Cultura
I cognomi dell’isola di Pantelleria / XV parte: da Giglio a Guttadoro
GIGLIO Altro cognome antico di Pantelleria, con il capostipite arruolato nei Tercios spagnoli e di stanza nel castello nella metà del ‘500. Arma: D’azzurro, con un giglio d’oro, accompagnato nel canton destro del capo, da una stella dello stesso. Nicolò Giglio, nato circa 1575, e sua moglie Antonia, nata nel 1580, hanno due figli: Antonio e Innocenza. Antonio Giglio (n. 1600) in data 26 luglio 1620 (domenica) sposa Leonarda Maccotta (n. 1604), figlia di Giacobo e Caterina Nicolosi. Innocenza Giglio (n. 1605) contrae matrimonio il 9 gennaio 1628 (domenica) con Andrea Belvisi (n. 1605). Intorno all’anno 1653 Leonardo Giglio è uno degli ufficiali della guarnigione del castello con il grado di “alferes” ovvero alfiere.
GRECO Cognome di origini siciliane, con particolare diffusione nel Palermitano. Arma: D’azzurro, con la cometa di argento, accompagnata da tre conchiglie dello stesso, ordinate due al capo, ed una in punta. In Pantelleria questo cognome lo ritroviamo già intorno al 1560 quando nasce Michele Greco, che circa il 1585 sposa tale Caterina. Dal matrimonio nascono Vincenza Greco, sposata il 1° dicembre 1607 (sabato) con Antonio Romano, e Anna Greco convolata a nozze l’anno 1620 circa con Matteo Greco, probabilmente suo parente. Da quest’ultima coppia nasce Nicolò Greco, che sposa il 9 luglio 1640 (lunedì) Francesca Garsia (n. 1627 – m. 1690). Dai coniugi Greco / Garsia nascono Giuseppe, Giovanni, Giacomo e Dorotea.
GRISAFI Antica famiglia siciliana di origini, per alcuni autori, bizantine. Arma: In campo d’oro, una fascia azzurra tra tre fiordalisi della stessa in capo e una testa di toro di rosso in basso. Nei primi decenni del 1700 vivono in Pantelleria Domenico Grisafi e sua moglie Ghislanda, che hanno un figlio di nome Paschale ovvero Pasquale, sposato poi con Rosa Brignone, da cui avrà un figlio di nome Domenico. Quest’ultimo sposerà anch’egli una Brignone, di nome Giuseppa, che gli darà tre figli: Pasquale Grisafi (n. 1824 – m. 1908), sposato il 20 febbraio 1860 (lunedì) con Giuseppa Errera; Andrea Grisafi (n. 1825 – m. 1868), coniugato il 18 gennaio 1863 (domenica) con Maria Morana; Salvatore Grisafi (n. 1827 – m. 1902), sposato il 22 aprile 1860 (domenica) con Maria Farina.
GUCCIARDI
Cognome specifico della Sicilia Occidentale. Nei registri parrocchiali di Pantelleria troviamo diverse versioni del cognome: Gucciardi e Gucciardo alla fine del 1500; De Cuchiardo e Cociardo tra il Seicento e il Settecento. Il cognome originario è comunque Gucciardi. Vincenzo Gucciardi, nato nell’isola circa il 1773, sposa Anna Brignone (n. 1777). Dalla coppia nascono: Antonino Gucciardi (n. 1799), Andrea Gucciardi (n. 1801), Antonio Gucciardi (n. 1805), Elisabetta Gucciardi (n. 1810), Rosa Gucciardi (n. 1814), Salvatore Gucciardi (n. 1822) e Maria Gucciardi (n. 1822).
GUTTADORO Antico cognome siciliano di origini spagnole. Il capostipite certo Egidio venne in Sicilia ai servigi di re Martino. Arma: D’azzurro, a tre sbarre d'oro accompagnate da tre palle dello stesso. In Pantelleria i Guttadoro li ritroviamo alcuni decenni prima del 1800. Francesco Guttadoro sposa Susanna Billardello, da cui ha Pietro, che il 29 aprile 1804 (domenica) convola a nozze con Rosa Busetta.
(15 – continua)
Orazio Ferrara
Foto: Arma dei Giglio
Cultura
I racconti del vecchio marinaio pantesco: Di un viaggio ad Algeri e di una truvatura a Bonsulton / 3
“Una mattina, per caso, incontrai ‘a zza Rosa, che tutti dicevano centenaria”
Una mattina, per caso, incontrai ‘a zza Rosa, che tutti dicevano centenaria.
Alla mia domanda se
ricordasse o avesse mai sentito parlare di un posto detto sentiero o vigna di ‘u diàvulu. Rispose che
quand’era ragazza, una volta, insieme col nonno aveva attraversato un sentiero abbandonato, che da
Sataria saliva a Bonsulton. A un certo punto, prima di giungere a Bonsulton, erano arrivati in una
zona di vecchie vigne, che il nonno disse chiamarsi ‘nfernu perché lì la terra sembrava emettere un
calore innaturale quasi infernale, in compenso proprio lì maturava uno zibibbo dolcissimo, che non
aveva eguali nell’isola. Più sopra c’era un vecchio dammuso diroccato circondato da folti rovi, che
il nonno disse appartenere a una magara, conosciuta come ‘a Guardianu e morta tanti e tanti anni
prima. L’arcano era stato finalmente svelato.
La luna piena pendeva bassa sopra il mare di Pantelleria, trasformando lo specchio d’acqua di Cala
Sataria in una brillante lastra di argento fuso. Qualche giorno prima avevo fatto un sopralluogo nei
paraggi e avevo scoperto una parvenza di sentiero in ripida salita. Lo indicai a don Vito e sussurrai
“Il sentiero è qui. Mangiato dal tempo, ma c’è”.
Ci arrampicammo in silenzio, lasciandoci alle spalle il profumo di zolfo e salsedine della grotta termale di Sataria. Il sentiero per la contrada di Bonsulton era una traccia fantasma, un corridoio di pietre laviche e terra arsa, sepolto da decenni di abbandono. Sotto la luce fredda della luna, quelle pietre laviche sembravano le ossa sparse di un gigante morto nella notte dei tempi. Attraversammo dei vigneti, da cui emanava un calore quasi soffocante, addolcito soltanto dal profumo dello zibibbo. All’improvviso, dopo un’ora circa di cammino, tra il frinire ossessivo delle cicale notturne, ci apparve la sagoma del dammuso.
Non era che un rudere, la cupola era parzialmente crollata e i muri massicci erano soffocati da una
matassa di rovi arruffati e selvaggi, che sembravano posti lì a guardia contro eventuali curiosi. Non
fu facile avere ragione di quei rovi dalle punte acuminate, ma alla fine riuscimmo ad aprire una
breccia e a penetrare nell’interno. Alla luce ingannevole di una lanterna, cominciammo poi ad
ispezionare con certosina pazienza le pareti. L’aria sapeva di polvere antica.
Ma non scoprimmo
alcunché, sconfortati, ci sedemmo per terra. Eppure quell’antica carta non poteva mentire, da
qualche parte in quel dammuso diroccato doveva esserci una truvatura. Dovevamo trovarla ad ogni
costo.
Capitan Vito sembrava perduto dietro ai suoi pensieri, come stesse cercando qualcosa che solo i suoi ricordi d’infanzia sembravano suggerirgli. Poi si alzò e, deciso, corse nell’alcova, tastando le mura palmo a palmo. “Qui” disse, indicando una crepa sottile, quasi invisibile tra le numerose fessure dell’intonaco grezzo. Prese infine il suo inseparabile coltello di marinaio e cominciò ad allargare la crepa.
Un grosso frammento di muro cedette quasi subito, rivelando il vuoto di una profonda cavità. Quando la luce della lanterna illuminò l’interno, il respiro di entrambi si fermò di colpo. Davanti ai nostri occhi increduli c’era un forziere di duro legno di quercia, il cui coperchio faceva fatica a chiudere in quanto pieno zeppo di grosse monete d’oro, che adesso brillavano di una luce calda e sinistra ad un tempo.
Le monete erano escudi spagnoli d’oro del XVI secolo, con l’effigie di Filippo II, testimoni di un’epoca in cui l’isola era l’ombelico del Mediterraneo e rifugio di abili corsari cristiani. Le monete scivolarono tra le dita di don Vito con un tintinnio metallico che ruppe d’improvviso, facendoci trasalire, il silenzio secolare del vecchio dammuso. La luce della luna, passando dal tetto diruto, rendeva i riflessi di quegli scudi spagnoli quasi innaturali, di un giallo troppo vivo e acceso per sembrare vero. Eravamo finalmente ricchi.
Da quel momento non avremmo fatto mai più la vita errabonda e pericolosa del marinaio. Ma fu il pensiero di un solo attimo, perché capitan Vito subito disse ad alta voce “È troppo, per noi due soli”, poi aggiunse più sommesso “L’oro sepolto nel buio per secoli fermenta malizia e cattiveria. Questo denaro porta in sé la perfida malìa di chi lo ha accumulato con il sangue o con la rapina. Solo suddividendolo saggiamente eviteremo la maledizione e le conseguenti sventure”. Annuii silenziosamente. Decidemmo sul momento, con la solennità di un giuramento antico. Non avremmo tenuto per noi che una minima e piccola parte, quanto bastava per onorare la fatica della scoperta, lasciando che il resto, la stragrande parte, prendesse la via del bene. Una quota fu assegnata per i necessari lavori, impellenti ma sempre prorogati per mancanza di fondi, da farsi al veliero “Madonna di Trapani. Un’altra parte da suddividersi, in parti uguali, tra i membri dell’equipaggio che avevano rischiato la vita nel viaggio ad Algeri.
Infine la quota più consistente sarebbe andata, quale beneficenza, ad una fratanza religiosa di marittimi dell’isola, il cui scopo principale era provvedere ai bisogni delle vedove e degli orfani di chi, marinaio, non era più tornato dall’azzurra avventura sul mare ed aveva come tomba le acque amare del Mediterraneo. Scendemmo verso cala Sataria che era quasi l’alba. Il tesoro non ci aveva resi uomini ricchi, ma uomini liberi dal peso crudele e opprimente dell’avarizia, sì. Dopo aver suddiviso gli scudi d’oro come concordato, il “Madonna di Trapani” tolse gli ormeggi dal porto di Pantelleria per andare incontro ad una nuova avventura. Guardai verso Bonsulton e scorsi, seminascosto dai rovi, il
vecchio dammuso della truvatura e lo vidi risplendere ai primi raggi del sole. La nera oscurità, che un tempo lo abitava, era stata finalmente scacciata.
(3 – fine)
Orazio Ferrara
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Cultura
Audizione pubblica per la De.Co. di Pantelleria
Riconoscimento degli elementi materiali e immateriali identitari di una comunità
Il 23 p.v alle 17 , presso il Qalea Hotel di Via Cimillia – Suvaki, si terrà presso il Cerimoniale della consegna del riconoscimento alla laboriosa comunità di Pantelleria di “Custode dell’identità Territoriale, della bandiera dei Borghi DeCo, l’inaugurazione della Banca del GeniusLoci del Borgo DeCo”.
Nella mattinata l’apertura al pubblico
Tuttavia, l’apertura al pubblico sarà sempre il 23 maggio, dalle 11.30 fino alle 14.00, con manifestazioni di showcooking, degustazioni in presenza di tutte le cantine.
L’evento è organizzato dal Comune di Pantelleria in collaborazione con il Parco Nazionale Isola di Pantelleria, la ProLoco di Pantelleria e IDIMED Rete Nazionale di Borghi GeniusLoci DeCo e vede il finanziamneto dell’Assessorato all’Agricoltura della Regione Siciliana.
In questa occasione verranno trattati tutti gli argomenti (agricoltura, patrimonio UNESCO, cucina, tradizioni, ambiente) che rendono Pantelleria singolare, anzi, come riporta il blog ReteBorghiDecoi: “Perché Pantelleria è un Caso Esemplare. L’esperienza pantesca dimostra che una De.Co. moderna è vincente solo se smette di voler essere un marchio commerciale.
“L’identità non è un reperto da museo, ma un processo comunitario ininterrotto.”
Attraverso l’Audizione Pubblica, la comunità di Pantelleria smette di essere “destinataria” di politiche turistiche e torna a essere protagonista del proprio destino culturale. La Banca del Genius Loci assicura che questo patrimonio resti un vantaggio collettivo, una risorsa per tutti e mai la rendita di posizione di pochi.
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Spettacolo
La Compagnia Teatro Finestra di Gianni Bernardo compie 50 anni
La Compagnia Teatro Finestra compie 50 anni, la Città di Aprilia, gemellata con Pantellria, ne compie 90.
Due compleanni importanti, due destini, due storie che nella sfera culturale si intrecciano.
Era il 1976. Da allora molti eventi, traguardi, scommesse, distrazioni, applausi. Una storia (la nostra storia) che continua nel tempo, dando voce, “casa”, identità e riconoscimento culturale alla comunità, coinvolgendola, traghettandola nella narrazione dei tanti spettacoli rappresentati in Italia e all’estero che hanno marcato il cammino della Compagnia in questo mezzo secolo.
Cinquant’anni fa si alzava per la prima volta un sipario che non si è mai chiuso. Da allora il Teatro Finestra ha costruito una vita di storie, di memorie, di volti, di applausi, ha percorso e attraversato più della metà della vita della città.
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