importante pagina della storia dell’astronomia. Per la prima volta, infatti, non solo si è potuto studiare un nucleo cometario nella fase di avvicinamento al Sole, ma anche osservare la discesa della sonda sulla sua superficie e indagare la strana forma del nucleo (definita simpaticamente a “paperella”), dovuto alla fusione di due nuclei cometari distinti.

P67 è stata anche la cometa meglio studiata della storia. Questo perché si è potuto indagarla sia in situ che dalla Terra, grazie a dedizione e passione di astronomi e astrofili che l’hanno seguita per due anni di esplorazione ravvicinata.

(Credit immagine: Esa/Rosetta/NavCam. Immagine del nucleo cometario di 67P scattata dalla camera di navigazione NavCam a bordo della sonda Rosetta. Si riconosce la forma a due lobi della cometa e della parte centrale che li unisce, il cosiddetto “collo”)

Giuliana Raffaelli

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Scienza

Houston, abbiamo un peperoncino… spaziale!

Giuliana Raffaelli

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La prima coltura a partire da semi sulla Stazione spaziale internazionale

Sulla Stazione spaziale internazionale (Iss), a luglio di quest’anno, è iniziato un esperimento: coltivare peperoncini all’interno di una particolare camera, chiamata Aph (Advanced plant habitat), a partire da semi. Ed è la prima volta che questo accade.

In passato (nel 2005 e 2006) erano stati già coltivati ortaggi come insalata, bietole e cavoli oltre a fiori ornamentali (le zinnie). Ma da piantine. Questa volta gli astronauti hanno piantato 48 semi di peperoncino della varietà Hatch. Si tratta del peperoncino che viene normalmente coltivato nella Hatch Valley nel sud del New Mexico. Simile al più comune chile Anaheim, nasce verde per diventare rosso, e può essere consumato in entrambe le versioni. Sulla Terra può raggiungere una lunghezza di 20 cm, e ha un livello di calore che va dal dolce all’extra piccante.

Le piantine sulla Iss stanno maturando all’interno della speciale camera di crescita, altamente tecnologica, che ha dimensione di un forno a microonde. Sono illuminate da luci a led e crescono su un fondo di argilla porosa. 180 sensori ne monitorano in modo totalmente automatico i vari parametri.

E ora, quattro piantine, hanno dato i primi frutti. Dai fiori sbocciati nelle ultime settimane sono infatti nati diversi peperoncini. Di loro si sta occupando Shane Kimbrough, l’astronauta che nel 2006 aveva già fatto crescere in orbita la lattuga romana.

(Nella foto: il primo fiore di peperoncino sbocciato nella Iss. Credit immagine: Nasa)

Sulla Terra i peperoncini si auto-impollinano e, dopo 24-48 ore, iniziano a formarsi i primi frutti.Sulla Iss il controllo è avvenuto a distanza, direttamente dal Kennedy Space Center della Nasa. Da terra il team ha avviato nella Aph una leggera brezza in microgravità per agitare i fiori e favorire il trasferimento di polline. Anche Shane ha fatto la sua parte: con delicatezza e pazienza si è occupata di “massaggiare” direttamente a mano i fiori per facilitare il processo.

Gli astronauti, quest’anno, eseguiranno due raccolti: uno a fine ottobre e uno a novembre. Alcuni peperoncini verranno mangiati, altri spediti sulla Terra per le analisi.

L’importanza dell’esperimento

La Nasa è molto interessata a imparare a coltivare frutta e verdura nello spazio perché questi alimenti potranno integrare, in futuro, la dieta degli astronauti. Questi ultimi, infatti, si nutrono per lo più cibi confezionati che, visti i lunghi tempi di conservazione, vedono degradare inesorabilmente qualità e quantità dei nutrienti chiave (come le vitamine). Gli astronauti sulla Iss, dal 2015, hanno iniziato a coltivare e mangiare dieci colture diverse, ma non basta. Arricchire l’alimentazione con nutrienti chiave come la vitamina C e la vitamina K è decisamente importante per la salute degli esploratori spaziali. Sebbene alcuni alimenti freschi vengano consegnati durante regolari missioni di rifornimento, si continuano a cercare soluzioni che permettano di coltivare sempre più cibi in vista di future missioni sempre più lunghe. La Nasa sta infatti pensando già alle missioni di Artemide sulla Luna e a quelle su Marte, missioni che potrebbero durare mesi o addirittura anni, in cui le opportunità di rifornimento di alimenti freschi potrebbero essere poche e complicate.

La coltivazione “diretta” da parte degli astronauti è anche importante per la psiche. Prendersi cura delle piantine, vederle crescere, sentirne l’odore e apprezzarne i colori, oltre che poi il gusto, procura benefici psicologici durante i lunghi periodi di isolamento.

Perché sono stati scelti proprio i peperoncini

Innanzitutto i peperoncini sono una eccellente fonte di vitamina C, decisamente importante per mantenere in buona salute l’organismo che, peraltro, non è in grado di sintetizzarla da solo. Conosciuta come acido ascorbico è infatti capace di curare lo scorbuto, malattia dovuta alla sua carenza. Questa patologia era molto diffusa in passato, mentre oggi è stata quasi completamente debellata. Ne soffrivano non solo i bambini malnutriti all’inizio del secolo scorso ma anche coloro che per lavoro erano costretti a mesi di isolamento senza possibilità di consumare cibi freschi, come i marinai. E oggi tocca agli astronauti, nei quali può insorgere la patologia se non riescono a integrare la preziosa vitamina con l’alimentazione. È quindi fondamentale che possano assumerla con il cibo fresco, oltre che con gli integratori.

In più i peperoncini sono facili da coltivare, si auto-impollinano (basta agitare i fiori) e hanno dimostrato di avere ottime probabilità di crescere in condizioni di microgravità. Hanno inoltre un raccolto pick-and-eat, cioè raccogli-e-mangia, senza bisogno di lavorazioni complesse o cottura. I frutti hanno anche bassi livelli microbici. Possono quindi essere consumati tranquillamente dagli astronauti.

(Credit immagine: Nasa)

Giuliana Raffaelli

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Scienza

Come mai la ricerca sui vaccini contro il Covid-19 non ha vinto il Nobel

Giuliana Raffaelli

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Disappunto e delusione tra alcuni scienziati

La settimana dei Premi Nobel si è conclusa. E nessun Nobel è andato alla scienza che ha sviluppato i vaccini contro il Covid-19.

Alcuni scienziati hanno espresso disappunto e delusione per questo. L’innovativa tecnica che impiega Rna messaggero, secondo i sostenitori, non solo ha contribuito a salvare milioni di persone durante questa pandemia, ma potrebbe anche dare il via a una nuova classe di vaccini utilizzabile per combattere, in futuro, altre malattie.

Tra gli italiani che hanno espresso forte “contrarietà” c’è uno tra i volti più mediatici di questa pandemia, onnipresente nei dibattiti televisivi su vaccini e Covid. Si tratta di Matteo Bassetti, direttore della Clinica di malattie infettive del Policlinico San Martino di Genova. Secondo l’infettivologo, il Nobel è un “premio desueto e anacronistico” e, dichiarandosi molto deluso, ha aggiunto “forse è passato il tempo anche per questo riconoscimento”.

Un duro attacco al Comitato del Nobel è giunto da Alexey Merz, biologo cellulare all’Università di Washington a Seattle. In un twitt scritto dopo l’assegnazione del Nobel per la Medicina, lo scienziato accusa il Comitato di non avere fatto nulla per supportare i sanitari che lottano contro la pandemia. Per lui questo totale abbandono rappresenta “una decisione indifendibile che costerà vite umane”.

Göran Hansson, segretario generale della Royal Swedish Academy of Sciences di Stoccolma che seleziona i vincitori del premio, dichiara con fermezza “Vogliamo dare credito alle persone giuste. E per la giusta scoperta”. Risposta decisamente criptica, aperta a molteplici interpretazioni e domande.

Quali possono essere dunque i motivi del clamoroso mancato riconoscimento?

Il primo che viene in mente è di sicuro il calendario delle candidature: ogni anno queste vanno inoltrate al Comitato entro il primo febbraio, troppo presto forse per valutare appieno l’efficacia dei vaccini a mRna. Ricordiamo, infatti, che la scienza e la sperimentazione hanno bisogno di tempo. La somministrazione di tali sieri è simbolicamente iniziata in Italia (a Roma e Milano) il 27 dicembre alle 7.20, durante il V-day (Vaccine-day). Quel giorno sono state somministrate le prime 9750 dosi del farmaco di Pfizer-Biontech. Ma i “benefici” della vaccinazione si sono iniziati ad apprezzare dopo mesi e milioni di dosi inoculate.

Ed ecco quindi il secondo motivo. Gli “addetti ai lavori” del Premio hanno confermato che assegnare quest’anno il Nobel agli scopritori dei vaccini a mRna sarebbe stato azzardato in termini di tempistica, dettagli tecnici e politica. Azzardato, quindi, non certo “anacronistico e desueto”.

Si può quindi supporre che presto questi ricercatori potranno ricevano una chiamata da Stoccolma? È verosimile. Göran Hansson ha infatti aggiunto “Lo sviluppo dei vaccini mRNA è una meravigliosa storia di successo che ha avuto enormi conseguenze positive per l’umanità. E siamo tutti molto grati agli scienziati. Questa è una scoperta che riceverà le candidature. Ma abbiamo bisogno di tempo”. Quindi esistono probabilità concrete che gli scopritori di questa nuova tecnica potranno essere premiati con un Nobel. Prima o poi. Ma non ora.

Un altro motivo da non sottovalutare è infine la “tempistica” nel riconoscimento delle scoperte che vengono premiate con il Nobel. Quali scienziati sono stati immediatamente insigniti di questo importante premio dopo una indiscussa innovativa scoperta? Nessuno. Facciamo solo un esempio nostrano di cui andare molto fieri. Rita Levi Montalcini, unica donna italiana ad aver ricevuto un Premio Nobel scientifico. La scienziata, nel 1954, fece una scoperta importantissima. Scoprì infatti il fattore di accrescimento della fibra nervosa (noto come ngf, nerve growth factor), che le valse appunto il Premio Nobel. Ma quando? Nel 1986. Dopo 32 anni.

Ciò conferma anche (ed è l’ultimo punto sul quale riflettere) che il Comitato Nobel tende a essere interessato a premiare quelle ricerche che superano la prova del tempo, piuttosto che gli ultimi progressi della scienza.

E per concludere ricordiamo che gli scienziati che hanno scoperto i vaccini Covid-19 hanno già iniziato a vincere alcuni premi prestigiosi, considerati i “precursori” del Nobel. Il mese scorso si sono aggiudicati uno dei Premi Breakthrough da 3 milioni di dollari, mentre a settembre uno dei premi annuali della Foundazione Lasker (i Lasker-DeBakey Clinical Medical Research Award).

(Credit immagine: nobelprize.org)

Giuliana Raffaelli

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