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Curiosità

Vaccini, la classifica dei diffusori di fake news. Sul podio i politici

Giuliana Raffaelli

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Non è solo la pandemia ad aver colpito il cittadini in questo ultimo anno. Un altro flagello, più subdolo e silente, si è abbattuto sulle nostre vite: l’infodemia, ossia la circolazione di eccessive quantità di informazioni, talvolta non vagliate con accuratezza, che rendono difficile orientarsi sull’argomento per la difficoltà di individuare fonti affidabili.

A creare la maggiore confusione, soprattutto sui social e nello specifico su Twitter, sarebbero i politici, seguiti da attivisti e imprenditori.

È questo il risultato di una recente analisi condotta da Iconsulting, società italiana specializzata nel data-driven transformation, analisi di big data attraverso l’elaborazione di specifici algoritmi. Inserita dal Corriere della Sera nella classifica delle “magnifiche 800”, Iconsuting risulta tra le aziende italiane protagoniste della ripresa economica che si sono distinte per crescita e profittabilità durante l’anno di pandemia.

Il metodo usato. Iconsulting si è affidato a tecniche di Advanced Analytics e a meccanismi di regressione di Machine Learning. L’approccio adottato si basa sulle bolle informative e punta sulla facilità di applicazione dell’analisi. È stato applicato allo studio del comportamento di Twitter, social media molto utilizzato in questi ultimi anni per diffondere contenuti informativi. Il modello è stato “allenato” a riconoscere le bufale (anche dette fake news) a partire da una base informativa relativamente piccola. Grazie a un’architettura scalabile, il sistema ha fornito analisi quotidiane all’interno del bacino di utenza (Twitter) relativamente ai contenuti sui vaccini, garantendo precisione e buone prestazioni nell’elaborazione dei dati.

In dettaglio, l’algoritmo ha assegnato un punteggio a ogni singolo profilo italiano che abbia utilizzato i seguenti hashtag: #vaccino, #vaccini, #novax, #astrazeneca, #PfizerBioNTech, #Moderna, #sputnik. Grazie a una serie di dati iniziali riguardo la veridicità di determinate notizie, l’algoritmo è stato in grado di assegnare un punteggio da 0 a 1 ai post che le contengono. A questo punto, lo score è stato assegnato agli utenti, in base a come essi interagiscono con i post in esame.

I risultati dell’analisi. La Polizia Postale aveva evidenziato, nel Report 2020, un aumento di segnalazioni di false notizie durante il primo anno di pandemia pari al 436%. Difficile quindi capire come orientarsi e a chi dare fiducia. Ma quali categorie possono essere considerate attendibili e quali, invece, lo sono meno? A questa domanda ha risposto Iconsulting con l’applicazione dell’algoritmo creato ad hoc di cui sopra.

Il periodo analizzato va dal 27 dicembre 2020 (il cosiddetto Vaccination Day) al 19 aprile 2021: in questi mesi il topic “vaccini” ha generato in Italia 25.691 tweet e 194.752 retweet. 7 tweet su 10 hanno riportato notizie attendibili.

Sul podio dei diffusori di più fake news ci sono i politici (44%), che hanno anche una media di retweet molto alta, seguiti da attivisti (43%) e imprenditori (40%), il cui tasso di attendibilità diminuisce nel corso dei mesi.

Un trend inaspettato, se si considera che la categoria dei politici dovrebbe essere in prima fila a supportare la ripartenza, sostenendo la campagna vaccinale con notizie chiare e certe.

Al quarto posto il mondo dell’istruzione (37%), con un tasso di attendibilità intorno al 60%. Un gruppo composto in prevalenza da professori e ricercatori: tra loro, come tra i politici, si evidenziano posizioni polarizzate e meno oggettive, a cui l’algoritmo assegna uno score di affidabilità inferiore.

Sul fronte opposto, cioè tra quelli che diffondono notizie ritenute “corrette”, ci sono gli organismi governativi e il mondo della sanità. Entrambi si sono distinti per aver offerto una cronaca altamente affidabile e verificata sul tema vaccini e sul relativo processo di somministrazione. Nel primo caso l’indice di attendibilità è del 99%, nel secondo del 91%.

Anche in questo caso il risultato sorprende molto. Ci si sarebbe infatti aspettato che la categoria più affidabile, in quanto più competente in materia di salute e vaccini e dalla quale partono i dati ottenuti con l’applicazione del metodo scientifico (per sua stessa natura, oggettivo, affidabile e verificabile), fosse proprio quella dei medici, seguita dalle Istituzioni, che dovrebbero invece attenersi alle loro indicazioni.

Concludiamo con l’analisi dell’attendibilità di media e giornalisti. Diversamente dall’opinione che si è diffusa in questi ultimi mesi, i tanto bistrattati media hanno mostrato una credibilità elevata (90%). Un po’ meno affidabile è risultata la classe dei giornalisti (77%), anche se questi ultimi non sono stati ritenuti tra i più prolifici creatori di fake news.

Le redazioni mostrano serietà, autorevolezza e impegno nel controllo e nella verifica delle notizie, anche se spesso le testate (seppure autorevoli) si sono rivelate inclini alla condivisione di contenuti non corretti, soprattutto nei momenti di crisi, a causa del poco tempo a disposizione e dell’elevato numero di eventi da coprire.

Anche la caccia spasmodica da parte dei lettori sul web si traduce spesso in un’analisi superficiale dei fatti, che privilegia la ricerca di storie sempre più coinvolgenti, pur con la consapevolezza che le emozioni forti modellano la viralità delle notizie.

Giuliana Raffaelli

Laureata in Scienze Geologiche, ha acquisito il dottorato in Scienze della Terra all’Università di Urbino “Carlo Bo” con una tesi sui materiali lapidei utilizzati in architettura e sui loro problemi di conservazione. Si è poi specializzata nell’analisi dei materiali policristallini mediante tecniche di diffrazione di raggi X. Nel febbraio 2021 ha conseguito il Master in Giornalismo Scientifico all'Università Sapienza di Roma con lode e premio per la migliore tesi. La vocazione per la comunicazione della Scienza l’ha portata a partecipare a moltissime attività di divulgazione. Fino a quando è approdata sull’isola di Pantelleria. Per amore. Ed è stata una passione travolgente… per il blu del suo mare, per l’energia delle sue rocce, per l’ardore delle sue genti.

Curiosità

Tra l’estate e i biscotti inzuppati nel moscato di Pantelleria, ecco la festa di San Martino

Nicoletta Natoli

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San Martino di Tours è uno dei santi più venerati in Occidente, e in suo onore sono state erette numerose chiese nel mondo, di cui oltre 4.000 si trovano in Francia. Protettore, tra gli altri, degli albergatori, dei cavalieri, dei viaggiatori, degli ubriachi e dei mariti traditi, rientra tra i primi santi non martiri proclamati dalla Chiesa Cattolica, ed è venerato anche dalla Chiesa ortodossa e da quella copta.

Al santo francese per eccellenza sono legate diverse tradizioni in Italia e in tutto il mondo, e pure il periodo autunnale chiamato proprio “Estate di San Martino”, nel quale solitamente si rilevano condizioni climatiche di bel tempo e un discreto tepore. Tale nome ha origine da un episodio che cambiò la vita all’allora diciannovenne Martino e lo consegnò alla storia, alla leggenda e alla santità. Quando questi rivestiva la carica di “Circitor” in Gallia, occupandosi della ronda notturna, dell’ispezione dei posti di guardia e della sorveglianza delle guarnigioni, una notte incontrò un povero vecchio mezzo nudo e infreddolito. Vedendolo sofferente, spezzò il suo mantello militare di lana in due parti e gliene diede una metà. Quella stessa notte, gli apparve in sogno Gesù che raccontava agli angeli del soldato di nome Martino, non battezzato, che lo aveva vestito. Al suo risveglio, il mantello era miracolosamente integro, e aveva preso il posto della neve un caldo sole di un’eccezionale estate, che ogni anno riviviamo appunto a novembre, sebbene quest’anno la situazione sia leggermente diversa. Dopo quest’esperienza mistica, il giovane si convertì, si battezzò e diventò Vescovo di Tours, dove portò avanti la sua vita pastorale fino alla sua morte nel 397 d.C.

La ricorrenza di San Martino coincide con la data di inizio e fine dell’anno agricolo, e ci dà la possibilità di parlare anche di una tradizione gastronomica siciliana. Si tratta della preparazione di un tipo di biscotti croccanti, che in onore del santo vengono chiamati Sammartinelli, e solitamente sono serviti accompagnati dal moscato di Pantelleria, come ci racconta il detto popolare “I viscotta ri Sammartinu abbagnati ‘nto muscatu” (i biscotti di San Martino inzuppati nel moscato). Provenienti dalla tradizione povera, questi dolci speciali possono essere secchi oppure farciti con ricotta o marmellata.

La presenza del vino insieme ai biscotti, tra l’altro, si lega a una fase ben precisa della produzione vinicola, ovvero la prima spillatura del vino novello. Nei primi giorni di novembre, infatti, il mosto ha completato la sua fermentazione e le botti possono essere aperte per tirare fuori il loro prezioso contenuto. Del resto, come ci insegna un altro proverbio siciliano: “A San Martinu, ogni mustu è vinu”!

Nicoletta Natoli

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Curiosità

Dalla Siria alla Sicilia le origini del cannolo tra il sacro e il profano

Nicoletta Natoli

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Tubus farinarius dulcissimo edulio ex lacte fartus”, ovvero un tubo di farina ripieno di latte per un dolcissimo cibo. Questa frase potrebbe sembrare una definizione di un cruciverba ante-litteram, ma in realtà è la prima definizione registrata del cannolo, data da Marco Tullio Cicerone nel periodo in cui era il questore dell’odierna Marsala (75 a.C.).

Sebbene le notizie sulla sua storia non siano registrate, attraverso gli accenni presenti in numerosi scritti possiamo comunque scoprire interessanti curiosità sul cannolo e analizzarlo anche da una prospettiva diversa. Se da un lato c’è il chiaro riferimento all’epoca romana attraverso le parole di Cicerone, dall’altro ci sono leggende e aneddoti che ci riportano in Sicilia nel periodo della dominazione araba.

La città natale di questa prelibatezza sarebbe Caltanissetta, sede di numerosi harem di emiri saraceni. Qui le concubine dell’emiro per passare il tempo si dedicavano alla realizzazione di dolci, e in uno dei loro esperimenti avrebbero creato il cannolo, la cui intrigante forma cilindrica sarebbe un’evidente allusione alle doti amatorie del Sultano e alla sua virilità. Il risultato di questa preparazione è il dolce citato da Cicerone rielaborato sulla base di un dolce arabo già esistente, a base di ricotta, mandorle e miele, e chiamato qanawāt, come il toponimo di un villaggio siriano.

Se parlassimo di una sorta di “religione del cannolo”, potremmo dire che le sue origini musulmane non stupiscono più di tanto, dal momento che la varietà dei suoi sapori e la pomposità della sua composizione non si sposano con la sobrietà che caratterizza la religione cristiana. D’altro canto, però, il cannolo è siciliano in tutto e per tutto, è colorato come la Sicilia ed è pieno di contrasti come ogni siciliano che si rispetti, con una scorza ruvida esterna a cui fa da contraltare una morbida crema all’interno.

Si tramanda che insieme alla leggenda delle concubine ce ne sia un’altra, sempre ambientata a Caltanissetta, che invece avvicina i cannoli al mondo cattolico, dato che secondo questo racconto sarebbero stati preparati per la prima volta in un convento. Le suore, infatti, soprattutto a Carnevale si dilettavano nella preparazione di dolci di ricotta e mandorle tritate, decorati con scaglie di cioccolato; dato che arrotolavano l’impasto attorno a una canna di fiume per poi friggerlo nello strutto, avrebbero proprio battezzato la delizia ispirandosi alla sua forma. Tra le due leggende ci sarebbe un legame documentato da un dato storico: quando si svuotarono gli harem con l’arrivo dei Normanni in Sicilia, molte concubine convertitesi al Cristianesimo presero i voti e probabilmente portarono con sé in convento anche le ricette, compresa quella del cannolo.

In un intreccio di tradizioni cristiane e musulmane, in un giro tra il sacro e il profano, è affascinante vedere come questo dolcissimo tubo sia riuscito a conquistare tanto le concubine quanto le suore, e a mettere d’accordo anche due mondi apparentemente molto lontani. Ancora oggi i cannoli sono ritenuti di buon auspicio, portatori di fecondità e perfino capaci di scacciare ogni malignità; la tradizione vuole che quando vengono offerti dovrebbero essere 12 o multipli di 12, perché questo numero rappresenta i mesi dell’anno e i cicli lunari, e donarne tanti significa augurare prosperità e abbondanza.

 

Nicoletta Natoli

 

 

 

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Curiosità

Dalla cassata alla cassateddra di Pantelleria, curiosità e storia della tradizione dolciaria siciliana

Nicoletta Natoli

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Ambasciatrice della pasticceria siciliana nel mondo insieme ai cannoli, la cassata siciliana, in quanto produzione tipica, è stata ufficialmente riconosciuta e inserita nella lista dei prodotti agroalimentari tradizionali italiani, redatta dal Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali. Conosciuta nelle sue due varietà, al forno e con i canditi, può essere considerata il dolce che rappresenta meglio l’essenza stessa della Sicilia come culla di numerose civiltà, dal momento che le sue caratteristiche sono il frutto di diversi contributi culturali e gastronomici.

Trionfo di colori, odori e sapori, quest’opera d’arte culinaria affonda le sue radici nella Grecia antica e nella Magna Grecia. Catone racconta che qui i Romani preparavano un dolce a base di formaggio fresco addolcito con il miele, descritto come una focaccia cotta a fuoco lento che ha tutte le carte in regola per essere considerata l’antenata della cassata al forno. Petronio, invece, parla di un dolce confezionato con la pasta del pane, la ricotta e il miele, del quale troviamo addirittura una rappresentazione grafica. Infatti, negli scavi di Oplontis, località archeologica vesuviana, è stato rinvenuto un affresco sui resti delle mura della Villa di Poppea, che riproduce proprio il dolce e dal quale, tra l’altro, è stata ricavata la ricetta della cassata oplontina di Torre Annunziata.

Il contributo definitivo per la codifica della prima vera versione della cassata al forno è stato dato durante il periodo della dominazione araba in Sicilia. Furono infatti i cuochi della corte dell’Emiro, situata a Palermo in piazza Kalsa, ad avvolgere per primi l’impasto di zucchero e ricotta con uno strato di pasta frolla, e a decidere di cuocere il tutto al forno. Il nome cassata deriverebbe quindi dalla parola qashatah, che in arabo significa “ciotola rotonda”, usata per indicare il recipiente in cui si cucinava il dolce. A sostegno di quest’ipotesi non mancano le testimonianze scritte, come ad esempio il Declarus, vocabolario siciliano-latino redatto da Angelo Sinesio nel XIV secolo e primo testo in cui compare la parola cassata, descritta come un piatto composto da pasta di pane e formaggio.

La cassata al forno continuerà a essere l’unica variante conosciuta fino alla fine del XIX secolo, come confermato anche da alcuni vocabolari siciliani etimologici. La coloratissima trasformazione nella variante conosciuta in tutto il mondo si attribuisce al pasticcere palermitano Salvatore Gulì, proprietario di una pasticceria a Palermo dove si fabbricavano anche canditi. Insignito del titolo di “Confetturiere della Casa Reale”, durante la sua partecipazione all’Esposizione Universale di Vienna del 1873 decise di utilizzare la ragguardevole quantità di frutta candita invenduta dalla sua fabbrica per decorare la cassata, coniando il nuovo nome “cassata alla siciliana”. La ricetta della cassata al forno fu quindi stravolta, inserendo al posto della pasta frolla il pan di spagna inzuppato di marsala, e aggiungendo una glassa di chiara d’uovo molto zuccherata, ricoperta appunto di frutta candita. L’imprenditore palermitano Ignazio Florio fu il primo a intuire la bontà e l’importanza di questo dolce, e così decise di spedirlo in tutto il mondo, donandolo a teste coronate, commercianti, giornalisti e magnati. Senza il suo contributo sarebbe stato impossibile far arrivare ovunque il profumo, il colore e il sapore di una specialità dolciaria capace di nutrire il corpo e anche lo spirito, diventata un simbolo assoluto di sicilianità.

Dopo aver parlato della cassata siciliana, meritano assolutamente una menzione le cassate pantesche, chiamate “cassategge” in dialetto. Sono dei piccoli scrigni di pasta sfoglia cotti al forno, farciti con la ricotta oppure con una crema leggera. Tradizionalmente venivano preparate esclusivamente per la Domenica delle Palme e a Pasqua, ma adesso possono essere acquistate nelle pasticcerie isolane tutto l’anno.

 

Nicoletta Natoli

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