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Curiosità

La Cina è sbarcata su Marte: le primissime straordinarie immagini

Giuliana Raffaelli

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Alle 01:18 (ora italiana) di sabato 15 maggio 2021 il rover Zhurong, della missione spaziale cinese Tianwen-1 (che significa letteralmente “Domande per il paradiso”, antica poesia cinese), ha toccato la superficie di Marte. Ed è la prima volta per un paese asiatico.

L’obiettivo è stato tutt’altro che semplice: fallito nel corso degli anni da numerose missioni internazionali è stato raggiunto solo di recente (18 febbraio 2021) dagli americani della Nasa. La Cnsa (China national space administration) ha quindi segnato un traguardo storico nelle esplorazioni spaziali: la Cina è il secondo Paese al mondo a compiere l’impresa.

Ma vediamo più nel dettaglio come è andata.

Il 23 luglio 2020, alle 6.41 ora italiana, la sonda Tianwen-1 viene lanciata in orbita dal Centro spaziale di Wenchang sull’isola di Hainan. Tianwen-1 è composta da tre parti: la sonda spaziale vera e propria che rimarrà in orbita intorno a Marte; il lander che resterà fisso sul suolo marziano e il rover che si muoverà ed esplorerà il pianeta.

Il 24 febbraio 2021 entra nell’orbita del Pianeta rosso. Per circa tre mesi lo sorvola e scatta le prime tre straordinarie fotografie in alta risoluzione (due in bianco e nero e una a colori). Poi, dopo essersi staccata dall’orbiter e aver volato per circa tre ore, entra nell’atmosfera di Marte. Nove minuti per attraversarla, “nove minuti di terrore” (due in più rispetto al rover americano). Poi tocca il suolo marziano.

In quei nove minuti compie operazioni complicatissime e avvincenti. Mentre decelera, passando da 20 mila chilometri orari a zero, apre il paracadute, si libera prima dello scudo termico, poi del paracadute stesso, accende i retrorazzi, individua il sito più adatto all’ammartaggio (una vasta pianura chiamata “Utopia Planitia”) e completa la discesa eseguendo il touchdown. Il tutto in soli nove minuti. E al primo tentativo. Davvero straordinario.

Immediate le congratulazioni non solo del presidente cinese Xi Jinping ma anche della Nasa. Xi parla di un importante passo avanti nell’esplorazione spaziale del Paese, un salto dal sistema Terra-Luna a quello interplanetario. L’impronta del popolo cinese, lasciata per la prima volta su Marte, segna un’altra pietra miliare nello sviluppo dell’industria spaziale del Paese. Thomas Zurbuchen, direttore delle ricerche scientifiche della Nasa ha fatto sapere attraverso Twitter che “Insieme alla comunità scientifica mondiale, attendo con impazienza gli importanti contributi che questa missione darà all’umanità per la comprensione del Pianeta rosso”.

Ma andiamo avanti con il racconto. Il rover Zhurong è ora su Marte. ll suo obiettivo è tutto scientifico: studiarne le caratteristiche geologiche e comprenderne la composizione. La sonda ha inoltre il compito di analizzare e mappare alcune regioni del pianeta. E lo farà usando i sette strumenti scientifici di cui è munito che, a parte le fotocamere, comprendono un radar per lo studio del sottosuolo, un rilevatore di campo magnetico e una stazione meteo. E come i suoi due “compagni terrestri” già operativi su Marte (Curiosity e Perseverance), funziona a pannelli solari.

A conferma dell’effettivo ammartaggio e dell’operatività, il rover ha iniziato a scattare le prime foto che, orgogliosamente, sono state diffuse dall’agenzia spaziale cinese il 19 maggio.

La prima immagine mostra il suolo marziano di fronte al rover e la rampa dalla quale scenderà per andare a esplorare il pianeta. In basso a destra si vede una sua ruota.

La seconda immagine mostra la parte posteriore del rover: si vedono i pannelli solari che producono l’energia elettrica necessaria alla sua alimentazione.

E ora due curiosità. La prima sul nome della sonda Zhurong.

Zhurong è il dio del fuoco nella mitologia cinese e rievoca il nome del pianeta rosso, Huoxing che, appunto, significa “pianeta del fuoco”. Secondo i suoi ideatori il fuoco ha portato calore e luminosità agli antenati dell’umanità illuminando la civiltà umana, così come fa oggi la sonda spaziale.

In dettaglio “Zhu” significa “desiderio” ed esprime i buoni auspici per l’esplorazione dell’universo da parte dell’umanità. “Rong” significa “integrazione” e/o “cooperazione” e riflette la visione della Cina sull’uso pacifico dello spazio e la costruzione di una comunità con un futuro condiviso per tutta l’umanità.

Il nome è quindi un altro esempio di “romanticismo” scientifico del team aerospaziale cinese. Tutti i nomi dei altri veicoli spaziali (Tianwen, Chang’e e Beidou) sono legati alla cultura tradizionale cinese e mostrano lo spirito di esplorazione di tale popolo e la sua fiducia culturale.

Dare al primo rover marziano cinese il nome del dio del fuoco significa, secondo Wu Yanhua, vice direttore della Cnsa, “accendere la fiamma dell’esplorazione planetaria del paese asiatico”.

La seconda curiosità sui “fallimenti” marziani.

Abbiamo già accennato che in molti hanno fallito l’“obiettivo Marte” in passato. Nel 2011 gli stessi cinesi hanno fallito la loro prima operazione in collaborazione con la Russia. Ma in quella occasione la sonda non era nemmeno uscita dall’orbita terrestre.

Passiamo ora agli Stati Uniti: il paese è stato più testardo, o meglio, più “perseverante” e ha tentato ben nove volte dal 1976 a oggi. C’è riuscito solo a febbraio di quest’anno.

E infine l’Unione Sovietica: il paese ha raggiunto l’obiettivo già nel 1971, ma la missione è fallita rapidamente subito dopo il tochdown.

(Credit immagine: tutte le foto sono tratte dal sito della Cnsa. La foto di copertina mostra la prima foto del polo nord di Marte fatta dalla sonda cinese durante i tre mesi di sorvolo del pianeta)

Giuliana Raffaelli

Laureata in Scienze Geologiche, ha acquisito il dottorato in Scienze della Terra all’Università di Urbino “Carlo Bo” con una tesi sui materiali lapidei utilizzati in architettura e sui loro problemi di conservazione. Si è poi specializzata nell’analisi dei materiali policristallini mediante tecniche di diffrazione di raggi X. Nel febbraio 2021 ha conseguito il Master in Giornalismo Scientifico all'Università Sapienza di Roma con lode e premio per la migliore tesi. La vocazione per la comunicazione della Scienza l’ha portata a partecipare a moltissime attività di divulgazione. Fino a quando è approdata sull’isola di Pantelleria. Per amore. Ed è stata una passione travolgente… per il blu del suo mare, per l’energia delle sue rocce, per l’ardore delle sue genti.

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Curiosità

Tra l’estate e i biscotti inzuppati nel moscato di Pantelleria, ecco la festa di San Martino

Nicoletta Natoli

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San Martino di Tours è uno dei santi più venerati in Occidente, e in suo onore sono state erette numerose chiese nel mondo, di cui oltre 4.000 si trovano in Francia. Protettore, tra gli altri, degli albergatori, dei cavalieri, dei viaggiatori, degli ubriachi e dei mariti traditi, rientra tra i primi santi non martiri proclamati dalla Chiesa Cattolica, ed è venerato anche dalla Chiesa ortodossa e da quella copta.

Al santo francese per eccellenza sono legate diverse tradizioni in Italia e in tutto il mondo, e pure il periodo autunnale chiamato proprio “Estate di San Martino”, nel quale solitamente si rilevano condizioni climatiche di bel tempo e un discreto tepore. Tale nome ha origine da un episodio che cambiò la vita all’allora diciannovenne Martino e lo consegnò alla storia, alla leggenda e alla santità. Quando questi rivestiva la carica di “Circitor” in Gallia, occupandosi della ronda notturna, dell’ispezione dei posti di guardia e della sorveglianza delle guarnigioni, una notte incontrò un povero vecchio mezzo nudo e infreddolito. Vedendolo sofferente, spezzò il suo mantello militare di lana in due parti e gliene diede una metà. Quella stessa notte, gli apparve in sogno Gesù che raccontava agli angeli del soldato di nome Martino, non battezzato, che lo aveva vestito. Al suo risveglio, il mantello era miracolosamente integro, e aveva preso il posto della neve un caldo sole di un’eccezionale estate, che ogni anno riviviamo appunto a novembre, sebbene quest’anno la situazione sia leggermente diversa. Dopo quest’esperienza mistica, il giovane si convertì, si battezzò e diventò Vescovo di Tours, dove portò avanti la sua vita pastorale fino alla sua morte nel 397 d.C.

La ricorrenza di San Martino coincide con la data di inizio e fine dell’anno agricolo, e ci dà la possibilità di parlare anche di una tradizione gastronomica siciliana. Si tratta della preparazione di un tipo di biscotti croccanti, che in onore del santo vengono chiamati Sammartinelli, e solitamente sono serviti accompagnati dal moscato di Pantelleria, come ci racconta il detto popolare “I viscotta ri Sammartinu abbagnati ‘nto muscatu” (i biscotti di San Martino inzuppati nel moscato). Provenienti dalla tradizione povera, questi dolci speciali possono essere secchi oppure farciti con ricotta o marmellata.

La presenza del vino insieme ai biscotti, tra l’altro, si lega a una fase ben precisa della produzione vinicola, ovvero la prima spillatura del vino novello. Nei primi giorni di novembre, infatti, il mosto ha completato la sua fermentazione e le botti possono essere aperte per tirare fuori il loro prezioso contenuto. Del resto, come ci insegna un altro proverbio siciliano: “A San Martinu, ogni mustu è vinu”!

Nicoletta Natoli

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Curiosità

Dalla Siria alla Sicilia le origini del cannolo tra il sacro e il profano

Nicoletta Natoli

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Tubus farinarius dulcissimo edulio ex lacte fartus”, ovvero un tubo di farina ripieno di latte per un dolcissimo cibo. Questa frase potrebbe sembrare una definizione di un cruciverba ante-litteram, ma in realtà è la prima definizione registrata del cannolo, data da Marco Tullio Cicerone nel periodo in cui era il questore dell’odierna Marsala (75 a.C.).

Sebbene le notizie sulla sua storia non siano registrate, attraverso gli accenni presenti in numerosi scritti possiamo comunque scoprire interessanti curiosità sul cannolo e analizzarlo anche da una prospettiva diversa. Se da un lato c’è il chiaro riferimento all’epoca romana attraverso le parole di Cicerone, dall’altro ci sono leggende e aneddoti che ci riportano in Sicilia nel periodo della dominazione araba.

La città natale di questa prelibatezza sarebbe Caltanissetta, sede di numerosi harem di emiri saraceni. Qui le concubine dell’emiro per passare il tempo si dedicavano alla realizzazione di dolci, e in uno dei loro esperimenti avrebbero creato il cannolo, la cui intrigante forma cilindrica sarebbe un’evidente allusione alle doti amatorie del Sultano e alla sua virilità. Il risultato di questa preparazione è il dolce citato da Cicerone rielaborato sulla base di un dolce arabo già esistente, a base di ricotta, mandorle e miele, e chiamato qanawāt, come il toponimo di un villaggio siriano.

Se parlassimo di una sorta di “religione del cannolo”, potremmo dire che le sue origini musulmane non stupiscono più di tanto, dal momento che la varietà dei suoi sapori e la pomposità della sua composizione non si sposano con la sobrietà che caratterizza la religione cristiana. D’altro canto, però, il cannolo è siciliano in tutto e per tutto, è colorato come la Sicilia ed è pieno di contrasti come ogni siciliano che si rispetti, con una scorza ruvida esterna a cui fa da contraltare una morbida crema all’interno.

Si tramanda che insieme alla leggenda delle concubine ce ne sia un’altra, sempre ambientata a Caltanissetta, che invece avvicina i cannoli al mondo cattolico, dato che secondo questo racconto sarebbero stati preparati per la prima volta in un convento. Le suore, infatti, soprattutto a Carnevale si dilettavano nella preparazione di dolci di ricotta e mandorle tritate, decorati con scaglie di cioccolato; dato che arrotolavano l’impasto attorno a una canna di fiume per poi friggerlo nello strutto, avrebbero proprio battezzato la delizia ispirandosi alla sua forma. Tra le due leggende ci sarebbe un legame documentato da un dato storico: quando si svuotarono gli harem con l’arrivo dei Normanni in Sicilia, molte concubine convertitesi al Cristianesimo presero i voti e probabilmente portarono con sé in convento anche le ricette, compresa quella del cannolo.

In un intreccio di tradizioni cristiane e musulmane, in un giro tra il sacro e il profano, è affascinante vedere come questo dolcissimo tubo sia riuscito a conquistare tanto le concubine quanto le suore, e a mettere d’accordo anche due mondi apparentemente molto lontani. Ancora oggi i cannoli sono ritenuti di buon auspicio, portatori di fecondità e perfino capaci di scacciare ogni malignità; la tradizione vuole che quando vengono offerti dovrebbero essere 12 o multipli di 12, perché questo numero rappresenta i mesi dell’anno e i cicli lunari, e donarne tanti significa augurare prosperità e abbondanza.

 

Nicoletta Natoli

 

 

 

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Curiosità

Dalla cassata alla cassateddra di Pantelleria, curiosità e storia della tradizione dolciaria siciliana

Nicoletta Natoli

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Ambasciatrice della pasticceria siciliana nel mondo insieme ai cannoli, la cassata siciliana, in quanto produzione tipica, è stata ufficialmente riconosciuta e inserita nella lista dei prodotti agroalimentari tradizionali italiani, redatta dal Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali. Conosciuta nelle sue due varietà, al forno e con i canditi, può essere considerata il dolce che rappresenta meglio l’essenza stessa della Sicilia come culla di numerose civiltà, dal momento che le sue caratteristiche sono il frutto di diversi contributi culturali e gastronomici.

Trionfo di colori, odori e sapori, quest’opera d’arte culinaria affonda le sue radici nella Grecia antica e nella Magna Grecia. Catone racconta che qui i Romani preparavano un dolce a base di formaggio fresco addolcito con il miele, descritto come una focaccia cotta a fuoco lento che ha tutte le carte in regola per essere considerata l’antenata della cassata al forno. Petronio, invece, parla di un dolce confezionato con la pasta del pane, la ricotta e il miele, del quale troviamo addirittura una rappresentazione grafica. Infatti, negli scavi di Oplontis, località archeologica vesuviana, è stato rinvenuto un affresco sui resti delle mura della Villa di Poppea, che riproduce proprio il dolce e dal quale, tra l’altro, è stata ricavata la ricetta della cassata oplontina di Torre Annunziata.

Il contributo definitivo per la codifica della prima vera versione della cassata al forno è stato dato durante il periodo della dominazione araba in Sicilia. Furono infatti i cuochi della corte dell’Emiro, situata a Palermo in piazza Kalsa, ad avvolgere per primi l’impasto di zucchero e ricotta con uno strato di pasta frolla, e a decidere di cuocere il tutto al forno. Il nome cassata deriverebbe quindi dalla parola qashatah, che in arabo significa “ciotola rotonda”, usata per indicare il recipiente in cui si cucinava il dolce. A sostegno di quest’ipotesi non mancano le testimonianze scritte, come ad esempio il Declarus, vocabolario siciliano-latino redatto da Angelo Sinesio nel XIV secolo e primo testo in cui compare la parola cassata, descritta come un piatto composto da pasta di pane e formaggio.

La cassata al forno continuerà a essere l’unica variante conosciuta fino alla fine del XIX secolo, come confermato anche da alcuni vocabolari siciliani etimologici. La coloratissima trasformazione nella variante conosciuta in tutto il mondo si attribuisce al pasticcere palermitano Salvatore Gulì, proprietario di una pasticceria a Palermo dove si fabbricavano anche canditi. Insignito del titolo di “Confetturiere della Casa Reale”, durante la sua partecipazione all’Esposizione Universale di Vienna del 1873 decise di utilizzare la ragguardevole quantità di frutta candita invenduta dalla sua fabbrica per decorare la cassata, coniando il nuovo nome “cassata alla siciliana”. La ricetta della cassata al forno fu quindi stravolta, inserendo al posto della pasta frolla il pan di spagna inzuppato di marsala, e aggiungendo una glassa di chiara d’uovo molto zuccherata, ricoperta appunto di frutta candita. L’imprenditore palermitano Ignazio Florio fu il primo a intuire la bontà e l’importanza di questo dolce, e così decise di spedirlo in tutto il mondo, donandolo a teste coronate, commercianti, giornalisti e magnati. Senza il suo contributo sarebbe stato impossibile far arrivare ovunque il profumo, il colore e il sapore di una specialità dolciaria capace di nutrire il corpo e anche lo spirito, diventata un simbolo assoluto di sicilianità.

Dopo aver parlato della cassata siciliana, meritano assolutamente una menzione le cassate pantesche, chiamate “cassategge” in dialetto. Sono dei piccoli scrigni di pasta sfoglia cotti al forno, farciti con la ricotta oppure con una crema leggera. Tradizionalmente venivano preparate esclusivamente per la Domenica delle Palme e a Pasqua, ma adesso possono essere acquistate nelle pasticcerie isolane tutto l’anno.

 

Nicoletta Natoli

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