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Cultura

Per il Dantedì la celebrazione degli AMici della Musica di Trapani

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Gli Amici della Musica di Trapani per il Dantedì – La giornata nazionale dedicata a Dante Alighieri
Oggi per il “Dantedì”, la giornata nazionale dedicata a Dante Alighieri, gli Amici della Musica di Trapani celebrano il padre della lingua italiana, a settecento anni dalla scomparsa, con una delle poche iniziative di carattere musicale, legate alla ricorrenza, in programma in Italia. È in diffusione in queste ore il trailer de: “Aprés une lecture du Dante” il raffinatissimo concerto tenuto dal pianista Costantino Catena, interamente incentrato sulle musiche di Franz Liszt espressamente ispirate al Sommo Poeta.

Registrato all’interno della splendida chiesa del Collegio di Trapani,  il recital, nelle prossime settimane, verrà trasmesso in diretta web sui canali di comunicazione degli Amici della Musica di Trapani ed è anche prevista la messa in onda sull’emittente televisiva internazionale Stingray Classica (www.stingrayclassica.com), in 35 paesi del mondo. Official partner dell’evento sarà “Yamaha music Europe”.

Il 2021 è dedicato ai 700 anni dalla morte di Dante e sono numerose in tutto il mondo le iniziative culturali. Ma sono pochissime quelle incentrate espressamente sulla musica. Liszt, raffinatissimo compositore ungherese, autore delle musiche in programma, è uno dei pochi compositori che si è ispirato a Dante, oltre che nella Sinfonia, ha scritto, anche nella “Fantasia quasi Sonata Aprés une lecture du Dante” (dall’omonima poesia di Victor Hugo).

Un viaggio attraverso il fascino della poesia italiana, un racconto del profondo rapporto che legava Liszt a Dante, passando per Petrarca.
Protagonista dell’evento sarà il Maestro Costantino Catena, stimato interprete lisztiano, che si esibirà su un pianoforte Yamaha grancoda. Costantino Catena è pianista “Yamaha Artist”. Il titolo di Yamaha Artist viene concesso solo ed esclusivamente ad artisti di chiara fama che scelgono, ufficialmente, di suonare strumenti musicali Yamaha Corporation.
 
«In un momento come questo ci siamo prontamente attivati per restare aperti, davvero nonostante tutto –  commenta il nuovo direttore artistico degli Amici della Musica di Trapani Giovanni De Santis –  Abbiamo scelto anche noi di attivare forme alternative di diffusione dei nostri concerti. L’obiettivo primario resta quello di tornare a fare spettacolo quanto prima, in sicurezza, aprendo nuovamente le porte al pubblico. Fino ad allora cercheremo di farci sentire portando la bellezza della musica nelle case e in quante più realtà possibili, affinché il potere della musica possa unirci in un messaggio di speranza e di gioia».
 
 
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Cultura

Anche a Pantelleria da oggi si torna a scuola. L’ultima ordinanza del Sindaco

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Come aveva preannunciato il Sindaco di Pantelleria, Vincenzo Campo, ha atteso la giornata di ieri per decidere se far tornare gli studenti isolani a scuola in presenza o mantenere il regime della didattica a distanza.

Con una nuova ordinanza, la N. 9 del 2022, il primo cittadino quindi ha disposto la revoca parziale della precedente, con la seguente modalità, riportata a stralcio:

Appresso l’atto sindacale scaricabile: Ordinanza del 9 gennaio 2022: scuola in presenza

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Cultura

Un ricordo, una notte al chiarore della luna in Sicilia nei pressi del feudo della baronessa Arezzo

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N’JORNU MO NANNU MI VARDAU – E TUTTO SERIU MI CUNTAU UN CUNTU CA TUTTU U SCANTU CA A VIA SINIU RI UNNI A VIA VINUTU – MA NANNU ERA ‘N CRISTIANU TANTU SPERTU CA CUNTINUAU A PARRARI A CORI APERTU – SPIRANNU CA I MALI PINSERI SI PUTIANU ALLUNTANARI E MI RAPISSURU U CIRVIEDDU PI LI COSI RIALI …

Quando mi hanno detto che sarei diventato padre, non trovai altro da fare che pensare a mio padre. E mi guardai pure allo specchio, non mi vergogno a dirlo, per scoprire che di colpo non somigliavo più né a mio padre né a mia madre. Ma a mio nonno. Sì, proprio a lui, a quel povero cristo, alto e austero che il padreterno, in un giorno di negligenza, era “sdirupato” su una vallata, a sud della Sicilia, senza alberi senza fichidindia.

Un pezzo di Sicilia, incagliato tra gli altipiani degli Iblei e le colline antistanti alla riviera, ma che della Sicilia bedda, quella amata e spupazzata dal cinematografo, non aveva proprio nulla. Nemmeno l’orgoglio di avere dato i natali, si dice così, a Salvatore Quasimodo e al Gian Battista Odierna: che erano certamente persone illustri e in quanto tali potevano essere comodamente liquidati, come i baroni, con una levata di coppola e un “voscenza ‘bbenedica”.

Che ne sapevamo noi della letteratura e della matematica, della storia e dei miti, delle verità e degli inganni che avevano attraversato la Sicilia? Certo, la sera, se tu bambino non fossi riuscito proprio a dormire, avresti trovato pur sempre un nonno, un padre, uno zio o comunque un sant’uomo disposto a prenderti sulle ginocchia e a rassicurarti. Ma le favole, le nostre favole, non avevano né la semplicità della parola né la lucentezza del racconto. Erano per lo più trame impastate di “pane e tumazzu”, di sottintesi compiaciuti, di ammiccamenti ruffiani, di complicità innocenti e beffarde.

Telegrammi immaginari, li avrebbe chiamati Francis Scott Fitzgerald. Ma che ne sapeva, mio nonno, de “Il grande Gatsby” e di tutte le altre diavolerie americane? Una sera – avevo forse sei o sette anni – mio nonno vide che tremavo dalla paura. Gli confessai che la maestra ci aveva parlato dei fantasmi e che, parlando parlando, quel pensiero si era ingrottato, nefasto e serpigno, nella mia mente. Per un pronto accomodo, cambiò discorso.

Mi raccontò che lui invece, aveva incontrato banditi e briganti, altro che fantasmi; e che un giorno, lungo la trazzera di Malavita (una località fra Ragusa e Santa Croce Camerina), un nome e un incubo, era stato persino fermato da due picciotti col viso coperto – “infacciolati”, diceva lui – venuti dalla città di Vittoria o giù di lì, ma certamente mandati da quel vicarioto che rispondeva al nome di Salvatore Falcone: sì, proprio lui, il terribile delinquente, il re della mala vita iblea, quello che si era fissato di somigliare a Tyrone Power e che aveva avuto anche il fegato di dettare, prima di morire ammazzato, le poche ma sentite parole da scrivere sulla sua tomba. Due versi con rima baciata: poveri sogni miei alati e muti, come uccelli di bosco siete caduti.

“Vedi, figlio mio, quante avversità e quante male persone? Eppure, sono rimasto sano e pieno di vita”, concludeva. Perché lui, mio nonno, sapeva come allontanare briganti e fantasmi che si avvicinavano alla sua terra della sciumara (terreno vicino al fiume Irminio), terra di pietre e grano duro: bastava andare di notte nel campo di fave, laggiù lungo il fiume, nel feudo della baronessa di Arezzo; bastava camminare quatti quatti lungo i rovi che marcavano il confine, e il sortilegio avrebbe allontanato ogni anima nera.

 

Una premessa ammaliante che, agli occhi di un bambino, inevitabilmente fiammeggiava di eroismo, di epopea misera e gigante: quale piccolo Sancho Panza non avrebbe seguito, altero e mansueto, quel grande Don Chisciotte? Per quasi un’ora camminammo di notte a cavallo di un mulo baio, lui davanti e io in groppa, alla luce di nuvole chiare. Me ne stavo aggrappato, con le mani e con l’unghia, al suo scapolare verdastro; gli occhi sgranati dall’attesa e dal mistero. Mi veniva da piangere, ma l’avventura non prevedeva né lacrime né singhiozzi. Solo silenzio: perché il rumore avrebbe svegliato i cani e i campieri della baronessa; e a quel punto, buonanotte ai suonatori. Era anche vietato parlare: “Se il mulo è muto, tu perché parli?”. E così, aqquattati e silenti, ci addentrammo nel campo delle fave. Delle fave verdi, quelle col baccello succoso e vellutato. Le cogliemmo a manate. “Mangia, figghiumiu, ché i fantasmi se ne vanno”. “Anche i briganti?”. “Anche i briganti”. E appanzati come non mai, tornammo a riprendere il mulo.

Potrò mai raccontare una favola così – tenera e scellerata – a mia figlia, nata a Comiso (città di Bufalino e di Salvatore Fiume…), e che, per una civetteria del destino, porta lo stesso nome della figlia del mio mito storico Giulio Cesare “Giulia”? Cinquanta e passa anni fa, la notte in cui sazi e stregati tornammo dal campo di fave – era stata una notte di insonnia ribalda e ghibellina – ricordo che mi addormentai serenamente, con la dolcezza dell’infanzia, senza sussulti e senza paure.

Mi rassicurava la memoria di un odore – l’odore dello scapolare verdastro – e di una epopea che, come nell’Ulysses, aveva incrostato di una “scorza salina” la vecchiaia di mio nonno. E me lo conservava giovane come un’anguilla, iridato di squame e di mare, forte e bello come tutti gli eroi. Quale epopea, quali fantasmi, quali odori potrò mai condividere io con mia figlia?

L’altro ieri, era giorno di mercato, ho comprato un sacco bello di fave, ce n’erano a quintalate sui banconi del Mercato del mercoledì a Ragusa. Mi rosicchiava dentro un filino di nostalgia e, arzillo come non mai, l’ho portato a casa, pronto per chissà quale orgiastico rito della memoria. Ma non ho invitato, al banchetto, la mia unica figlia perché sta studiando all’università di Bologna… e sentendola stava già degustando le piadine romagnole… come siamo distanti anni luce con la Giulia… ma l’amore per la nostra terra è viva in Lei come in me, e ciò mi rallegra il cuore come quella sera in cui mangiai le fave della baronessa…

Salvatore Battaglia Presidente dell’Accademia delle Prefi

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Oggi la 10ª Giornata Nazionale del Dialetto e delle lingue locali

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E’ al decimo anno la Giornata Nazionale del Dialetto, istituita dalla ProLoco  UNPLI.

Considerando l’importanza culturale del dialetto, che rappresenta una identità, una storia, la ricchezza di un popolo, il nostro giornale, che ha sempre coltivato la passione verso gli idiomi, celebra questa giornata con una poesia di Ignazio Buttitta, naturalmente in dialetto, siciliano.

Un populu mittitilu a catina spugghiatilu attuppatici a vucca, è ancora libiru.

Livatici u travagghiu u passaportu a tavula unni mancia u lettu unni dormi, è ancora riccu.

Un populu, diventa poviru e servu, quannu ci arrobbanu a lingua addutata di patri: è persu pi sempri.

Traduzione Un popolo mettetelo in catene spogliatelo tappategli la bocca, è ancora libero. Toglietegli il lavoro il passaporto la tavola dove mangia il letto dove dorme, è ancora ricco. Un popolo, diventa povero e servo, quando gli rubano la lingua avuta in dote dai padri: è perduto per sempre.

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