Ambiente
Ambiente – Guanti e mascherine: il nuovo inquinamento del presente e del futuro
Appare ormai chiaro che l’uomo è la specie dominante più presuntuosa della Terra. Con i suoi comportamenti mette, infatti, a dura prova l’ambiente in cui esso stesso vive. E quella a cui stiamo assistendo oggi (e di cui siamo senza dubbio gli unici responsabili) è una vera e propria nuova minaccia ecologica.
Già a inizio estate era stato lanciato l’allarme da parte di istituzioni e organizzazioni: gli ecosistemi terrestri e marini sono minacciati dall’abbandono indiscriminato di guanti e mascherine usa e getta. Per quanto non sia facile calcolare quante mascherine vengono effettivamente abbandonate ogni giorno nell’ambiente, possiamo tuttavia partire da un dato certo che può farci meglio percepire la portata del problema: ogni anno 8 milioni di tonnellate di plastica finiscono nelle nostre acque e si prevede che, a fine anno, i rifiuti dovuti a guanti e mascherine faranno aumentare questa cifra di 300 mila tonnellate. Le statistiche dicono, inoltre, che se anche solo l’1% delle mascherine non viene smaltito correttamente, potremmo disperderne nell’ambiente 10 milioni al mese.
Ma noi oggi non vogliamo affrontare nel dettaglio questo problema, quanto piuttosto rispondere ad alcune domande che possano chiarire eventuali dubbi per indirizzare il nostro comportamento quotidiano. Cerchiamo quindi di comprendere di quali materiali sono fatte le mascherine, come smaltirle correttamente nelle nostre abitazioni, quanto tempo impiegano a degradarsi se le gettiamo nell’ambiente e perché è molto dannoso (e non solo incivile) farlo.
Di quale materiale sono fatte le mascherine?
La maggior parte delle mascherine chirurgiche, anche se al tatto possono sembrare composte di semplice tessuto, sono in realtà realizzate con tre strati di materiali sovrapposti: due strati di tessuto non tessuto (TNT) con, in mezzo, un materiale soffiato a fusione. I tre strati, tutti in polipropilene, sono realizzati con differenti tecniche di produzione a seconda della loro funzione. Mentre lo strato esterno (la parte più esposta all’ambiente circostante) è una specie di velo che fa da copertura, lo strato intermedio (il più importante) è costituito da un vero e proprio filtro, in grado di trattenere particelle di aerosol, microrganismi e fluidi corporei. Lo strato interno, sempre un TNT in polipropilene, funge invece da separatore tra sistema filtrante e pelle del viso. Le mascherine sono dotate anche di elastici (generalmente di poliestere) e di una componente metallica cucita all’interno nella parte superiore del facciale (per evitare lo scivolamento sul naso). Un altro materiale utilizzato, sia per il facciale sia per i lacci della mascherina, è il nylon.
Come e dove gettare le mascherine?
I materiali di cui sono composti guanti e mascherine fanno considerare tali rifiuti come “rifiuti urbani” (RU). L’Istituto Superiore di Sanità (ISS) suggerisce di gettarli nel rifiuto indifferenziato: vanno, quindi, gettati nel bidone grigio dell’indifferenziato (solo i guanti in vinile e in polietilene potrebbero essere smaltiti con la plastica).
Spetta quindi al cittadino rispettare le regole e le indicazioni di utilizzo e smaltimento a tutela della propria salute, di quella degli altri e dell’ambiente. E soprattutto quando si è in giro, atteniamoci alle semplici regole del comportamento civile: non gettiamo per strada alcun rifiuto, e soprattutto non le mascherine. Portiamole a casa e gettiamole solo nel bidone grigio dell’indifferenziato.
Se fare appello al senso civile non è sufficiente, di seguito spiegheremo anche perché è effettivamente così importante per la salvaguardia della nostra salute.
Quanto tempo ci mette l’ambiente a smaltirle? E qual è l’impatto ambientale dell’abbandono?
Le mascherine impiegano circa 400 anni a decomporsi nell’ambiente (i guanti 100-200 anni). Ma l’impatto ambientale di mascherine (e guanti) riguarda non solo la quantità di rifiuti che si producono quanto la pessima abitudine di disperderli nell’ambiente. Il grosso problema, infatti, non è solo il tempo di smaltimento quanto il fatto che, una volta dispersi nell’ambiente, contribuiscono a causare danni che coprono un ampio spettro di problematiche. Possono banalmente intasare tombini compromettendo il loro corretto funzionamento. Possono essere trasportati dal vento (sono infatti molto leggeri) e inquinare fiumi, laghi e mari unendosi alle milioni di tonnellate di plastica che già ogni anno arrivano negli oceani. Possono soffocare e uccidere uccelli che, come le specie marine, scambiano tali oggetti per cibo. In altre parole possono assestare un altro duro colpo alla già fragile biodiversità.
Un altro aspetto molto preoccupante legato all’impatto ambientale di guanti e mascherine è l’impiego di sostanze chimiche per il loro trattamento, in primis l’acido perfluoroottanoico. Si tratta di un agente chimico con proprietà repellenti il cui utilizzo, seppur vietato a livello globale dalla Conferenza di Stoccolma (è infatti molto tossico e si disperde facilmente) è ancora consentito per il trattamento di prodotti sanitari. Quando queste sostanze vengono incenerite (finiscono così i rifiuti indifferenziati) rilasciano inquinanti molto tossici e pericolosi (es. le diossine). Tali sostanze, se disperse nell’ambiente o gestite in maniera scorretta, sono causa di un inquinamento molto esteso e pericoloso sia per l’ambiente che per l’uomo: possono contaminare falde, suolo e aria.
Per cercare di arginare questa grave problematiche ambientale molte aziende stanno studiando alternative ai dispositivi in poliestere e polipropilene (che abbiamo capito essere molto inquinanti) proponendo mascherine biodegradabili. Alcuni di questi nuovi dispositivi sono già in commercio. Perché non provarli?
Per concludere, vogliamo ricordare che il WWF ha chiesto alle Istituzioni di mettere nei porti (dove gli operatori sono costretti a indossare i dispositivi individuali di protezione) e nei luoghi maggiorente frequentati dalla popolazione (parchi, supermercati, ecc.) opportuni raccoglitori per mascherine e guanti (anche se ormai l’uso di questi ultimi è sconsigliato dall’OMS). Un modo per proteggere l’ambiente e la nostra salute. Perché non fare lo stesso qui a Pantelleria?
Giuliana Raffaelli
Ambiente
Waterfront, il Sindaco “Pantelleria sta vivendo una delle più importanti trasformazioni urbanistiche della sua storia recente”
Il Sindaco Fabrizio D’Ancona scrive alla cittadinanza sulle tappe del Waterfront: “Oggi quel cambiamento è iniziato e ogni cambiamento comporta sacrifici.”
Cari Concittadini,
ritengo doveroso rivolgermi a tutti voi per condividere alcune riflessioni su una situazione che sta inevitabilmente incidendo sulla vita quotidiana della nostra comunità e che, negli ultimi mesi, ha alimentato discussioni, preoccupazioni e, talvolta, ricostruzioni non sempre fondate sui fatti. Pantelleria sta vivendo una delle più importanti trasformazioni urbanistiche della sua storia recente. Il progetto del waterfront, oggi finalmente in fase di realizzazione, non nasce oggi.
Il progetto del 2007
È un progetto concepito nel lontano 2007, pensato per ridisegnare il volto del nostro centro urbano, riqualificando l’intero fronte mare, dalla radice del Molo Wojtyla fino a Via Don Alonzo Errera, insieme alle piazze Cavour e Castello. Un’opera immaginata per consegnare alle future generazioni una Pantelleria più moderna, più accogliente, più funzionale e più competitiva rispetto alle principali destinazioni turistiche del Mediterraneo.
Dopo una lunga e complessa gestazione, i lavori sono iniziati soltanto pochi mesi fa e proseguono pur se tra tante difficoltà. La previsione iniziale parlava di circa tre anni di attività, oggi invece, nostro malgrado, la conclusione è fissata al 31 dicembre 2026, obbligandoci a un percorso lavorativo fortemente “severo”.
Comprendo perfettamente il disagio che questa situazione sta creando e sarebbe inutile negare l’evidenza: la viabilità è più complessa, gli spazi di sosta si sono ridotti, le attività economiche devono confrontarsi con nuove difficoltà organizzative e molti cittadini vedono cambiare improvvisamente abitudini consolidate da decenni. A tutto questo si aggiunge la contemporanea presenza di altre importanti opere pubbliche, anch’esse soggette a cronoprogrammi e scadenze non determinate localmente, che contribuiscono ad aumentare la pressione sul territorio. È giusto che si discuta delle criticità, è giusto che si evidenzino le difficoltà, è giusto che i cittadini chiedano risposte. Ma è altrettanto giusto ricordare alcuni fatti.
Soluzioni ai disagi
Il progetto del waterfront prevedeva già allora la necessità di compensare la sicura perdita degli stalli di sosta attraverso la realizzazione di aree dedicate a parcheggio in Via Concezione, Via Napoli e Via Cavallotti. Purtroppo, nell’ultimo decennio e oltre, non è stato fatto nulla per trasformare quelle previsioni in opere concrete. Oggi ne vediamo le conseguenze e sarebbe poco serio affermare che sia possibile recuperare in pochi mesi ciò che non è stato realizzato nell’arco di anni.
Per questo, sento il dovere di essere sincero con tutti voi: non vedo, nell’immediato, una soluzione capace di eliminare completamente i disagi che stiamo vivendo.
Le ipotesi che vengono avanzate nel dibattito pubblico meritano tutte attenzione, ma molte di esse presuppongono infrastrutture, aree riqualificate, risorse umane, strumenti di controllo e organizzazioni che oggi non sono ancora disponibili. Anche proposte apparentemente semplici, come l’attivazione di sistemi navetta o l’istituzione di una zona a traffico limitato (ZTL), richiedono condizioni preliminari che il territorio non possiede ancora pienamente.
Ciò non significa che queste non possano rappresentare una prospettiva futura, significa semplicemente che oggi dobbiamo confrontarci con la realtà e lavorare con gli strumenti che abbiamo.
Per anni abbiamo immaginato una Pantelleria diversa, più ordinata, più vivibile, più moderna.
Oggi quel cambiamento è iniziato e ogni cambiamento comporta sacrifici. Forse non sarà più possibile fermare l’automobile davanti all’ingresso delle attività commerciali; forse sarà necessario percorrere qualche decina di metri a piedi per raggiungere un negozio, un ufficio, un servizio. Sono piccoli cambiamenti che possono apparire scomodi ma che fanno parte di una visione urbana diversa da quella alla quale siamo stati abituati sino a oggi.
Dobbiamo, inoltre, essere consapevoli che ciò che sta accadendo a Pantelleria non rappresenta un caso isolato: in tutta Italia i Comuni stanno affrontando contemporaneamente cantieri, opere finanziate dal PNRR e programmi di investimento straordinari.
Le scadenze
Le scadenze sono spesso rigide, le procedure burocratiche complesse e i tempi di realizzazione inevitabilmente condizionati da fattori che vanno ben oltre le decisioni delle singole amministrazioni.
Nel nostro caso esiste poi un elemento ulteriore che non possiamo ignorare: siamo un’isola.
Chi vive Pantelleria sa bene che ogni intervento, ogni fornitura, ogni lavorazione e ogni imprevisto richiedono tempi più lunghi rispetto alla terraferma. È una condizione che amplifica ogni difficoltà e che deve essere sempre tenuta presente quando si valutano opere di questa portata.
Per queste ragioni chiedo a tutte le forze politiche isolane di contribuire con spirito costruttivo, visione e senso di responsabilità a questo importante processo di crescita territoriale.
Le differenze di sensibilità e di opinione appartengono naturalmente al confronto democratico e rappresentano una ricchezza. Tuttavia, davanti a sfide che riguardano il futuro di Pantelleria, credo che tutti siamo chiamati a fare uno sforzo ulteriore, mettendo al centro l’interesse generale della comunità.
Serve la collaborazione di tutti: delle istituzioni, delle forze politiche, delle attività economiche, delle associazioni e dei cittadini.
Solo attraverso una visione condivisa e un impegno comune potremo superare le difficoltà del presente e costruire una Pantelleria più moderna, più funzionale e più accogliente. Sono certo che questo contributo di responsabilità, collaborazione e lungimiranza non mancherà. Con gratitudine per la comprensione e il contributo che ciascuno di voi saprà offrire.
Pantelleria, lì 16 giugno 2026
Il Sindaco Fabrizio D’Ancona
…………………………………
Tutte le news nel nostro canale WhatsApp
Ambiente
Pantelleria, disinfestazione con intervento anche per le blatte
Nei giorni mercoledì 17 e giovedì 18 giugno, verranno effettuati interventi di derattizzazione (ore diurne) e disinfestazione (nelle ore notturne dalle 00.00 alle 5.30), in tutto il territorio isolano.
Inoltre, venerdì 19 giugno, sarà eseguito un intervento di deblatizzazione, in alcuni pozzetti fognari del centro urbano (nelle ore notturne dalle 01.00 alle ore 5.30).
……………………………
Tutte le notizie de Il Giornale di Pantelleria le trovi nel canale WhatsApp
Ambiente
Pantelleria, distacco di energia elettrica venerdì 19 giugno, ecco dove
Si rende noto che per inderogabili necessità di servizio
dalle ore 08.00 alle ore 13.30
di Venerdi 19 Giugno 2026
Verrà sospesa l’erogazione dell’energia elettrica nelle seguenti zone:
• Loc serraglio
• Gibele
• Piana della Concezione
• Benimingallo
…………………………
Seguici su WhatsApp
-
Ambiente5 anni faAMP, a Pantelleria Insieme Live: zonizzazioni e Guardia Costa ausiliario. Gadir e il brillamento de Il Caldo
-
Personaggi4 anni faStasera 4 Ristoranti a Pantelleria, con Alessandro Borghese. Ecco chi sono
-
Ambiente5 anni faPantelleria, il PD segnala colorazione anomala e artificiale nella spiaggia del Lago di Venere
-
Pantelleria5 anni faPantelleria a lutto per Giovanni Maddalena, il galantuomo del Conitro
-
Personaggi4 anni faPantelleria, è U Runcune il vincitore di 4 Ristoranti di Alessandro Borghese
-
Cronaca5 anni faUltima Ora – Pantelleria. Identificata la donna morta per annegamento, il secondo suicidio in un mese
-
Capitaneria di Porto5 anni faPantelleria, allarmanti condizioni meteo-marine nelle prossime 48/72 ore: onde 6 da metri
-
Pantelleria5 anni faPantelleria, divieto di balneazione a Punta San Leonardo