Cultura
Trapani – Open day, nuovi indirizzi al Polo Universitario: dalla medicina all’agricoltura ecco quali
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Un popolo di studenti allโopen day di oggi presso il Polo Universitario di Trapani. Grande interesse per lโuniversitร che verrร , frutto del grande lavoro svolto in simbiosi tra il Comune di Trapani ed Erice in particolare nonchรฉ del Consorzio Universitario insieme ad UniPa nellโultimo anno.
Polo Universitario, nuovi indirizzi
Infatti, dal prossimo autunno presso lโimmobile messo a disposizione dallโamministrazione guidata dal Sindaco Tranchida, ai corsi giร presenti andranno ad aggiungersi
tecniche di laboratorio biomedico – abilitante;
tecniche di radiologia medica, per immagini e radioterapia – abilitante;
scienze delle attivitร motorie e sportive;
biodiversitร e innovazione tecnologica;
scienze della formazione primaria;
sistemi agricoli mediterranei.
Polo Universitario, Sindaco Tancrida
โFelicissimo di aver visto gremita lโaula magna del Polo Universitario di Trapani, con centinaia di studenti entusiasti per lโampliamento dellโofferta formativa nella nostra cittร – dichiara il Sindaco Tranchida -. Con lโapertura del nuovo plesso presso lโex immobile Principe di Napoli, nel pieno del centro storico, siamo certi di dare il via alla trasformazione di Trapani in cittร universitariaโ. Inoltre, proprio al fine di meglio organizzare la rete di trasporti da e per Trapani, nei giorni scorsi lโAssessore Bongiovanni ha presieduto un vertice con le aziende di trasporto volto a valutare la possibilitร di istituire nuove linee e fermate utili per raggiungere piรน agevolmente sia il Principe di Napoli che il Polo sito presso il Lungomare Dante Alighieri.
Spettacolo
Sal Da Vinci vince Sanremo 2026 con โPer sempre sรฌโ
La finale del Festival di Sanremo 2026 ha il suo vincitore.
Sal Da Vinci vince la 76esima edizione del Festival con il brano Per sempre sรฌ, trionfando nella Super Finale dopo una settimana che lo ha visto crescere di serata in serata, conquistando il pubblico con due standing ovation e unโenergia incontenibile sul palco dellโAriston.
Il premio della critica Mia Martini va a Fulminacci per Stupida
Sfortuna.
La sala stampa Lucio Dalla ha invece premiato Serena Brancale con Qui con me, vincitrice
anche del premio TIM. Il miglior testo va a Male necessario di Fedez & Masini. Il miglior
componimento musicale รจ stato assegnato a Che fastidio di Ditonellapiaga.
La vittoria di Sal Da Vinci In unโedizione rimasta in bilico fino allโultimo, il suo successo ha incarnato la forza della canzone โnazionaleโ nel senso piรน tradizionale del termine: una melodia immediata, un testo diretto, capace di intercettare lo stesso pubblico che su TikTok celebra promesse dโamore e baby shower. ร anche il punto piรน alto di un Sanremo complessivamente piatto, dove persino il colpo di scena finale funziona solo se coerente con il racconto generale. Si chiude cosรฌ anche il biennio sanremese di Carlo Conti. Due edizioni pensate per evitare strappi, riportare le canzoni al centro e insieme non rinnegare la rivoluzione di Amadeus.
Il risultato, perรฒ, รจ apparso fin troppo levigato, e forse per questo meno incisivo anche negli ascolti. Durante la serata รจ stato annunciato il successore: Stefano De Martino, che sarร anche direttore artistico. A lui il compito piรน difficile: superare la fase di transizione e imprimere finalmente una direzione nuova. LโAccademia delle Prefi vuole omaggiare con un disegno il vincitore del Festival di Sanremo 2026.
Salvatore Battaglia
Presidente Accademia delle Prefi
Cultura
Solarino, terra di culti e pietre sacre: dal dolmen preistorico al pozzo di San Paolo
Nel cuore degli Iblei, il territorio di Solarino si presenta oggi come uno spazio amministrativamente definito e piรน ristretto rispetto al passato. Eppure, la sua storia non puรฒ essere letta entro i soli confini geopolitici attuali.
Le vicende piรน antiche di questโarea precedono di millenni la nascita del comune moderno e affondano le radici in un paesaggio che fu scenario di culti, pratiche funerarie e forme di sacralitร stratificate nel tempo.
La campagna solarinese, estesa verso il corso dellโAnapo e punteggiata di alture e cave naturali, conserva tracce di frequentazioni preistoriche che rimandano alla prima Etร del Bronzo.
In contrada Corruggi, a poca distanza dallโabitato attuale, sorgeva un dolmen oggi scomparso: quattro piedritti disposti in circolo sostenevano un grande monolite di copertura, configurando una tipologia che il prof. Rodolfo Striccoli definรฌ ยซun vero dolmen barese con andamento semicircolareยป. Anche il prof. Salvatore Ciancio riconobbe nel monumento una testimonianza significativa del megalitismo isolano.
La conoscenza di questo dolmen e della sua distruzione รจ resa possibile non solo grazie al fondamentale saggio di Salvatore Piccolo, โAntiche pietre. La cultura dei dolmen nella preistoria della Sicilia sud-orientaleโ con introduzione di Lorenzo Guzzardi, pubblicato da Morrone Editore, ma anche da un articolo giornalistico datato 25 settembre 1983, che testimonia il disastro provocato dai lavori di sbancamento e conferma lโantica presenza del monumento megalitico.
Quel dolmen non era soltanto un manufatto litico: era il segno tangibile di una comunitร che attribuiva al luogo un valore sacro.
La funzione sepolcrale, ipotizzata per strutture analoghe della Sicilia sud-orientale, inserisce Solarino nel piรน ampio orizzonte culturale del megalitismo mediterraneo. La monumentalitร della pietra, la scelta topografica e lโeventuale presenza di uno spazio di accesso rituale delineano un paesaggio in cui la dimensione cultuale costituiva un elemento fondante dellโidentitร collettiva.
Nei secoli, mutarono le forme del culto, ma non la vocazione sacrale del territorio.

Se la preistoria affidava alla pietra e alla monumentalitร megalitica il compito di custodire il rapporto tra i vivi e i morti, lโetร cristiana riplasmรฒ quegli spazi secondo nuove coordinate simboliche. Emblematica, in tal senso, รจ la presenza del pozzo della Chiesa di San Paolo, luogo in cui la tradizione popolare ha riconosciuto per secoli un centro di devozione e di pratiche rituali legate allโacqua. Dal dolmen al pozzo-chiesa, il filo conduttore รจ la sacralizzazione del paesaggio: prima la pietra innalzata, poi lโacqua custodita e venerata.
Questa continuitร non implica una diretta trasmissione culturale, ma evidenzia come il territorio di Solarino sia stato percepito, in epoche diverse, come spazio โaltroโ, degno di segni, di monumenti, di riti.
La riduzione amministrativa del comune rispetto alla sua estensione originaria non deve indurre a una lettura frammentaria della sua storia. Le antiche dinamiche insediative e cultuali travalicano gli attuali confini e coinvolgono un comprensorio piรน ampio, storicamente integrato con le aree limitrofe della valle dellโAnapo e dellโaltopiano ibleo.
Leggere Solarino in chiave storica significa dunque superare i confini contemporanei e restituire profonditร temporale a un luogo che, dalla pietra megalitica al santuario cristiano, ha visto nei culti uno degli elementi piรน persistenti e significativi della propria identitร .
Cultura
I racconti del vecchio marinaio pantesco. Rotta di collisione
Era una notte di mezzโestate, non ricordo di quale anno, e il Madonna di Trapani, dalla quercia solida, scivolava tranquillo verso le coste della Libia. Il mare era cosรฌ calmo da sembrare una lastra di ossidiana liquida, che rifletteva le stelle con una precisione tale che a guardare metteva i brividi. Al timone cโera lui, il nostro capitano, don Vito. Come sempre non era di molte parole; il vento gli parlava abbastanza e lui sapeva rispondere stringendo o allentando le scotte. Lโisola di Gerba era unโombra scura bassa sulla dritta e un profumo di datteri e polvere arrivava a folate nellโaria calda. Il Madonna di Trapani trasportava vino di Pantelleria e sogni di fortuna, mentre lโequipaggio dormiva in coperta, cercando un filo di fresco in tutta quellโarsura. Oltre il capitano eravamo svegli io e il giovane mozzo che vegliava a prua e lottava disperatamente contro le sue palpebre calanti. All’improvviso, il silenzio della notte fu rotto non da un suono, ma da unโintuizione. Capitan Vito sentรฌ il cambiamento nel respiro del mare. “Cโรจ qualcuno” sussurrรฒ Vito, piรน a sรฉ stesso che a noi. Dal buio pesto, senza luci di posizione – per risparmiare olio o per troppa sicurezza – emerse una sagoma sottile. Era un piccolo veliero di Marsala, una lanciara veloce ma fragile, che tagliava la rotta del veliero pantesco con la precisione tragica di un appuntamento col destino. Il nostro capitano virรฒ con tutta la forza che aveva nelle braccia (e ne aveva di forza!), ma il Madonna di Trapani era carico e anche il mare ha la sua inesorabile legge d’inerzia. Cosรฌ il legno pantesco, duro come la pietra della sua isola, colpรฌ, squarciandolo, il fianco della barca marsalese. Il fasciame spezzato emise come un gemito acuto, poi si sentรฌ lโurlo disperato degli uomini dellโequipaggio. In una manciata di minuti lโacqua cupa del Canale di Sicilia inghiottรฌ lo scafo marsalese, lasciando a galla solo pezzi di legno e teste che annaspavano nell’oscuritร . “In mare non si lascia nessuno, nemmeno chi ti viene addosso” urlรฒ capitan Vito ai suoi uomini, ormai tutti svegli e giร ai posti di manovra. Le operazioni di salvataggio furono brevi e veloci. Numerose cime furono lanciate con precisione verso le ombre nell’acqua, nel mentre si calavano le scale di corda lungo la fiancata del Madonna di Trapani. Ad uno ad uno, sette marinai di Marsala, tremanti e zuppi dโacqua, furono tirati su. Lโultimo fu il loro capitano, un uomo anziano che piangeva a dirotto non per la paura, ma per la sua amata barca che ora riposava sul fondo sabbioso al largo dellโisola di Gerba. Quando padron Vito ebbe la
conferma che nessuno dei marsalesi risultava disperso e che solo qualcuno aveva riportato ferite leggere, i suoi occhi verdi, finallora cupi, si rischiararono di una luce che aveva il colore gioioso della posidonia sotto costa. Quando la prima luce dell’alba iniziรฒ a tingere il cielo con larghe ditate di rosa, il Madonna di Trapani era di nuovo in rotta verso Tripoli. Intanto in coperta, i marinai panteschi dividevano fraternamente pane e sarde salate con i naufraghi. Padron Vito era ancora al timone, quando il capitano del legno marsalese gli si avvicinรฒ e gli porse la mano, dicendo “Eโ stato un errore del mio nostromo, grazie, capitano, per averci salvati”. Adesso lโodore forte del caffรจ, scaldato su un piccolo fornello a carbone, si mescolava allโodore di salsedine e di legno bagnato, mentre il discorso tra i due capitani continuava. “Non ha sentito il mare – disse il marsalese, con la voce incrinata dal rimorso di essersi troppo fidato del suo nostromo – Andava a lume di naso, convinto che la notte e il mare fossero solo nostri. Il Santa Rosalia era la mia casa. Trentโanni di navigazioneโฆ finiti in un gemito di legno rotto”. Capitan Vito non distolse lo sguardo dall’orizzonte, ma le sue mani allentarono leggermente la presa sulla barra del timone e disse “Il mare non รจ di nessuno perchรฉ non ha padroni e non conosce leggi. Noi marinai siamo soltanto passeggieri momentanei che chiedono il permesso di passare. I
l veliero
รจ nelle mani del suo capitano, ma il suo cammino รจ nelle mani del destino. Non darti quindi colpe
che appartengono al destino. Il mare dร e il mare toglie. Oggi ha tolto una barca, ma ha salvato il
sangue. E questo รจ l’unico guadagno che conta”, poi soggiunse, quasi scandendo le parole, “Ora sei
un capitano che deve riportare a casa sei padri di famiglia. Questo รจ il tuo carico, adesso. Ed รจ piรน
pesante e importante delle botti di vino marsala che avevi nella stiva”.
Si tacque e osservรฒ con attenzione, per la prima volta, lโinterlocutore. I suoi vestiti, prestati da un
marinaio pantesco, gli stavano larghi, facendolo sembrare ancora piรน fragile e oppresso.
Non
doveva essere affatto facile sopportare il peso della perdita in mare del veliero di cui aveva avuto il
comando. Pensรฒ, per un istante, se tale sorte fosse toccata a lui e al suo Madonna di Trapani e
rabbrividรฌ lungamente. E in quel momento ebbe compassione di tutti i marinai che correvano il
mare.
Poi don Vito chiamรฒ il nostro nostromo a sostituirlo al timone, quindi si sedette su una bitta nel
mentre un marinaio gli portava una tazza di latta con del caffรจ amaro. Accanto aveva sempre il
capitano marsalese, che ora sembrava piรน sollevato e con anchโegli in mano una tazza di caffรจ
fumante.
I due sorseggiarono lentamente il caffรจ, senza parlare. A bordo sโera fatto silenzio, rotto
solo dal rollio ritmico del veliero pantesco, solido e rassicurante.
“Siete un uomo duro, capitano, – disse ad un tratto il marsalese – abituato a guardare in faccia la
realtร per quella che รจ e non per quella che si vorrebbe”.
“A Pantelleria, se non impari a guardare in faccia la realtร , la roccia ti mangia” rispose il pantesco,
poi con un gesto indicรฒ un punto allโorizzonte, dove la costa libica iniziava a farsi vapore giallastro,
e continuรฒ “Quando saremo a Tripoli consegnerรฒ il mio carico e troverรฒ un passaggio per voi su un
vapore postale. Arriverete a casa prima di quanto pensi. E quando sarai a Marsala, offri un bicchiere
di quello buono al mare, per ringraziamento”.
Il capitano marsalese sembrรฒ raddrizzare la schiena e, per la prima volta da quando era stato
ripescato, non guardรฒ piรน verso il basso “Lo farรฒ, mio capitano. E dirรฒ che il pantesco dagli occhi
verdi vede piรน lontano degli altri, anche quando non cโรจ luna”.
La tragedia era giร diventata memoria e il viaggio, nonostante tutto, doveva continuare. Il veliero proseguรฌ, portando con sรฉ il peso leggero di due equipaggi e la consapevolezza che, in quella notte di mezz’estate, la Madonna di Trapani, quella del cielo, aveva davvero teso ancora una volta la sua miracolosa mano sopra le acque del Canale di Sicilia.
Orazio Ferrara
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