Cultura
Le navi col nome “Pantelleria” / 1
Il piroscafo Pantelleria
Le tratte con Favignana e Lampedusa
La prima nave ad avere il nome ”Pantelleria” è stata un piroscafo, agli inizi del Novecento, della
società “La Sicania” (Società Anonima di Navigazione, Trapani) impiegato nel 1911 sulla tratta
Trapani – Favignana – Marsala – Mazara – Pantelleria – Lampedusa – Linosa – Porto Empedocle e
ritorno (linea circolare bisettimanale).
Linea che venne successivamente modificata, fermo restando
la sosta a Pantelleria.
I cantieri
Il capitano era Tommaso Vicari. Nel 1921 ne era capitano Achille Giummo.
Il piroscafo Pantelleria venne costruito nei cantieri Mackie e Thomson – Govan a Glasgow in
Inghilterra. Varato nel 1911, entrò immediatamente in servizio per conto della Sicania.
Dislocamento: 407,77 tonnellate di stazza lorda e 204,36 di stazza netta. Lunghezza m. 46,66,
larghezza m. 7, 343, pescaggio m. 3,265. Motori della W. V. V. Lidgerwood di Coatbridge e della
A. e W. Dalglick di Glasgow. Velocità 11,4 nodi.
Il trasporto
Il Pantelleria trasportava passeggeri (in numero di 408 max), merci e posta e all’occorrenza curava
anche l’approvvigionamento idrico. Aveva due gemelli il Lampedusa e l’Ustica, usciti anch’essi dai
cantieri di Glasgow.
Questi piroscafi, per la loro caratteristica sagoma che ricordava nella forma una
saliera, erano infatti scherzosamente chiamati “saliere” dai marinai della Sicilia Occidentale.
Il 1° gennaio 1926 alla Sicania subentrò una nuova società, La Meridionale, Società Italiana di
Navigazione a Vapore con sede a Palermo, che acquisì anche il Pantelleria, il Lampedusa e l’Ustica.
In quell’anno il piroscafo Pantelleria fece servizio anche sulla rotta Palermo-Ustica, trasportando in quest’ultima numerosi confinati politici, tra i quali Antonio Gramsci, che, arrivato il 7 dicembre, restò nell’isola 44 giorni. Con Regio Decreto del 29 giugno 1940, riguardante l’organizzazione della Marina Mercantile per il tempo di guerra, il piroscafo Pantelleria venne requisito e “temporaneamente inscritto nel ruolo del naviglio ausiliario dello Stato, nella categoria scorta convoglio”.
Il Pantelleria colpito ma non affondato
Il 6 aprile 1943, alle ore 15:13, vi fu un’incursione sul porto di Trapani da parte di 18 bombardieri
B-17 (le micidiali Fortezze Volanti) del 414th Squadron del 97th Bomber Group, che causò diversi
affondamenti tra il naviglio all’ancora, anche il Pantelleria venne colpito da bombe, s’incendiò ma
non affondò.
Il piroscafo venne demolito nel dopoguerra.
Regia Goletta armata Pantelleria
All’inizio della Grande Guerra del ’15 / ’18 la goletta a motore, con velatura a tre alberi,” Cuore di Gesù”, di proprietà dell’armatore Raffaele Di Maio di Torre del Greco, venne acquistata dalla Regia Marina, che vi fece installare due cannoni, ribattezzandola col nuovo nome di “Pantelleria”.
Compito bellico della goletta
Compito della goletta armata era quello di pattugliare il mare del Golfo di Taranto e di dare
l’allarme nell’eventualità di navi nemiche in avvicinamento alle coste e a quel porto militare. La
goletta, per le sue funzioni di guerra, aveva un equipaggio di 13 uomini più il comandante, il capo
timoniere Salvatore Cimmino da Sorrento.
Il Cuore di Gesù, poi Pantelleria, era stato varato nell’anno 1909 dai cantieri A. Donnarumma di
Torre del Greco. Aveva una lunghezza di m. 32,35, una larghezza di m. 7,05 e un pescaggio di m.
3,00. Il tonnellaggio era di 129,69 lordo e 103,55 netto. Attrezzato con tre alberi e bompresso e un
motore a petrolio.
Nella notte del 14 agosto 1916 la regia goletta armata Pantelleria, nel suo consueto giro di
perlustrazione, vide emergere, a circa un miglio di distanza, la sagoma di un sommergibile nemico.
Si trattava dell’austro-ungarico U-4, comandato dal tenente di vascello (linienschiffsleutnant)
Rudolf von Singule.
La reazione degli italiani fu immediata e coraggiosa ad un tempo, aprendo il fuoco con ambedue i
cannoni in dotazione. Alcuni marinai spararono financo con i loro fucili.
Gli austriaci risposero
subito con il loro cannone, che però s’inceppò al secondo colpo. A quel punto il comandante
Singule, un asso degli affondamenti, ordinò l’immersione rapida e nel contempo fece lanciare uno
dei due siluri a disposizione, che andò a colpire in pieno la goletta aprendo un pauroso squarcio
nella fiancata, in cui entrò a cascata il mare.
Allora il comandante Cimmino bruciò i documenti di bordo e fece lanciare un messaggio di
soccorso:
“Siamo stati colpiti.
È la fine. Siamo all’altezza di Punta Alice 39°24’04,1 N – 17°09’20,57 E”.
Appena qualche istante dopo la goletta s’inabissò, trascinando negli abissi marini l’intero
equipaggio. Ma nel risucchio del relitto, che sprofondava, cinque marinai vennero sbalzati fuori e,
malgrado il mare mosso, riuscirono ad aggrapparsi ad una tavola galleggiante. Ma nel corso della
restante notte le forti onde e il freddo vollero il tributo di altre tre vite di quei marinai.
Solo due
sopravvissero, De Luca e Di Stefano, e furono salvati l’indomani, 15 agosto, dal Regio
Cacciatorpediniere Rosolino Pilo, che nel frattempo era sopraggiunto sul luogo del disastro.
Al comandante Salvatore Cimmino da Sorrento venne concessa la medaglia d’argento al valor
militare “sul campo”.
Motivazione:
“Imbarcato su veliero a motore Pantelleria destinato al servizio di crociera nel Golfo di Taranto
essendo stata la nave sotto vela, in notte oscura, avvicinata da sommergibile nemico, concorreva
con fermezza e slancio a recargli offesa. Colpito il veliero da siluro, periva con la sua nave.
Golfo di Taranto, 14 agosto 1916”.
Ai marinai dell’equipaggio del Pantelleria, caduti nell’adempimento del loro dovere, venne
concessa la medaglia di bronzo al valor militare con la seguente motivazione:
“Imbarcato su veliero a motore Pantelleria destinato al servizio di crociera nel Golfo di Taranto
essendo stata la nave sotto vela, in notte oscura, avvicinata da sommergibile nemico, concorreva
con fermezza e slancio a recargli offesa. Colpito il veliero da siluro, periva con la sua nave.
Golfo di Taranto, 14 agosto 1916”.
Il comandante Rudolf von Singule terminò la guerra con la Croce di Cavaliere dell’Ordine Militare
di Santa Teresa, la massima decorazione al valore concessa dall’Austria, in quanto uno dei maggiori
assi tra i sommergibilisti austro-ungarici, vantando al suo attivo ben 22.273 tonnellate di naviglio
affondato (15 mercantili e 1 nave da guerra).
Il relitto della Regia goletta armata Pantelleria e i suoi prodi marinai giacciono, a sempiterna
guardia, negli abissi del mar Ionio al largo di Cirò Marina, presso Punta Alice, in posizione
39°24’04,1 Nord – 17°09’20,57 Est. Che le acque del mare sia lieve sudario per quei coraggiosi.
Regio Rimorchiatore Pantelleria
Il rimorchiatore militare Pantelleria da 230 tonnellate, in forza alla Regia Marina, era stato varato nell’anno 1930. Durante la seconda guerra mondiale, all’alba del 19 novembre 1942, mentre faceva parte di in convoglio, fu sorpreso da una tremenda mareggiata che lo fece incagliare sulla costa di Torre Canosa presso Bari.
Appena fu possibile, considerato il tempo di guerra, il rimorchiatore fu
disincagliato e riportato, per le opportune riparazioni, nel porto di Bari.
Era ancora in stato di disponibilità per le riparazioni, quando il Pantelleria venne colato a picco
dalle bombe nella devastante incursione della Luftwaffe del 2 dicembre 1943, che devastò
completamente il porto Bari, affondando e danneggiando gravemente numeroso naviglio alleato e
italiano. Recuperato nuovamente nel dopoguerra, il rimorchiatore venne rimesso in efficienza per i
ruoli della nuova Marina Militare.
Venne radiato nel 1983.
Orazio Ferrara (1 – continua)
Foto: Il piroscafo saliera Ustica gemello del Pantelleria
Cultura
Giacomo Leopardi nella chiave di lettura dei prof Certa e Marchica. Da Sciacca a Recanati il mondo del Poeta
Un importante riconoscimento culturale per Sciacca, e la provincia di Agrigento tutta, arriva dalla
città di Recanati, patria di Giacomo Leopardi.
Giovedì 28 maggio 2026, presso la prestigiosa Sala
Foschi del Centro Nazionale di Studi Leopardiani (CNSL), si è svolta la presentazione dei volumi
“Leopardi e il suo mondo” e “Giacomo Leopardi – Scienza Filosofia e Teatro”, firmati dai professori
saccensi Stefano Certa e Angela Marchica, coniugi e studiosi appassionati dell’opera leopardiana,
che hanno portato nel cuore della cultura leopardiana nazionale il frutto di anni di studio e ricerca
dedicati al grande poeta recanatese.
Particolarmente rilevante il fatto che entrambe le pubblicazioni siano state accolte con favore
dalla famiglia Leopardi e siano già entrate a far parte della biblioteca moderna di Casa Leopardi e
della biblioteca del Centro Nazionale di Studi Leopardiani di Recanati, due tra i più importanti
punti di riferimento per gli studi leopardiani in Italia.
L’evento, patrocinato dal Comune di Recanati, dal Liceo Classico “Giacomo Leopardi” e dal FAI Orto sul Colle dell’Infinito, ha rappresentato un importante momento di confronto culturale e scientifico, registrando l’apprezzamento delle istituzioni locali e degli studiosi presenti. I due autori saccensi sono i primi biografi siciliani di Giacomo Leopardi che presentano i loro libri al CNSL di Recanati I due autori sono stati accolti dal Presidente del Centro Nazionale di Studi Leopardiani, dott. Fabio Corvatta, dall’Assessore alla Cultura del Comune di Recanati, dott. Ettore Pelati, e dal Dirigente del Liceo Classico “Giacomo Leopardi”, prof. Ermanno Bracalente. Durante l’incontro, introdotto dal Presidente Corvatta, Stefano Certa e Angela Marchica hanno guidato il pubblico in un affascinante percorso tra letteratura, ricerca storica e curiosità biografiche, offrendo una lettura originale della figura di Giacomo Leopardi e suscitando grande interesse tra i presenti.
Docenti di matematica e fisica, Stefano Certa e Angela Marchica condividono da anni non soltanto
l’attività professionale, ma anche una intensa attività di ricerca culturale. La loro scelta di utilizzare
la biografia come strumento privilegiato per comprendere l’uomo Leopardi ha consentito di
portare alla luce episodi e aspetti spesso trascurati dalla storiografia tradizionale.
Il volume “Leopardi e il suo mondo”, una monumentale biografia di 760 pagine, propone una
ricostruzione approfondita della vita del poeta, arricchita da documenti inediti e rari, poco
conosciuti, con particolare attenzione agli aspetti più umani e personali del grande recanatese, per
stabilire un più forte rapporto emozionale con il poeta. Il libro contiene, inoltre, nel capitolo sui
rapporti tra Leopardi e alcuni intellettuali siciliani dell’epoca (marchese Tommaso Gargallo …).
Il secondo libro, “Giacomo Leopardi – Scienza Filosofia e Teatro”, raccoglie invece undici Operette morali selezionate, ridotte e adattate dagli autori per favorire l’avvicinamento dei lettori contemporanei al pensiero leopardiano, evidenziandone i legami con la scienza, la filosofia e il teatro. Alcune di queste Operette sono già state rappresentate presso i Licei “R. Politi” di Agrigento, “E. Fermi” di Sciacca, “M. L. King” di Favara, “M. Cipolla” di Castelvetrano e altri, e in due Istituti Comprensivi di Sciacca, riscuotendo tanti consensi fra gli alunni e i docenti. Per i professori Stefano Certa e Angela Marchica, la presentazione a Recanati ha rappresentato un momento particolarmente emozionante e prestigioso, coronamento di un percorso di studio che ha trovato riconoscimento proprio nella città simbolo del poeta. Un risultato che dà lustro non solo agli autori, ma anche alle comunità agrigentina e saccense, che possono oggi annoverare tra i propri concittadini studiosi apprezzati in uno dei più autorevoli centri culturali dedicati a Giacomo Leopardi.
La giornata si è conclusa in un clima di grande partecipazione, confermando il valore di una ricerca capace di restituire al pubblico un Leopardi inedito, più umano, vicino e sorprendentemente attuale. In occasione della presentazione, hanno appreso dall’Assessore alla cultura di Recanati che sono in corso i primi contatti per un gemellaggio tra i comuni di Sciacca e Recanati.
Cultura
Pantelleria, 20 luglio per l’Internationale Moon Day va in scena “Luna e Psiche” con un programma imperdibile
Luna e Psiche è organizzato dal Circolo culturale Corso Umberto. Tanti ospiti per celebrare il satellite più inneggiato in assoluto
Lunedì 20 luglio Pantelleria ospiterà la seconda edizione della Festa Internazionale della Luna. L’evento, organizzato dal Circolo culturale Corso Umberto, con il patrocinio del Comune, si svolgerà nell’omonima strada, per l’occasione zona pedonale.
Istituita nel 2021 dall’ONU, la ricorrenza intende promuovere, attraverso l’International Moon Day, una rete mondiale di eventi organizzati da agenzie spaziali, istituzioni e associazioni di semplici cittadini, interesse e curiosità nei confronti dell’unico, amatissimo, satellite naturale terrestre.
La data non è casuale e ci riporta al 20 luglio del 1969 con il primo allunaggio umano da parte dell’equipaggio dell’Apollo 11.
A Pantelleria la festa diventa una celebrazione collettiva che intreccia performance artistiche, mostre fotografiche e momenti condivisi per esplorare la relazione profonda tra la Luna e la psiche umana.
Il programma
A partire dalle h.19.00 il Corso ospiterà Fabio Macaluso che, in dialogo con Ferruccio Osimo, psichiatra e scrittore, presenterà il suo libro “Volevo un tè al limone. La mia vita da bipolare” proposto al Premio Strega 2026. Il termine “bipolare” contiene il concetto dei due poli, due estremi, due facce della stessa realtà. Come la luna piena e la luna nuova, come la luce e il buio, come l’oscillare continuo (ciclicità) che non si può fermare ma che bisogna saper navigare per poter sopravvivere.
A seguire, alle h. 20.30, l’adattamento scenico curato da Antonietta Valenza e Lucia Boldi, di una delle novelle piu’ intense di Luigi Pirandello: “Ciaula scopre la Luna” interpretata dagli abitanti di Corso Umberto.
A conclusione, dopo un intermezzo conviviale con degustazioni di produttori locali, alla 21.30 la Festa entra nel vivo con “Lunario”, spettacolo di Teatro/Danza con le danzatrici di pizzica Giulia Pesole e Viola Centi e il musicista/narratore Gabriele Manfredi.
Il Lunario è un viaggio poetico ispirato all’opera di Alfredo Cattabiani, attraverso lo scorrere dei mesi e delle stagioni: un rito festoso che attinge alle radici profonde del Centro e del Sud Italia. A guidare il pubblico è il Custode del Tempo Sospeso, un saggio viandante e sognatore che vive con gli occhi rivolti al cielo.
Tra miti, proverbi e leggende intrecciati alle musiche e alle danze tradizionali del Centro e Sud Italia, Il Lunario diventa un rito scenico che celebra il legame profondo tra l’essere umano, la natura e il tempo che ritorna.
Durante la serata, inoltre, sarà possibile visitare, presso il Micro Spazio Hydra di Corso Umberto 17, la mostra fotografica di Nicola Ferrari “Rocce lunari”, che esplora il paesaggio costiero di Pantelleria, mentre all’Info Point di Astronomy Pantelleria, Leonardo Puleo “catturerà” le immagini del cielo per proiettarle su schermo in diretta.
Il Circolo Culturale Corso Umberto con il Patrocinio del Comune di Pantelleria presenta
Festa Internazionale della Luna II Edizione
LUNA e PSICHE – 20 luglio 2026

H.19.00 il Corso ospita Fabio Macaluso che, in dialogo con Ferruccio Osimo, psichiatra e scrittore, presenterà il suo libro “Volevo un tè al limone. La mia vita da bipolare” proposto al Premio Strega 2026. Il termine “bipolare” contiene il concetto dei due poli, due estremi, due facce della stessa realtà. Come la luna piena e la luna nuova, come la luce e il buio, come l’oscillare continuo (ciclicità) che non si può fermare ma che bisogna saper navigare per poter sopravvivere.
H. 20.30, “Ciaula scopre la Luna” di Luigi Pirandello, adattamento scenico a cura di Antonietta Valenza e Lucia Boldi, interpretata dagli abitanti di Corso Umberto.
A conclusione, dopo un intermezzo conviviale con degustazioni di produttori locali:
H. 21.30 “Lunario”, spettacolo di Teatro/Danza con le danzatrici di pizzica Giulia Pesole e Viola Centi e il musicista/narratore Gabriele Manfredi. Le sonorità popolari e la danza della pizzica interpretano la “memoria sociale” del Sud con le tradizioni legate alla cultura contadina in rapporto alle fasi lunari.
Durante la serata, inoltre, sarà possibile visitare, presso il Micro Spazio Hydra di Corso Umberto 17, la mostra fotografica di Nicola Ferrari “Rocce lunari”, che esplora il paesaggio costiero di Pantelleria, mentre all’Info Point di Astronomy Pantelleria, Leonardo Puleo “catturerà” le immagini del cielo per proiettarle su schermo in diretta.
Corso Umberto I – Piazzetta Nazario Sauro Pantelleria Centro
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Cultura
L’asino di Pantelleria, il godimento dell’indignazione e la vera crudeltà
C’è una scena che meriterebbe l’attenzione di un filosofo più che di un cronista: pochi minuti in groppa a un’asina pantesca, in riva a un lago, durante una cerimonia — animale accudito, idratato, seguito da esperti. E da qualche parte, davanti a uno schermo, qualcuno si indigna. Non si informa. Non controlla il peso trasportato, la distanza, lo stato di salute dell’animale. Si indigna. Ed è qui che comincia la cosa interessante, perché quell’indignazione non riguarda affatto l’asino. L’asino è solo il pretesto — l’oggetto attraverso cui il soggetto gode della propria collera, senza doverne pagare il prezzo in termini di conseguenze reali.
Il problema, in questo genere di indignazione, non è mai il fatto in sé. È la sua selettività: quello che si sceglie di vedere, e quello che si sceglie, con la stessa energia, di non vedere.
Un’indignazione che arriva su un traghetto
Cominciamo dal punto più semplice, e più scomodo: chi si indigna oggi per pochi metri percorsi da un’asina curata arriva quasi sempre sull’isola con un aereo o un traghetto, si muove in auto — cioè con esattamente quei mezzi meccanizzati la cui diffusione ha reso l’asino pantesco superfluo, spingendolo negli anni ’80 quasi all’estinzione. Si commuove davanti a un paesaggio, a un muretto a secco, a un terrazzamento — tutte cose che quell’animale ha contribuito a costruire, pietra su pietra, per secoli — e poi si volta indignato quando lo stesso animale compare, vivo, invece che come cartolina.

Non c’era nulla di eccezionalmente crudele nel Mediterraneo contadino che ha usato asini per duemila anni: c’era un rapporto di reciproca necessità che la meccanizzazione ha reso invisibile, permettendo a chi è arrivato dopo — su un aereo, appunto — di indignarsi comodamente per un passato che non ha mai dovuto vivere. La stessa tecnologia che ha reso l’asino superfluo è quella che oggi permette all’indignato di guardarlo da lontano, con la coscienza pulita di chi non ha mai dovuto dipendere da lui.
Basterebbe, del resto, spostarsi di poche isole più a nord per vedere che questo rapporto non è affatto un residuo del passato: ad Alicudi, nelle Eolie, dove non circolano auto, l’asino e il mulo restano ancora oggi l’unico mezzo per portare bagagli, materiali, provviste su per i sentieri scoscesi dell’isola. Nessuno si indigna per questo e nessuno rinuncerebbe al loro prezioso contributo alla comunità isolana. È lo stesso identico uso, quotidiano dice più sull’indignato che sull’animale.
Un’indignazione più tenera con gli animali che con le persone
Ma il punto più tagliente di questa selettività non riguarda il passato. Riguarda ciò che accade proprio ora, a poche miglia da quella stessa riva. Il 24 novembre 1933 la Germania nazista promulgò il Reichstierschutzgesetz, la prima legge nazionale di protezione degli animali: vietava di far lavorare un animale oltre le sue forze o di infliggergli sofferenze non necessarie — quasi la stessa lingua che oggi si userebbe per condannare un asino in una cerimonia. Gli stessi vertici del regime che promuovevano quella legge coltivavano, contemporaneamente, un’indifferenza totale per la sofferenza di esseri umani interi: Himmler, nel discorso di Posen, arrivò a definire “un crimine contro il nostro stesso sangue” il preoccuparsi dei lavoratori slavi che crollavano per sfinimento durante il lavoro forzato.
Non lo dico per accostare chi oggi si indigna per un asino in un corteo a quel regime — sarebbe un paragone tanto facile quanto disonesto. Lo dico perché quella coincidenza storica mostra, nella sua forma più estrema, un meccanismo osservabile anche su scala minuscola: la cura ostentata per la sofferenza animale non è, di per sé, garanzia di una bussola morale funzionante. Può convivere con una totale cecità verso la sofferenza umana reale. Il tratto di mare tra Pantelleria e le coste nordafricane è da anni il luogo al mondo con la più alta concentrazione di morti in mare per chilometro quadrato. Non migranti astratti: persone, con nomi, che annegano — sistematicamente, non lontano da quella stessa riva dove ci si accalora per pochi metri percorsi da un’asina.
Non è la tenerezza per l’asino il problema. È che si mobilita ferocemente per un simbolo e resta muta davanti ai fatti più gravi. L’energia morale spesa lì non è neutra: è energia sottratta a qualcosa che la meriterebbe molto di più.
Un’indignazione che si crede “pro-animale” e rischia l’opposto
C’è poi un’ultima incoerenza, forse la più sottile, perché riguarda proprio chi crede di stare dalla parte giusta. L’indignato immagina che il bene dell’asino coincida con la sua assenza dalla vita umana: non toccarlo, non usarlo, lasciarlo semplicemente esistere. Ma l’etologia non lascia molto spazio a questa lettura consolatoria: l’asino è un animale sociale, che soffre l’isolamento e trae beneficio dal movimento, dal contatto, dall’attività condivisa — purché entro il limite fisiologico, quel 20% del peso corporeo che qualunque veterinario conferma essere ben tollerato da un animale sano. Un asino tenuto fermo in un recinto, senza compiti, senza contatto, non è un asino liberato: è un asino annoiato, e la noia, per una specie sociale, non è un dettaglio da poco.
E qui l’ipocrisia si chiude su se stessa nel modo più elegante: la stessa indignazione che si crede a difesa dell’animale, portata alle sue conseguenze pratiche — nessun contatto, nessuna funzione, nessun motivo per cui qualcuno continui a occuparsene — è quella che più probabilmente lo condanna all’abbandono in un recinto, mantenuto finché ci sono fondi e volontari, dimenticato quando finiscono. Chi urla contro quella scena non sta proteggendo l’asino. Sta proteggendo un’immagine dell’asino — pura, incontaminata, buona da compatire da lontano — che non mangia, non si riproduce, e non ha bisogno di nessuno che se ne prenda cura, perché non esiste.
Proviamo a girare la stessa logica verso l’uomo, e la sua assurdità diventa evidente. Un operaio che passa otto ore su una catena di montaggio, un contadino sotto il sole, un minatore, un infermiere di notte: tutti possono essere “sfruttati” nel senso più letterale — il loro corpo è utilizzato, fatica, si consuma. La medicina del lavoro esiste proprio per questo, per tracciare il confine tra fatica sostenibile e fatica che danneggia. Ma nessuno — nessuno con un minimo di buon senso — propone di risolvere la faccenda mettendo i lavoratori in un recinto, nutrendoli, liberandoli per sempre dalla necessità di contribuire a qualcosa. Perché sappiamo, per gli uomini, che il lavoro entro i limiti della dignità non è solo sfruttamento: è funzione, identità, il modo in cui un essere vivente partecipa a qualcosa che lo supera.
Curioso che questa ovvietà — che nobilita il lavoro umano in leggi, contratti, retoriche politiche di ogni colore — sparisca esattamente quando si tratta di un asino. È la stessa ipocrisia vista da un’altra angolazione: quella tenerezza che si nega a se stessa la possibilità che il lavoro, per un animale come per un uomo, possa essere una forma di dignità e non solo di sfruttamento.
Una parentesi, da chi la stessa tecnologia la costruisce
Lavoro nella robotica e nell’automazione, e non è un dettaglio neutro rispetto a tutto questo: la tecnologia che ha reso l’asino superfluo — di cui l’indignato di oggi si serve senza pensarci, arrivando in aereo, spostandosi in auto — è la stessa cosa, in scala diversa, che io stesso contribuisco a costruire ogni giorno, sostituendo con macchine quello che oggi fanno mani, braccia, gambe umane. Non lo dico per assolvermi in anticipo, ma per il motivo opposto: sono dentro lo stesso meccanismo che ha reso l’asino superfluo, non fuori da esso a giudicarlo. E chi lavora, come me, su cose che sostituiscono mestieri umani dovrebbe tenerlo a mente prima di scandalizzarsi per un’asina: la tecnologia non chiede il permesso a nessuno, uomo o animale, prima di togliergli l’ultima ragione per essere ancora necessario. Spetta a noi tenere in piedi la bellezza, i gesti, le attività che hanno reso possibile questo territorio — al riparo tanto dallo sfruttamento quanto dagli estremismi di chi, in nome della loro tutela, finisce per condannarli all’oblio.
Francesco Belvisi
In copertina immagine da Pantelleria Archvio Storico
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