Cultura
Un pantesco sull’Hermada
Pillole di storia pantesca
di Orazio Ferrara
L’articolo che segue è l’introduzione di un lungo saggio dal titolo “La Grande Guerra nel diario di un isolano pantesco”, pubblicato dalla rivista di cultura siciliana Agorà (nn. 63-64/2018): Quasi tutti gli studi concordano nel collocare tra i 50.000 e i 65.000 i caduti siciliani nella Grande Guerra del ‘15/’18, praticamente circa il 10% del totale complessivo dei morti italiani in quel conflitto. Un contributo di sangue altissimo pagato, strana coincidenza, dalla regione posta la più lontana dal fronte di guerra. Quel pesante salasso di giovani vite diede purtroppo alla Sicilia anche il triste e poco invidiabile primato di risultare la prima tra le regioni italiane per numero di morti in guerra, seguita a ruota, altra strana coincidenza, dalle rimanenti regioni meridionali. Mancano seri studi storici al riguardo, per affermare che tutto ciò fu perseguito “scientemente” dal nostro Stato Maggiore, cioè mandare in prima linea e nei luoghi dove si moriva di più le divisioni a stragrande maggioranza composte da meridionali e in particolare da siciliani. Ma una cosa è certa e incontrovertibile che se i soldati italiani furono tutti considerati semplicemente “carne da cannone” da molti nostri generali, i soldati di origine siciliana e meridionale in genere lo furono ancor di più e in misura somma. Carne da cannone per eccellenza, e così i siciliani morirono “bravamente” e silenziosamente a migliaia. E come fu ripagato tutto quel valore e quel sangue? Con la calunniosa diceria che circolava in alcuni settori dello Stato Maggiore che la Sicilia fosse terra di renitenti e di vili pronti a gettare le armi. Probabilmente questi settori lo facevano per ingraziarsi il comandante supremo dell’esercito italiano, quel generale Luigi Cadorna passato alla Storia come “il Grande Macellaio”, che con la Sicilia e i siciliani ce l’aveva in modo particolare. Degno figlio di quel generale Raffaele Cadorna, che aveva represso in un mare di sangue, facendo montagne di cadaveri, la cosiddetta Rivolta del sette e mezzo della città di Palermo nell’anno terribilis 1866.
Un esempio, tra i tanti, di questa “mala” disposizione del generalissimo Luigi Cadorna verso i siciliani è quello della controffensiva austriaca (una brillante manovra a tenaglia) del 3 giugno 1917 presso il monte Hermada, che si concluse con un arretramento del fronte italiano di circa un chilometro. Apriti cielo, Cadorna, che per conquistare solo qualche chilometro seguiva sempre la stessa tattica suicida degli attacchi frontali a ranghi compatti, infischiandosene di esporre le nostre fanterie ad essere rovinosamente falcidiate dalle mitragliatrici nemiche, quindi una manciata di metri conquistati a prezzo di migliaia di morti, non digerì affatto la cosa ed ebbe a dichiarare
“Dalle informazioni che finora ho avuto dal comando della 3a Armata, risulterebbe che la massima parte dei catturati appartiene a tre reggimenti di fanteria, composti in prevalenza di siciliani…”. L’accusa era gratuita, ingenerosa e, soprattutto, non rispondente al vero. Invece furono propri i reggimenti delle Brigate Siracusa e Trapani, costituite in gran parte da siciliani, a svenarsi in furiosi contrattacchi alla baionetta per cercare di tamponare le falle di altri reggimenti. Non a caso abbiamo citato questo esempio, in quanto del fatto d’arme dell’Hermada se ne parla nelle pagine del diario, che andiamo tra poco a riportare. Della compagnia del diarista, di oltre duecento uomini ne restarono alla fine dei combattimenti soltanto otto. E questi numeri si commentano da soli, ma evidentemente a Cadorna ciò non bastava.
Il nostro diarista è un figlio dell’isola di Pantelleria, che risponde, insieme a tanti altri suoi compaesani (e molti non torneranno), alla chiamata nazionale alle armi per la Grande Guerra, per andare su un fronte lontanissimo, a circa duemila chilometri da casa sua, dove la morte la fa da padrona con le “mitragliatrici falciatrici di vite umane” e si vive in trincee raffazzonate tra “fango, sporcizia, luridume, pidocchi” e gli uomini sono “ridotti insensibili ad ogni sentimento”. Da queste brevi citazioni non si deve assolutamente dedurre che il nostro diarista sia un antimilitarista o peggio un sovversivo, anzi.
Egli fa bravamente il suo dovere di ufficiale siciliano con le stellette e ubbidisce sempre agli ordini dei suoi superiori, anche se annota ad un certo punto causticamente “di avere affrontato con rassegnazione e incoscientemente gli ordini dei capi”.
E abbiamo già accennato quanto quest’ordini fossero spesso scriteriati e suicidi in quegli assurdi attacchi frontali ai reticolati di filo spinato e alle trincee nemiche, sotto il fuoco crepitante e mortale delle mitragliatrici. Nelle pagine del diario si nota un certo pudore nel descrivere situazioni e uomini alle prese con la guerra combattuta e quindi con l’orrore. L’autore riduce al minimo necessario la descrizione delle scene di guerra e non parla affatto, se non di riflesso, dei combattimenti cui ha partecipato, si allarga invece a descrivere la vita di guerra nei momenti idilliaci o nelle retrovie.
Non vi sono paroloni inneggianti alla patria, alla bandiera, alle medaglie, all’eroismo, ma osservazioni, considerazioni. Di quando era in prima linea e, quale ufficiale, deve uscire nelle consuete e pericolose missioni, a turno, verso i reticolati degli austriaci e spiarne i movimenti, scrive semplicemente “Quando uscivo io mi raccomandavo a Dio e… Iddio mi ha salvato” e nient’altro. Non parla di coraggio, di fegato, del suo coraggio, del suo fegato, no, ringrazia soltanto Dio. E’ un soldato che fa il proprio dovere, come tanti, in silenzio confortato dalla fede e gli orpelli della retorica patriottarda, vecchio male italico, gli sono sconosciuti.
Un diario dunque minimalistico? Forse, ma esso ci offre comunque un formidabile spaccato della Grande Guerra, vista con gli occhi di un giovane ufficiale siciliano con un’insularità al quadrato perché nato in Pantelleria, e ci fa assaporare in pieno l’atmosfera di quel tempo ormai lontano. Una cosa è certa da quelle pagine sono gli orrori della guerra ad essere sconfitti.
Ma chi ne è l’autore? Si tratta di Salvatore Valenza di famiglia di possidenti, nato l’8 marzo 1895 a Pantelleria, dove muore il 25 settembre 1986. Con il grado di sottotenente di complemento del 144° Reggimento fanteria della Brigata Trapani partecipa alla Grande Guerra. Il diario è stato estrapolato dalle sue Memorie inedite, scritte riempiendo quaderni su quaderni con una calligrafia ordinata, minuta e leggibilissima. Alla fine questi quaderni rilegati insieme, e con le pagine progressivamente numerate, formeranno un pesante librone di ben 997 pagine, ma ci sarebbe anche un ulteriore quaderno, forse andato perduto, di altre 50/60 pagine. Praticamente è una minuziosa cronaca degli avvenimenti dell’isola di Pantelleria nel corso di tutto il Novecento, in cui si parla delle due guerre mondiali, di personaggi importanti e di gente sconosciuta, degli usi, delle consuetudini e dei costumi isolani e dei loro cambiamenti nel corso del secolo. Geloso e intransigente custode di queste Memorie inedite del nonno paterno è il nipote Mario Valenza e, grazie alla sua cortese e pronta disponibilità, abbiamo potuto estrarre la parte del diario riguardante la Grande Guerra. Un’ultima annotazione prima di passare alle pagine del diario, che commenteremo nei passi necessari. Come la Sicilia anche Pantelleria, un’isola nell’isola, pagò un pesante contributo di sangue. Nella sola famiglia di mia nonna materna, Almanza Rosa, ben due furono i caduti, il fratello Agostino Almanza fu Agostino e Maria Farina e il cugino Giovanni Almanza di Biagio. Il primo, nato a Pantelleria il 13 marzo 1895 e che muore in prigionia il 29 marzo 1918; il secondo, nato a Pantelleria il 30 maggio 1893, in forza al 1° Reggimento granatieri, cade sul Carso il 30 giugno 1915 per ferite riportate in combattimento.
Mia nonna e sua sorella Grazia per anni si vestirono nel lutto più stretto, cioè rigorosamente di nero, e quando, dopo la guerra, mia nonna ebbe un figlio maschio gli impose il nome di Agostino Giovanni, mentre sua sorella Grazia ne ebbe due, chiamati uno Giovanni e l’altro Agostino. Nel secondo conflitto mondiale i miei nonni materni ebbero diversi fabbricati, frutto dei sacrifici delle generazioni precedenti, completamente distrutti. La distruzione di tutti gli edifici era stata opera dei bombardamenti a tappeto degli Alleati, tranne uno, un compreso di dammusi a Bukkuram originariamente della famiglia Almanza, quest’ultimo compreso di case era stato fatto saltare in aria dai tedeschi prima della resa, in quanto loro deposito di materiale bellico. Eppure quando si parlava dell’ultima guerra e delle sue immani distruzioni a Pantelleria, mia nonna, più che inveire contro gli anglo-americani, ce l’aveva a morte con gli austriaci (in questi comprendeva i tedeschi) e diceva che essi prima gli avevano distrutto la famiglia e poi la casa.
Anni ’80, Salvatore Valenza commemora i caduti di tutte le guerre
Cultura
L’Ulivo degli Iblei, Solarino salotto di Memoria e Comunità aprendo Terra Tempus
Rassegna Terra Tempus – Prima Edizione: Sapori, Memorie e Identità del Sud
Si apre domani, venerdì 27 febbraio 2026, la prima edizione della rassegna Terra Tempus – La Via di Demetra, ideata dalla Galleria EtnoAntropologica, con il patrocinio gratuito del Comune di Solarino e della Regione Siciliana, con la collaborazione tecnico-scientifica del circuito Honos, e con la diretta collaborazione dell’Amministrazione Comunale guidata dal Sindaco Tiziano Spada e della comunità solarinese.
L’iniziativa nasce per valorizzare l’identità popolare e il patrimonio materiale e immateriale del Sud Italia, con particolare attenzione al territorio degli Iblei.
La conferenza inaugurale, intitolata “L’ulivo come patrimonio degli Iblei tra archeologia, cultura materiale e memoria”, si terrà alle ore 17:00 nell’Aula Consiliare di Solarino. L’evento rappresenta un momento unico in cui archeologia ed etnoantropologia si incontrano, tracciando la prospettiva futura del progetto sociale “La Via di Demetra”, volto a riportare le antiche tradizioni agricole e artigianali nella vita quotidiana e nella comunità locale.
La conferenza vedrà i saluti istituzionali dell’On. Tiziano Spada, Sindaco di Solarino e interverranno illustri relatori: Lorenzo Guzzardi, dirigente archeologo dell’Amministrazione dei Beni Culturali della Regione Siciliana, con l’approfondimento “L’olio nel Mediterraneo antico”, Rosario Acquaviva, fondatore e direttore scientifico dell’Ecomuseo “I luoghi del lavoro contadino” di Buscemi, con “L’olivo: mito, storia e cultura materiale” e Laura Liistro, storico e promotrice sociale dei percorsi Honos, che racconterà “Le Vie di Demetra: il vecchio frantoio di Solarino e l’arte della molitura come memoria viva del territorio”. L’incontro sarà a cura di Maria Antonietta Liistro, curatrice del progetto e ideatrice del percorso culturale.
La rassegna proseguirà fino a maggio 2026 con un ricco calendario di eventi:
Marzo 2026
• 14 marzo, ore 17:00, Aula Consiliare – Inaugurazione “Banca della Nostra Memoria Solarino”
• 21 marzo, ore 20:00, Chiesa Madre San Paolo Apostolo – CRUX FIDELIS, III edizione “Vuci antichi”: Il Mistero della Passione con Carlo Faiello e i Lamentatori di Marianopol
• 22 marzo, ore 17:00, Aula Consiliare – CRUX FIDELIS: inaugurazione mostra fotografica e conferenza sui riti pasquali in Sicilia e tradizioni arberesche
• 27 marzo, ore 17:00, Aula Consiliare – Convegno “Padre Serafino Gozzo: Fede, Cultura e Impegno nella Storia del Territorio”
Aprile 2026
• 18 aprile, ore 17:00, Aula Consiliare – Convegno nazionale “I de Requesens e il Mediterraneo”, II edizione, I sessione
• 19 aprile, ore 17:00, Aula Consiliare – II sessione dello stesso convegno
• 24 aprile, ore 17:00 – Presentazione del libro “Requesens: Potere e Destino tra Spagna e Italia” di Salvatore La Monica e Vittorio Ricci, prefazione di Laura Liistro, con corteo storico rievocativo della fondazione di Solarino
Maggio 2026
• 16/17 maggio, Solarino, Vecchio Frantoio – “Un fine Settimana tra Sapori e Identità Mediterranea”, dedicata all’olivo, carrubbo, mandorlo e grano, con degustazioni guidate, stands dei produttori locali e percorsi sensoriali
La rassegna crea un ponte tra passato e futuro: tutela della memoria storica delle comunità agricole iblee, valorizzazione delle tradizioni locali e promozione di strumenti partecipativi e digitali come il progetto “La Via di Demetra”, che mette in rete produttori e tradizioni agroalimentari.
La conferenza inaugurale di domani segna un momento storico in cui archeologia, etnoantropologia e prospettiva sociale si incontrano, inaugurando un percorso culturale multidisciplinare unico nel suo genere, con l’obiettivo di restituire valore alle radici identitarie del territorio e coinvolgere attivamente la comunità solarinese.
Ambiente
Pantelleria, al Centro Giamporcaro la conferenza “Ecosistemi funzionali in agricoltura”
Come ricostruire l’ecosistema di vigneti, cappereti, uliveti, con Luigi Rotondo
Venerdì 6 marzo, dalle ore 17.30, presso i locali del Centro Culturale Vito Giamporcaro di Via Manzoni 72 – Pantelleria, si terrà la conferenza di carattere formativo: “Ecosistemi funzionali in agricoltura – Tecniche di biocolutra naturali”.
Una opportunità per sapere come “Ricostruire l’ecosistema di vigneti, cappereti, uliveti” grazie a conoscitori del campo che da sempre si dedicano a questa materia, come l’esperto Luigi Rotondo. Questi molte volte è venuto a Pantelleria per simili impegni, acquisendo una conoscenza del territorio pantesco, specificatamente dal punto di vista dell’ambiente e dell’agricoltura.
Per prenotarsi a partecipare, contattare il Presidente del Giamporcaro, Anna Rita Gabriele al n. 3384792842; oppure Giovanni Bonomo: 3496634786.
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Cultura
Barbara Conti, food blogger per passione: dagli esordi a Giallo Zafferano alla RAI
Intervista a Barbara Conti la food blogger di Giallo Zafferano appassionata di Pantelleria e che conquista i suoi lettori con mestoli, sformati e sorrisi
Lo scorso 20 febbraio il blog di Barbara Conti compiva 8 anni di vita social, quando di social si parlava ancora con diffidenza, con poca comprensione del potenziale. E invece la nostra chef in gonnella ha saputo renderlo uno strumento di condivisione di tradizione e bontà.
da buona siciliana, si è avvicinata ai fornelli all’età di 11 anni, come si faceva un tempo, acquisendo sapori, manualità e soddisfazione in quello che si produce.
Nata in uno dei luoghi più caratteristici della Sicilia, Scicli, la nostra narratrice del gusto ha segnato un percorso per la cucina regionale, fatto di conservazione della tradizione e della storia, unito all’evoluzione indomabile dei tempi attuali.
Il suo sorriso è l’ingrediente maggiore del suo successo, la capacità narrativa è il collante del suo pubblico sempre più vasto, la sua generosità nel condividere i suoi segreti in cucina la chiave di volta.
Seguendo la molteplicità dei suoi impegni in tutta la regione con ospitate televisive, presentazione di festival internazionali, come quello di Taormina e moltissimo altro ancora, siamo rimasti colpiti anche dal suo essere infaticabile. Così abbiamo voluto conoscerla meglio, magari, carpendo anche qualche segreto della sua notorietà.
Anni fa è stata a Pantelleria, in occasione di un evento organizzato dal Parco, che l’ha catturata e affascinata, così da indurla molto spesso a realizzare piatti tipici panteschi, per il suo blog: dai ravioli, alle mustazzola, dall’insalata pantesca, al cous-cous.
Come nasce la sua passione per la cucina? “Nasce dove nascono le cose più vere: in famiglia. La cucina, per me, è sempre stata un alfabeto di profumi e gesti, un modo per dire “ti voglio bene” senza parlare.
“Da bambina guardavo mia madre e mia nonna muoversi tra pentole e farine come due custodi di un sapere antico: ogni movimento aveva un senso, ogni aroma una storia.
E poi c’erano quei giorni speciali, quando arrivava mio zio, che era prete. In casa cambiava l’aria: mia nonna iniziava i preparativi con giorni d’anticipo, tirava fuori il suo taccuino consumato — quello dove annotava solo gli ingredienti e forse le quantità, perché una volta i procedimenti non si scrivevano, vivevano nella memoria delle mani — e cominciava a immaginare il pranzo come si immagina una festa.
“Io potevo solo guardare da lontano. Dall’apparecchiare la tavola con le tovaglie di lino fino ad apparecchiare con il servizio “Buono” delle grandi occasioni, era un rito scandito da tempi lenti
Anni dopo, facendo l’agente immobiliare, ho imparato a conoscere il territorio stanza dopo stanza, cucina dopo cucina. Ogni casa aveva un odore diverso, un racconto diverso, un modo unico di preparare il pane, il sugo, la domenica. È lì che ho capito che la mia terra parla attraverso la tavola.
Oggi, quando cucino o scrivo una ricetta, sento di aprire quelle stesse porte: le case che ho visitato, le donne che ho osservato, le memorie che ho respirato.
“La mia passione nasce lì, in quell’intreccio di vita, territorio e amore che continua a lievitare dentro di me.”
Parliamo della sua collaborazione con Giallo Zafferano ”
Nel 2018 ottengo l’attestato ufficiale di food blogger e apro Fantasia in Cucina, entrando nella rete di GialloZafferano.
Da allora il blog diventa il mio laboratorio creativo: uno spazio dedicato alla cucina siciliana, alle ricette di famiglia e alla divulgazione gastronomica.
L’ingresso a Giallo Zafferano consolida la mia presenza digitale, mi permette di raggiungere un pubblico nazionale e di sviluppare competenze avanzate in scrittura editoriale, fotografia food, SEO e storytelling culinario.
“Nel 2018 ricevo l’attestato di food blogger e apro Fantasia in Cucina, il mio primo spazio pubblico di racconto e condivisione. Entrare nella rete di Giallo Zafferano segna un passaggio decisivo: da semplice custode delle ricette di famiglia divento narratrice della mia terra, intrecciando memoria, territorio e quotidianità.
“Il blog cresce con me, trasformandosi in un laboratorio vivo dove sperimento linguaggi, fotografie, storie e sapori. È lì che affino la mia voce, costruisco una comunità e imparo a unire tecnica e sentimento, SEO e tradizione, professionalità e radici. Fantasia in Cucina diventa così il luogo in cui la cucina siciliana non è solo ricetta, ma racconto, identità e incontro.“
L’occasione dei social: come si è presentata e come l’ha accolta? “I social non li ho cercati, li ho incontrati. All’inizio erano un modo per condividere ricette con amici e parenti. Poi ho capito che potevano diventare un ponte: tra me e chi ama la cucina siciliana, tra tradizione e innovazione, tra memoria e contemporaneità.
“Li ho accolti con curiosità, con rispetto e con la consapevolezza che, se usati bene, possono creare comunità e cultura.”
E’ presente in moltissimi eventi in Sicilia, tra i più importanti. Come accoglieva gli inviti? Si sarebbe mai immaginata una tale esplosione di notorietà? ”
Negli ultimi anni la mia presenza agli eventi gastronomici in Sicilia è cresciuta in modo spontaneo, quasi sorprendente. All’inizio accoglievo ogni invito con lo stupore di chi vede aprirsi porte che non aveva mai immaginato.
“Non pensavo che la mia passione, nasco Agente Immobiliare e conoscitrice del territorio, potesse diventare un lavoro e che potesse risuonare così lontano, né che il mio nome potesse diventare un punto di riferimento per tante realtà del territorio.
Dal 2018 entro a far parte, a titolo onorario, dell’APCI – Associazione Provinciale Cuochi e Pasticceri Iblei come food blogger. Con il tempo questo legame si rafforza fino a trasformarsi in un impegno attivo: da tre anni ricopro la carica di Segretario Provinciale APCI e faccio parte del direttivo, contribuendo alla crescita culturale e professionale della comunità culinaria iblea.
“È un ruolo che vivo con responsabilità e gratitudine, perché significa essere parte di una famiglia che custodisce e valorizza la tradizione gastronomica della mia terra.
Quest’anno, dopo un ciclo intenso di eventi che a maggio mi ha portata nei comuni della mia provincia, il mio percorso si è ampliato ancora. Da luglio ho continuato a raccontare la Sicilia attraverso gli appuntamenti di Scily Food Vibes, viaggiando da un capo all’altro dell’isola. Un’esperienza resa possibile grazie alla fiducia del Presidente Regionale dei Cuochi Siciliani, Rosario Seidita che ha creduto nella mia capacità di narrare il territorio con autenticità e passione.
“Gli inviti li ho sempre accolti con gratitudine, quasi con un senso di meraviglia. Ogni evento era una porta che si apriva su un pezzo diverso della mia Sicilia. Dal Festival del Pesce Azzurro e del Tonno in Tonnara a Marzamemi, dove ho avuto il privilegio di dialogare con chef e personalità come Lina Campisi, Massimo Giaquinta, Giovanni Fichera, Maurizio Urso, Bianca Celano e Accursio Craparo, alle serate in cui, sui palchi di paese, facevo preparare la pasta fresca locale con il “pettine” ai sindaci — momenti che sembravano piccole scene di teatro popolare, piene di sorrisi e di umanità.
Poi il Cous Cous Fest, le manifestazioni istituzionali della Federazione Italiana Cuochi, gli incontri con produttori, pescatori, donne di cucina che custodiscono saperi antichi.
“Il primo Gran Galà delle Lady Chef che si sono riunite per la prima volta dalla nascita del comparto a Palermo che ho avuto l’onore e la gioia di presentare. E da ultimo un convegno sulla testa di Turco il dolce identitario di Scicli, città dove vivo che ho raccontato e poi portato anche in tv, sui Rai tre, durante la prima puntata di un nuovo format. Ogni palco è stato un’occasione per raccontare la mia terra, ma anche per ascoltarla attraverso le voci di chi la vive ogni giorno.
Immaginarmi tutto questo? No. Io volevo solo condividere la cucina che amo, quella che profuma di casa e di memoria. Il resto è arrivato come un’onda: forte, bella, sorprendente. Un’onda che non ho mai cercato, ma che ho imparato ad accogliere con il cuore aperto.”
Lei è stata diverse volte in TV, anche ultimamente. Vuole parlarci delle esperienze televisive? “La TV è un mondo diverso: entri in studio e senti subito quell’energia particolare, fatta di luci, tempi serrati, sguardi che si incrociano dietro le telecamere. È un ritmo che ti chiede prontezza, ma che allo stesso tempo ti accende qualcosa dentro.
“Ogni volta che vado in onda porto con me la mia Sicilia: non solo i suoi sapori, ma il modo in cui li raccontiamo, la memoria che custodiamo nei gesti.
La mia prima esperienza, tre anni fa, è stata su RAI 3, con a pasta ca muddica atturrata. Una ricetta semplice, quasi umile, ma capace di parlare di noi, della nostra cucina antispreco, di quella saggezza che nasce nelle case. Presentarla proprio in occasione della Giornata Nazionale di Prevenzione dello Spreco Alimentare è stato un momento che ricordo con emozione: era come dare voce a un’eredità che non voglio si perda.
L’ultima volta, invece, ho portato in diretta la Testa di Turco di Scicli.
“Prepararla lì, davanti a tutti, è stato come aprire una finestra sulla mia città: un privilegio poter raccontare un dolce che non è solo una ricetta, ma un simbolo, un frammento di identità che parla di feste, di tradizioni, di comunità.
La televisione ti mette alla prova, sì, ma ti regala anche la possibilità di far arrivare queste storie lontano, nelle case di chi forse non ha mai sentito parlare di Scicli o della nostra cucina. Per me è questo il senso più profondo: trasformare un piatto in un racconto, e un racconto in un ponte tra la mia terra e chi ascolta”.
Sicuramente lei più nota del sindaco di Scicli — che salutiamo. Che effetto le fa essere popolare nel suo paese? “Mi fa sorridere. Scicli è casa, e a casa non sei mai una “personaggio”: sei Barbara, quella che conoscono da sempre. La popolarità lì assume un sapore diverso, più umano. Le persone ti fermano per raccontarti una ricetta della nonna, per chiederti un consiglio, per condividere un ricordo.
“È la parte più bella del mio lavoro.”
Sua madre che dice? “Mia madre è la mia prima critica, c’è stato un momento in cui ho fatto una campagna pubblicitaria per una nota catena di Supermercati in cui la mia visibiltà è stata massima e lei si rifiutava di accompagnarmi a fare la spesa, poiché all’interno dei supermercati girano i miei video e la gente mi fermava per chiedermi le ricette”.
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