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Cultura

Pantelleria e la sua mascotte per la torpediniera Cigno: una cagnolina di nome Leda

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La regia nave Cigno, torpediniera della classe Spica tipo Climene, si distinse particolarmente nel secondo conflitto mondiale per la sua combattività, partecipando come unità di scorta ai nostri convogli di rifornimento per la Libia prima e per la Tunisia dopo. La Cigno, costruita dai Cantieri Navali di Ancona ed entrata in servizio il 15 marzo 1937, aveva un dislocamento di 1.010 tonnellate a pieno carico e poteva raggiungere la velocità di 34 nodi orari. L’armamento era costituito da 3 cannoni da 100/47 OTO Mod. 1931, da 4 impianti binati di mitragliere da 13,2 mm Breda Mod. 31, da 4 tubi lanciasiluri da 450 mm, da 2 lanciabombe di profondità e da attrezzature per il trasporto e la posa di 20 mine. Nel corso dell’anno 1941 le mitragliere da 13,2 mm, ormai sorpassate, vennero sostituite dalle ben più efficaci mitragliere da 20/65 mm, inoltre si aggiunsero altri 2 lanciabombe di profondità. Nella sua scorta ai convogli per l’Africa Settentrionale la Cigno salpava solitamente dal porto di Trapani e, o all’andata o al ritorno, spesso faceva una breve sosta gettando l’ancora nella rada antistante il porto di Pantelleria. Una lancia della torpediniera andava quindi a riva, subito dopo, mentre il guardiamarina si recava in Capitaneria per eventuali urgenti comunicazioni, i marinai davano vita ad una sorta di primitivo baratto con gli isolani. Il tutto in una manciata di ore. Quelli della Cigno offrivano prodotti particolarmente ricercati in quel tempo di guerra quali caffè, zucchero, sigarette, ma anche scatolette di carne e confezioni di gallette, in cambio i panteschi davano vino, moscato, passito, uva passola, dolci tipici del posto, pollame e conigli.

Lo scambio di prodotti 

Lo scambio era sì particolarmente vivace e contrastato, ma per la verità non ci furono mai litigi di sorta e alla fine ambedue le parti risultarono sempre contente e soddisfatte. Si stabilì così un’intensa e immediata corrente di simpatia tra i panteschi e i marinai della Cigno, tanto che quando quest’ultima fu affondata nel ’43 con la perdita di gran parte dell’equipaggio, nell’isola vi fu profonda commozione e costernazione come se la comunità avesse perduto dei suoi figli. Pantelleria non dimenticò mai quei prodi, tant’è che 75 anni dopo, con deliberazione della Giunta Municipale n° 41 del 15 marzo 2018 uno slargo alla via Palazzetto Errera venne intitolato “Slargo Caduti Torpediniera Cigno”. Il gesto del pietoso ricordo fa onore a quegli amministratori e alla cittadinanza tutta.

Ma torniamo alla nostra storia. Nella primavera del 1941, nelle ore pomeridiane, gettò l’ancora nella rada di Pantelleria la torpediniera Cigno. Ben presto fu calata la lancia, dove presero posto un guardiamarina e quattro marinai con altrettanti grossi pacchi per il consueto baratto.

La banchina fu

presto raggiunta con la solita voga accelerata e, mentre il guardiamarina si recava in Capitaneria, i marinai iniziarono con gli isolani lo scambio delle merci. Dopo qualche ore la lancia ritornò alla nave e fu issata a bordo. Come sempre si radunò gran parte dell’equipaggio per vedere e commentare il frutto del baratto appena concluso, ma nel mentre si apriva la grossa cesta del pollame e dei conigli saltò fuori scodinzolando un piccolo bastardino di cane. Era di colore bianco pezzato di nero. Il cucciolo, anzi la cucciola come sentenziò dopo una rapida occhiata l’infermiere di bordo, cominciò subito a far festa ai marinai presenti, che la osservavano piacevolmente sorpresi. La decisione fu subitanea e unanime, dal quel momento quella cagnetta sarebbe stata la mascotte della Cigno. Del fatto fu immediatamente informato il comandante, il capitano di corvetta Nicola Riccardi, che si dichiarò pienamente d’accordo. Anche per il nome non si perse tempo, si sarebbe chiamata Leda.

L’amore di Leda e Cigno

E non poteva essere altrimenti, Leda e Cigno, un amore millenario che si perdeva nella notte dei tempi della mitologia. Intanto il conflitto continuava e la torpediniera Cigno era continuamente impegnata in missioni belliche. Tutti i marinai erano all’occasione compagni di gioco della cagnetta-mascotte che li riconosceva uno per uno. Rimpinguata di cibo dagli stessi, essa crebbe a vista, restando però alla fine una cagnetta di piccole dimensioni. La sua cuccia fu costruita a ridosso del cannone di poppa, mentre l’armaiolo Cuccurullo le fece un collare con la piastrina di riconoscimento, su cui era inciso al davanti “Leda R.M. Italiana” e al retro la data d’imbarco. Non si menzionò il nome della nave in quanto, come da precise e rigorose disposizioni, in caso di naufragio quel nome non si rendesse così noto al nemico. E proprio per un eventuale e malaugurato naufragio il cannoniere Impalomeni fece per Leda un apposito giubbotto di salvataggio con del sughero ricoperto di vivace stoffa rossa da scorgersi anche tra le onde. Da quella primavera del 1941 la torpediniera Cigno partecipò a numerosissime missioni di guerra, molte delle quali assai pericolose e spesso in diretto combattimento col nemico. E sempre ne uscì in qualche modo indenne o con danni non gravi.


I suoi marinai la ritenevano una nave fortunata e ne davano il merito alla sua mascotte, la piccola e discola cagnetta Leda. Si sa che nell’angolo più riposto del cuore di ogni marinaio alberga da sempre una forma larvata di superstizione (non ci credo, ma però…). Quella cagnetta, col suo andare velocemente da poppa a prua scodinzolando, rasserenava e rincuorava i marinai anche nelle ore più cupe e disperate, come nelle tragica notte di Santa Lucia del dicembre ’41 quando furono affondati i nostri due incrociatori leggeri Alberico da Barbiano e Alberto di Giussano. La Cigno, facente parte di quella squadra, dopo uno scontro a fuoco con la nave nemica Isaac Sweers raccolse oltre 500 naufraghi, riportandoli in salvo a Trapani.

Nell’andirivieni delle missioni della Cigno in Mediterraneo, Leda ebbe modo di conoscere tutti i porti e le loro banchine, da Napoli a Trapani, da Tobruk a Tripoli, da Tunisi, a Biserta. Il copione era sempre lo stesso, scendeva a terra e andava a gironzolare nei dintorni e a cercare bambini con cui giocare, immancabilmente dopo qualche ora di libertà tornava a bordo, non poche volte accompagnata da un cagnetto innamorato, che quasi sempre si fermava al limite della passarella. Però c’era il solito bastardino temerario che voleva salire anch’esso, a questo punto il marinaio di guardia aveva un bel po’da fare per fermare l’intruso. Un giorno dell’inverno di guerra ‘42/’43 la torpediniera Cigno gettò l’ancora nella rada di Pantelleria.

La scomparsa di Leda

Come al solito Leda prese posto nella lancia e andò a riva con i marinai. Si allontanò quindi per il suo consueto giretto. Generalmente i marinai la ritrovavano poi al ritorno sul molo presso la lancia. Ma quel giorno la cagnetta non c’era ad aspettarli. Frenetiche ricerche, chiamandola ripetutamente per nome.

Ma niente, Leda sembrava scomparsa nel nulla. Si aspettò alquanto tempo, ma invano.

La guerra non permetteva sentimentalismi di sorta, fu quindi giocoforza ritornare a bordo. Qui si dovette dar conto del triste accadimento agli altri membri dell’equipaggio, perché tutti si erano ormai affezionati a quella cagnetta. Al momento di togliere l’ancora e salpare la costernazione tra i marinai era generale. Qualcuno disse che in fondo era meglio così perché Leda era ritornata al luogo natio, ma qualcun altro espresse ad alta voce quello che pensavano tutti; perdendo la sua mascotte porta-fortuna anche la fortuna si sarebbe allontanata dalla Cigno. Si corse ai ripari, appendendo il rosso giubbotto di salvataggio presso il cannone di poppa, dov’era la cuccia della cagnetta. Era il simulacro della mascotte scomparsa e forse poteva bastare ad allontanare i pericoli della guerra. Ma non bastò.

Il giorno del tragico epilogo

E venne il giorno del tragico epilogo, dove mancò la fortuna, ma non il valore degli uomini della Leda. Era l’una di notte del 16 aprile 1943 quando dal porto di Trapani salpò alla volta di Tunisi la motonave Belluno, carica di materiale bellico strategico per le nostre truppe, che combattevano le loro ultime eroiche e disperate battaglie in terra d’Africa. Scortavano la nave la torpediniera Cigno e la gemella Cassiopea. Due ore dopo, per aggregarsi sempre alla scorta della Belluno, partivano da Palermo anche le torpediniere Climene e Tifone. Alle ore 02.38, a sud dell’isola di Marettimo, il convoglio di rifornimento, non ancora raggiunto dalle torpediniere salpate da Palermo, incappò, per sua malasorte, nei due caccia britannici HMS Paladin e HMS Pakenham, partiti poche ore prima da Malta.

Lo scontro era impari e l’esito scontato a favore degli inglesi, perché le due torpediniere per dimensioni e potenza di fuoco nulla potevano contro i due caccia avversari.

Malgrado ciò la Cigno, aprendo il fuoco, serrò coraggiosamente sotto al Pakenham, così anche la Cassiopea nei confronti del Paladin. Queste manovre suicide degli italiani erano state fatte per far allontanare, in sicurezza, dalla zona di combattimento la Belluno con il suo prezioso carico. Infatti la motonave riuscì a proseguire senza danni verso Tunisi. Intanto lo scontro divenne ben presto più duro e accanito. La Cigno colpì ripetutamente con le sue salve il Pakenham, uccidendo 10 uomini del suo equipaggio. Particolarmente accurato e preciso il tiro delle mitragliere del complesso di prora, diretto in coperta dal guardiamarina Armando Montani da Bologna di anni 23, già decorato di croce di guerra per un precedente atto di coraggio nel 1942. Purtroppo un colpo del Pakenham colpì la sala macchine della Cigno, immobilizzandola e quindi rendendola un bersaglio immobile sotto i devastanti e ripetuti colpi dei cannoni del caccia nemico.

Il relitto della torpediniera

In breve la torpediniera divenne un relitto galleggiante, che un successivo siluro spezzò letteralmente in due tronconi, i quali s’inabissarono rapidamente trascinando con loro, negli abissi marini, decine e decine di marinai. Anche lo scontro tra la Cassiopea e il Paladin stava volgendo al termine. Il caccia inglese aveva sì subito dei seri danni, ma il fuoco dei suoi cannoni sovrastava ormai quello di minore potenza della torpediniera italiana, peraltro già gravemente danneggiata. Sembrava ripetersi il triste copione della Cigno, quando improvvisamente il Paladin abbandonò il combattimento e si diresse velocemente verso il Pakenham in evidente difficoltà. Poco dopo le due unità della Royal Navy abbandonarono la zona. Nell’affondamento della torpediniera Cigno persero la vita 103 membri dell’equipaggio, se ne salvarono soltanto 43.

I caduti

Tra i caduti il prode guardiamarina Armando Montani. Si raccontò poi, da parte dei superstiti, che il Montani avesse continuato a far sparare le mitragliere fino a quando le onde lambirono la coperta, quindi, lanciatosi in acqua, si era messo in salvo su una zattera di fortuna. Ma vedendo due marinai dei suoi pezzi sul punto di affogare, non esitò a buttarsi nuovamente in mare e con sforzi inauditi a salvare ambedue, issandoli infine sulla zattera. Lo sforzo sovrumano però aveva schiantato il generoso cuore del guardiamarina, che così scomparve tra i gorghi del mare, ma prima ebbe la forza di gridare ai suoi marinai “Se vi prendono prigionieri non dite il nome della vostra nave”. Forse era stato proprio lui a non voler fare incidere il nome della nave sul collare della mascotte Leda. All’eroico guardiamarina veniva poi concessa la medaglia d’argento al valor militare (ma avrebbe meritato di certo quella d’oro). Bellissima la motivazione. A Montani Armando Guardiamarina, nato a Bologna il 29-1-1920. Alla memoria – Sul campo.

La fine della Cigno

“Ripetutamente chiedeva ed otteneva l’imbarco su naviglio silurante. Destinato alle mitragliere su

una torpediniera più volte fatta segno, in numerose missioni di scorta a convogli a violenti attacchi aerei e subacquei, contribuiva all’abbattimento di numerosi aerei e alla salvezza di molti convogli. In rapido e duro combattimento notturno contro preponderanti forze navali nemiche, apriva il fuoco delle mitragliere con prontezza e decisione.

Colpita ed immobilizzata la propria unità restava al suo posto sino all’ultimo.

Raggiunta faticosamente una zattera esauriva le proprie forze per salvare ripetutamente altri naufraghi, rivolgendo altresì nobili parole di incitamento ai superstiti ai quali raccomandava, qualora fossero catturati dal nemico, di non rivelare il nome della loro nave. Infine scompariva nei flutti, conscio di avere, col proprio sacrificio, contribuito alla salvezza del convoglio.
Canale di Sicilia, 16 aprile 1943”.

Ma anche per il cacciatorpediniere inglese Pakenham, colpito più volte dalla Cigno, andò malissimo. Il Paladin cercò di trainarlo verso un porto alleato, ma per il peggioramento delle sue condizioni di galleggiabilità l’Ammiragliato britannico ordinò di affondarlo. Scompariva così negli abissi del mare, a nord di Pantelleria, l’HMS Pakenham da 2.270 tonnellate.

Era l’alba del 17 aprile 1943 ed era passata solo una manciata di ore dalla fine del Cigno.

Oggigiorno fanno sorridere (?) alcuni siti inglesi che citano la perdita del Pakenham senza mai collegarla direttamente con la piccola torpediniera italiana Cigno. Qualche giorno dopo la battaglia del 16 aprile nelle acque di Pantelleria veniva ritrovato il corpo di un marinaio della Cigno con un giubbotto di salvataggio con scritto il nome di Athos D’Orazi. E con quest’ultimo nome vennero quindi sepolti quei miseri resti nel cimitero dell’isola. Soltanto anni dopo salterà fuori la verità. Il corpo sepolto era di un altro marinaio, sempre della Cigno, che rispondeva al nome di Rolando Bulletti, toscano, di anni 22, dichiarato “disperso”.

A svelare il mistero era stato il fiorentino Athos D’Orazi non affatto morto, era stato lui, all’epoca dei fatti sergente sulla torpediniera affondata, a dare al suo compaesano quel giubbotto ritenendolo più sicuro. Successivamente i resti del Bulletti vennero traslati nel luogo natio e adesso riposano al cimitero di “La Querce” di Prato.

E la cagnetta-mascotte Leda?

Per quante ricerche effettuate non abbiamo trovato nulla. Eppure… un lumicino c’è nel buio assoluto. Sfogliando le nostre foto d’archivio su Pantelleria in guerra, abbiamo trovato una foto del giorno della resa dell’isola, che ritrae un gruppo di abitanti d’isola. Nella foto in questione si vede un ragazzo con un cagnetto in mano, che grosso modo rassomiglia, per dimensioni, colore e orecchie abbassate, a Leda in una foto scattata sulla Cigno a Tripoli, soltanto che quest’ultima foto è assai grossolana nei dettagli per fare un raffronto più preciso e giungere a delle conclusioni.

Noi comunque preferiamo immaginare che sia Leda, l’amata mascotte della Cigno, in ambedue le foto, e che quindi la cagnetta sia uscita indenne dai terribili bombardamenti alleati e abbia continuato a giocare con i ragazzi di Pantelleria, la sua terra natia.

Orazio Ferrara

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Cultura

Leali per Pantelleria – Capitale del Mare: Lampedusa corre, la nostra amministrazione rincorre

Redazione

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Capitale del Mare: Lampedusa corre, la nostra amministrazione rincorre. Ma c’è ancora tempo per farcela

Il Governo ha emanato il bando “Capitale del Mare”, che mette in palio 1 milione di euro per il Comune costiero che riuscirà a salire sul podio. Un’occasione importante, strategica, capace di generare sviluppo, turismo, immagine e nuove opportunità per i territori insulari.

Mentre il Comune di Lampedusa, con grande tempestività e in pompa magna, ha già annunciato ufficialmente la propria partecipazione e condiviso il progetto con le associazioni dell’isola la nostra amministrazione è in evidente ritardo.

Solo in questi giorni, infatti, è stato pubblicato un avviso pubblico per raccogliere manifestazioni di interesse e proposte, con scadenza fissata al 12 gennaio, a pochi giorni dal termine ultimo del bando nazionale previsto per il 20 gennaio.
Nell’avviso pubblico emanato dal nostro comune si legge che la nostra amministrazione stia valutando di promuovere una partecipazione ampia.

Una vera e propria corsa contro il tempo, che si poteva certamente evitare.

Detto questo, non vogliamo limitarci alla polemica. Vogliamo invece lanciare un messaggio chiaro e positivo: questa è un’occasione che vale la pena cogliere, anche all’ultimo miglio. Le associazioni, le realtà culturali, sociali ed economiche del territorio hanno competenze, idee e visione. Partecipare significa non solo provare a vincere il bando, ma anche costruire sinergie, generare fermento culturale e rafforzare il senso di comunità.

Se dovessimo riuscire a ottenere questo riconoscimento, il beneficio sarebbe enorme: rilancio dell’immagine dell’isola, nuovo impulso al turismo, valorizzazione del mare come risorsa identitaria e strategica.

Alla nostra amministrazione agli assessori di competenza chiediamo ora un cambio di passo immediato: più azione.
Il tempo è poco, bisogna correre, si crei una task force, si raccolgano intorno ad un tavolo le migliori energie dell’isola.

Leali per Pantelleria

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Cultura

Pantelleria, al via proposte di manifestazioni pubbliche. Entro 28 febbraio

Direttore

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Il Comune di Pantelleria ha reso noto, tramite avviso pubblico che segue, che sono aperte le proposte per manifestazioni pubbliche, relative al periodo maggio-settembre 2026.

L’invito è rivolto alle  associazioni e le organizzazioni che dovranno allegare un programma di massima dell’iniziativa che si intende svolgere.
Scadenza entro il 28 febbraio 2026 

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Cultura

Identità Popolare, Culto e Storia: la ricerca sulla Madonna del Mazzaro

Laura Liistro

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Nel cuore della Sicilia, dove la religiosità popolare e le tradizioni locali si intrecciano da secoli, la Madonna del Mazzaro rappresenta uno degli esempi più significativi di come la storia, il culto e l’identità culturale possano fondersi in un racconto che trascende il tempo.
Questa figura mariana non è solo un simbolo di devozione, ma è diventata il perno di una leggenda che ha attraversato secoli di trasformazioni, influenzando la spiritualità e la cultura di una comunità.
Il culto della Madonna del Mazzaro, infatti, non è mai stato solo un atto di fede, ma è anche il risultato di un processo storico che ha plasmato l’immaginario collettivo, creando un legame indissolubile tra la fede religiosa e l’identità popolare.
La ricerca storica ha avuto un ruolo fondamentale nel portare alla luce la complessità di questa leggenda, e tra gli studiosi che si sono distinti in questo campo, lo storico Vincenzo Camilleri ha fornito un contributo di notevole valore. La sua indagine sulla Madonna del Mazzaro si inserisce in un dibattito scientifico che cerca di tracciare la storia di questa leggenda, analizzando non solo le fonti scritte, ma anche la sua evoluzione all’interno della tradizione orale.
La leggenda del ritrovamento miracoloso del quadro della Madonna del Mazzaro è emblematica di come il culto popolare si modelli e si trasmetta, passando da una narrazione inizialmente semplice a una costruzione storicizzata e romanzata che ne ha consolidato l’immagine.
La ricerca, pertanto, non solo offre una chiave di lettura critica per comprendere la nascita e lo sviluppo del mito, ma ci invita anche a riflettere sul ruolo che la religiosità popolare ha avuto nel definire l’identità di una comunità, nel coniugare il sacro con la storia, e nel preservare una memoria che continua a essere viva .
Come già messo in luce dallo studioso Giuseppe Pitrè alla fine del XIX secolo, la leggenda del ritrovamento della Madonna del Mazzaro non è un caso isolato, ma si inserisce in un vasto panorama di altre storie di “inventiones” di icone sacre e reliquie miracolose che affiorano in Sicilia e nel resto del Mediterraneo.
Storie analoghe si ritrovano a Trapani, a Gela (con la figura dell’Alemanna), a Niscemi e a Piazza Armerina, che raccontano tutte di ritrovamenti miracolosi, talvolta attribuiti a pastorelli, talvolta a semplici contadini o poveri umili.
Il dialogo che queste storie intrattengono tra di loro ci permette di individuare delle linee comuni che si intrecciano nei secoli, dando vita a un patrimonio mitico collettivo che supera i singoli contesti locali.

La Modifica della Leggenda: da 

M
Storia Orale a Storicizzazione

Il lavoro di Camilleri ha avuto l’intuizione di analizzare la leggenda del Mazzaro non come un fatto isolato, ma come un testo dinamico che si evolve nel tempo.
Nel corso della sua ricerca, lo storico ha identificato una catena evolutiva degli eventi leggendari, che si snodano attraverso vari stadi, partendo da una versione primitiva e spoglia, incentrata su un semplice ritrovamento del quadro da parte di un umile pastore di porci.
Questa versione originaria, contenente solo il nucleo essenziale del mito, si arricchisce e si trasforma progressivamente attraverso l’intervento di diversi studiosi e scrittori.
1. Li Destri (fine XVIII secolo) – La prima fase di trasmissione della leggenda, in una forma che si avvicina alla tradizione orale e non ancora scritta.
2. Ferruggia (inizio XIX secolo) – L’aggiunta di un approccio storicizzante alla narrazione, che conferisce maggiore credibilità storica alla leggenda.
3. Italia B – Ulteriori ampliamenti e dettagli che arricchiscono la narrazione, ma senza alterarne l’essenza.
4. Pietro di Giorgio-Ingala (fine XIX secolo) –
La trasformazione della leggenda in una vera e propria narrazione romanzata, con l’aggiunta di elementi narrativi che dilatano e colorano l’evento, dando vita alla “vulgata” che ha preso piede nel dibattito storico e religioso successivo.

La Scoperta del Manoscritto e il Suo Impatto sulle Ricerche

Una delle scoperte più significative nel percorso di ricerca di Camilleri è stata l’individuazione di un manoscritto della fine del XIX secolo, che costituisce un altro testimone della leggenda e arricchisce la ricostruzione del mito della Madonna del Mazzaro.
Questo manoscritto si inserisce nel contesto della crescente attenzione da parte di studiosi e intellettuali nei confronti delle leggende popolari e della ricerca storica sulle origini di culti e tradizioni religiose.
Il documento rappresenta un ulteriore tassello per comprendere come la storia della Madonna del Mazzaro si sia intrecciata con le narrazioni e le interpretazioni dei secoli successivi.
Secondo Camilleri, il contributo di Pietro di Giorgio-Ingala è stato fondamentale nella creazione della versione definitiva della leggenda. Ingala, con la sua opera storicizzante e romanzata, ha fondato una vera e propria vulgata che ha influenzato la visione della Madonna del Mazzaro nei secoli successivi. La sua narrazione, pur arricchita da suggestioni e immagini forti, ha contribuito a trasformare una leggenda popolare in un vero e proprio testo sacro e storico, che nessuno storico ha più sentito il bisogno di mettere in discussione.
Tale versione, ormai consolidata, ha acquisito il ruolo di fonte principale per la tradizione orale e scritta.

L’Evoluzione Critica e la Nuova Direzione della Ricerca

A oggi, Camilleri ritiene che la leggenda della Madonna del Mazzaro debba essere affrontata con un approccio più storico-critico, capace di esaminare le fonti primarie e di analizzare senza pregiudizi il processo evolutivo che ha portato alla costruzione del mito.
In particolare, lo storico si concentra sul fatto che il vero scopo non è più quello di indagare se i dati della leggenda siano reali o frutto di invenzione, ma di comprendere come la leggenda stessa si sia modificata e risemantizzata nel corso dei secoli, a partire dalla tradizione orale e passando per le diverse interpolazioni storiche.
Il contributo che Camilleri propone è un invito a guardare la leggenda come un testo dinamico e in continua trasformazione, che ci permette di cogliere non solo la storia della Madonna del Mazzaro, ma anche quella delle persone che l’hanno raccontata e che hanno cercato in essa un significato spirituale e identitario.
Oggi, la ricerca proposta da Camilleri non si limita alla semplice esegesi della leggenda, ma intende fare un passo in avanti nel dibattito scientifico, proponendo un metodo di ricerca che rispetti e rifletta l’evoluzione storica della leggenda della Madonna del Mazzaro.
È necessario, secondo lo storico, adottare un approccio che si concentri sulla critica delle fonti primarie, al fine di arrivare a una comprensione più completa e attuale della leggenda, del suo ruolo culturale e del suo significato spirituale.
La Madonna del Mazzaro, così come raccontata dalla tradizione, è la sintesi di un racconto in continuo divenire, e il suo studio ci permette di esplorare le dinamiche di costruzione del mito e della religiosità popolare in Sicilia, un fenomeno che non ha mai smesso di evolversi, proprio come la fede che essa rappresenta.
La ricerca di Camilleri invita a riflettere su un processo che affonda le sue radici nella memoria collettiva, un processo che, pur sempre in mutamento, continua a mantenere vivo il culto e la devozione della comunità, tramandandolo di generazione in generazione.


In foto : quadro della Madonna del Mazzaro 

In foto: documenti da cui tratto lo studio 

1. Venimecum del Seicento
Un prezioso venimecum del Seicento conservato nell’archivio della Chiesa Madonna del Mazzaro.
Questo testo, testimonianza di un’epoca di intensa religiosità, fornisce istruzioni e pratiche devozionali legate al culto della Madonna del Mazzaro, riflettendo la centralità della figura mariana nella vita spirituale della comunità locale.

2. Rollo del Settecento
Un rollo del Settecento custodito nella Chiesa Madre di Mazzarino. Questo documento storico, ricco di dettagli sulla vita religiosa del periodo, narra dell’evoluzione del culto della Madonna del Mazzaro e delle pratiche devozionali che ne segnarono la crescita durante il XVIII secolo.
 
Laura Liistro

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