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Shopping scatenato con il Black Friday, venerdì 23 novembre in tutta Italia

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Venerdì 23 novembre torna in tutta Italia l’atteso Black Friday: al via lo shopping scatenato. Sconti, promozioni, prezzi stracciati nei negozi di tutta Italia. Anche questa è una ricorrenza che importiamo dall’America e che segue la festività del Giorno del Ringraziamento e anticipa il Natale: i magazzini dei negozi, così, si svuotano rapidamente, per aver spazio per tutta la mercanzia natalizia. In frangenti come questo è facile perdere la testa e svuotare a casaccio il portafoglio, allora si consiglia di fare un elenco degli acquisti: appuntare di cosa si abbia realmente bisogno e stabilire un tetto massimo di spesa. Sono più di 15 milioni le persone in Italia, una crescita del 10% rispetto alle vendite del 2017 e un giro d’affari globale superiore a 1.6 miliardi di euro di cui 1 miliardo attraverso l’e-commerce : sono questi i numeri stimati per il Black Friday 2018. Questi i dati per i negozi reali,  ma sull’e-commerce quanto siamo informati? Se da una parte l’e-commerce è lo strumento preferito dai consumatori per il suo stile rapido ed intuitivo, dall’altra il rischio di effettuare acquisti azzardati e ritrovarsi con prodotti contraffatti o diversi dagli originali è sempre dietro l’angolo. Anche se in rete si riesce ad accedere più facilmente a sconti e prezzi al ribasso, le offerte eccessivamente ridotte sono spesso il primo segnale d’allarme sull’affidabilità del rivenditore. Quando si ha qualche dubbio davanti ad una proposta troppo conveniente, controllare il nome del sito e le sue credenziali è la prima cosa da fare. Un modo efficace per verificare la credibilità di un sito è senza dubbio l’opinione che gli utenti hanno di esso. In questo caso, il passo più semplice è affidarsi ad una ricerca su Google. Tramite il motore di ricerca è possibile accedere in maniera rapida alle recensioni condivise dagli utenti in rete ed avere una prima idea sulla pagina presa in considerazione. Prima di concludere l’acquisto è opportuno leggere bene le condizioni generali del contratto d’acquisto ed assicurarsi che nella pagina siano riportati i dettagli riguardo le modalità di pagamento e gli eventuali rimborsi. E, allora, fatte le dovute raccomandazioni, buon Black Friday a tutti!  

Disclaimer

Questo contenuto è proprietà intellettuale della Nous Editore srls, senza tacito consenso ne è vietata ogni riproduzione, totale e parziale di testi e immagini, anche in forma di link

Marina Cozzo è nata a Latina il 27 maggio 1967, per ovvietà logistico/sanitarie, da genitori provenienti da Pantelleria, contrada Khamma. Nel 2007 inizia il suo percorso di pubblicista presso la testata giornalistica cartacea L'Apriliano - direttore Adriano Panzironi, redattore Stefano Mengozzi. Nel 2014 le viene proposto di curarsi di Aprilia per Il Corriere della Città – direttore Maria Corrao, testata online e intraprende una collaborazione anche con Essere Donna Magazine – direttore Alga Madia. Il 27 gennaio 2017 l'iscrizione al Consiglio dell'Ordine dei Giornalisti nel Lazio. Ma il sangue isolano audace ed energico caratterizza ogni sua iniziativa la induce nel 2018 ad aprire Il Giornale di Pantelleria.

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Dolci natalizi in Sicilia: alla scoperta dei nucàtoli

Nicoletta Natoli

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Preparati tradizionalmente in occasione del Natale, i nucàtoli sono biscotti ripieni siciliani, diffusi in tutta l’isola con diverse varianti della ricetta originale. Vista la loro importanza nel patrimonio gastronomico isolano, sono stati inseriti nella lista dei prodotti agroalimentari tradizionali italiani, redatta dal Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali.

Il nome nucàtolo viene fatto derivare dalla parola latina nucatus, che significa “condito con le noci”, oppure dalla parola araba naqal, che significa “frutta secca”. Di fatto l’utilizzo della frutta secca è un elemento comune in tutte le versioni del dolce, in cui si trovano sempre le mandorle, le noci, i fichi secchi e una miscela di diverse spezie.

Si racconta che a Palermo furono le suore di clausura del Monastero di Santa Elisabetta, già note in città per la loro abilità nella rosticceria, a preparare per prime dei nucàtoli deliziosi. Crearono dei cuscinetti di pasta frolla glassata, li farcirono con la frutta secca e poi li modellarono con la forma della lettera S o di un sigaro. I dolci che nascevano dalle mani delle monache erano sempre garanzia di qualità, ed erano i prediletti dai palermitani di ogni ceto sociale.

Seppure in origine fu elaborata in un monastero, la ricetta si diffuse poi da un comune all’altro della Sicilia, subendo qualche modifica sulla base degli ingredienti preferiti dai pasticceri di turno ma anche della disponibilità delle materie prime presenti nei vari territori. Ogni città vanta la paternità di questo squisito dolce siciliano, ma a prescindere dalle rivendicazioni geografico-culinarie esso si può indubbiamente considerare uno dei vanti della tradizione dolciaria isolana nella sua totalità.

Nicoletta Natoli

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21 dicembre, solstizio d’inverno. L’osservazione del cielo e la straordinaria storia del disco di Nebra

Giuliana Raffaelli

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Oggi 21 dicembre, nell’emisfero boreale, inizia ufficialmente l’inverno. È il giorno del solstizio. Il giorno più corto dell’anno. Il giorno con più ore di buio.

Il termine deriva dalla parola latina solstitium, composto di sol “sole” e tema di stare “fermare, fermarsi”, che vuol dire quindi “fermarsi del Sole”. Il Sole raggiunge infatti oggi il punto di massima declinazione (l’angolo che i suoi raggi formano con il piano equatoriale) nella volta celeste. E, variando di poco la sua posizione, sembrerà apparentemente “fermarsi” nel cielo.

Ma grazie alla scienza sappiamo molto di più di questa giornata. Sappiamo ad esempio che, dal punto di vista astronomico, il Sole raggiunge oggi, alle 16:59, la sua massima declinazione meridionale (di -23,5 gradi). I suoi raggi, in quel preciso istante, saranno quindi perpendicolari al parallelo di latitudine 23,5 gradi, che corrisponde al Tropico del Capricorno. Una posizione tra l’equatore e il polo sud. Oggi, quindi, il polo sud è completamente irraggiato dal Sole, mentre il polo nord si trova al buio. In altre parole, le località a nord dell’equatore riceveranno pochissima luce vivendo il giorno più buio dell’anno, mentre l’emisfero sud avrà la giornata di luce più lunga.

Ma sappiamo anche che è grazie alla rotazione della Terra intorno al suo asse (di 23 gradi e 27 primi rispetto al piano della sua orbita) che si hanno le stagioni. Se l’asse terrestre non fosse inclinato ma rimanesse sempre perpendicolare al piano della sua orbita (cioè sempre a 90 gradi rispetto ai raggi solari) non ci sarebbero né solstizi né stagioni. Perché i raggi solari colpirebbero ogni punto della Terra sempre con la stessa inclinazione. Imponendo al nostro Pianeta un clima completamente diverso da quello attuale. Non a caso il termine clima deriva dal greco klima, che vuol dire, appunto, “inclinazione”.

Le tante nozioni, legate agli astri e al loro moto, nozioni che oggi diamo per scontate, sono il frutto di millenarie osservazioni della volta celeste da parte dell’uomo. Un uomo spinto da ragioni pratiche più che da romantico desiderio di conoscenze metafisiche. Le attività umane, soprattutto in epoche antiche, erano infatti direttamente legate ai moti periodici dei corpi celesti. Questi ultimi continuano a scandire ancora oggi il vivere quotidiano di tante popolazioni.

Molte sono le evidenze che l’uomo, già in antichità (ad esempio nel Neolitico), avesse nozioni ben precise di Astronomia. Evidenze testimoniate da studi archeo-astronomici di importanti siti come Stonehenge, Callanish e Carnac, per citarne solo alcuni. L’uomo, all’epoca, aveva già tracciato precise linee orientate astronomicamente. Lasciandone traccia non solo in opere megalitiche ma anche in piccoli reperti.

È questo il caso del disco di Nebra, di cui vogliamo raccontarvi la straordinaria e affascinante storia.

Anno 1999. Foresta di Ziegelroda, un bosco nell’altura di Mittelberg. 180 km a sud-ovest di Berlino. Durante uno scavo clandestino, alcuni “cacciatori di tesori” portano alla luce vari reperti archeologici. Tra spade e asce spicca un piccolo cerchio di bronzo. 32 centimetri di diametro. Circa 2 kg di peso. Sulla sua sottile lamina risaltano delle figure in oro: il Sole, la falce della Luna e 32 piccoli dischetti che rappresenterebbero le stelle. Gli studi cronologici lo riconducono al 1600 a.C., in piena età del Bronzo. Ma la collocazione cronologica non può considerarsi precisa perché avvenuta senza scavo stratigrafico, dissotterrando in fretta e nascondendo i piccoli “tesori”.

Ma cosa rappresenta questo piccolo disco? E a cosa poteva servire? Tante sono le ipotesi avanzate dagli studiosi. Potrebbe essere stato un oggetto ornamentale. Oppure un oggetto magico-rituale utilizzato durante le funzioni religiose. Qualunque fosse la funzione era senza dubbio un oggetto molto prezioso. Lo testimonia il fatto che le figure in rilievo sono in oro. Doveva quindi trattarsi di un oggetto molto particolare e molto particolare doveva essere la sua funzione.

Sulla sua superficie si osserva, oltre a Sole, Luna e stelle (quindi tutto ciò che era facilmente visibile ad occhio nudo nel cielo), un raggruppamento di sette astri che potrebbero rappresentare le Pleiadi.

Sono anche presenti due bande laterali curve, anch’esse d’oro (una delle quali staccata e perduta, ma di cui resta l’impronta). Questi due cerchi mostrano una strana e interessante coincidenza. I due archi opposti sottendono un angolo di 82,7 gradi ciascuno, che alla latitudine del Mittelberg (j=52°) è molto prossimo al valore degli archi ortivo e occaso del Sole, vale a dire la differenza tra gli azimut astronomici dei punti di levata dell’astro diurno al solstizio d’inverno e al solstizio d’estate, oppure i corrispondenti azimut ai rispettivi tramonti.

(Credit immagine: http://www.duepassinelmistero.com/Nebra.htm di Adriano Gaspani,I.N.A.F – Istituto Nazionale di Astrofisica, Osservatorio Astronomico di Brera – Milano)

Secondo Wolfhard Schlosser, esperto di astronomia antica all’università di Bochum, il sito di Mittelberg era quindi anticamente utilizzato come osservatorio astronomico. Le antiche popolazione con tale cerchio cercavano, probabilmente, di regolare le attività agricole in base ai cicli di Sole e Luna. Sembra che sulla sua superficie fosse stato fissato il momento in cui le Pleiadi compaiono a ovest, nei mesi di marzo e ottobre, arco di tempo in cui si compivano i lavori agricoli, dalla semina al raccolto. Una ipotesi possibile e suggestiva, che necessita ancora di ulteriori approfondimenti, da verificare con la linea del tramonto nel solstizio estivo, unica direzione astronomicamente significativa di quel luogo.

Il disco di Nebra è ricco anche di simboli legati a culti religiosi: la luna, la barca solare, le Pleiadi e le linee dell’orizzonte durante i solstizi dimostrano che l’uomo dell’età del bronzo aveva una sensibilità artistica capace di esprimere un credo religioso, legato alla natura che lo circondava.

Se, infine, l’attribuzione cronologica fosse corretta, il disco di Nebra costituirebbe la più antica rappresentazione del cosmo conosciuta dall’uomo. La più antica mappa stellare. Databile a circa 4mila anni fa. Uno dei ritrovamenti archeologici più importanti del XX secolo.

Giuliana Raffaelli

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La storia di Santa Lucia tra il sacro e il culinario

Nicoletta Natoli

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Conosciuta come Santa Lucia, Lucia di Siracusa nacque nella città siciliana nel 283. Durante la grande persecuzione ordita dall’imperatore Diocleziano fu una martire cristiana, e oggi è venerata come santa dalla Chiesa cattolica e da quella ortodossa, che la celebrano il 13 dicembre.

Per via dell’etimologia del suo nome, che discende dalla parola latina Lux – luce -, tradizionalmente Santa Lucia è invocata come protettrice degli occhi, della vista e di tutti coloro che soffrono di problemi a essa legati, ma è anche la patrona degli oculisti, degli elettricisti e degli scalpellini. Le sue spoglie mortali riposano nel santuario veneziano che porta il suo nome, mentre il suo luogo di culto principale è la Chiesa di Santa Lucia al Sepolcro, situata nella sua città natale.

Nel corso dei secoli, il personaggio di Santa Lucia è stato fonte di ispirazione in ambito religioso e teologico, ma anche artistico e letterario. In quest’ultimo campo spicca la citazione della martire siracusana nel Convivio di Dante, dove il sommo afferma di aver sofferto a causa delle sue prolungate letture di un’alterazione agli occhi, guarita proprio per intercessione della santa. La gratitudine nei confronti di quest’ultima lo spinse a menzionarla anche nella Divina Commedia, dove le attribuì allegoricamente un ruolo fondamentale nella vicenda dell’umanità intera.

 

I luoghi del culto

L’importanza di Santa Lucia è evidenziata pure dal numero di luoghi in cui viene celebrato il suo culto. Per quanto riguarda l’Italia, oltre che in Sicilia la santa è venerata in Calabria, in Campania, in Abruzzo, in Toscana, in Trentino, in Friuli, in Lombardia, in Piemonte, in Emilia e in parte del Veneto. In quest’ultima regione spicca la tradizione veronese legata ai “doni di Santa Lucia”, poiché essa viene considerata alla stregua di San Nicola, Babbo Natale e Gesù Bambino, della Befana e di altre figure che nei secoli hanno rimpiazzato l’antico culto degli avi nell’immaginario dei bambini. Ma l’amore per Santa Lucia varca i confini italiani, tanto è vero che è molto venerata anche in Svezia, sia dalla Chiesa cattolica che da quella luterana. Qui è diffuso il canto tradizionale Luciasången, che non è altro che la versione svedese della famosa canzone napoletana “Santa Lucia”, e ogni anno è eletta una Lucia di Svezia, che andrà a Siracusa per partecipare alla processione dell’ottava, durante la quale il simulacro della Santa viene riportato in Duomo. Tra gli svariati Paesi del mondo che celebrano il culto della martire siracusana figurano l’Argentina, la Croazia, la Finlandia, la Spagna e la Norvegia.

In Sicilia, il legame tra storia, religione e cucina

Come succede con numerosi culti isolani, anche nel caso di Santa Lucia si crea un legame tra storia, religione e cucina. Nello specifico, per capire meglio le origini delle usanze gastronomiche del 13 dicembre (in particolare a Palermo e Siracusa), bisogna risalire al 1646 o al 1763, anni di grande carestia in Sicilia.

Per colpa della scarsità delle piogge, le spighe non maturarono come dovevano e quindi la raccolta non poté soddisfare le necessità della popolazione, che fu costretta a comprare il grano altrove e a un prezzo elevato. Allora, ai cittadini non restò che affidarsi alla fede, e proprio nel giorno consacrato a Santa Lucia del 1646 nel porto di Palermo arrivò un bastimento carico di grano. Stretti nella morsa della fame, i cittadini per sfamarsi più rapidamente bollirono il grano, aggiungendo esclusivamente un po’ d’olio, e crearono così la pietanza che è giunta fino ai giorni nostri con il nome di “cuccìa” (dal greco koukkía – chicchi di grano) nella sua variante dolce e salata.

Da quel momento in poi, la devozione alla santa passò pure “dal sacro al culinario”, poiché i siciliani decisero che per commemorare questo miracolo nel giorno consacrato a Lucia di Siracusa non avrebbero più mangiato alimenti prodotti con farina di cereali o altre farine. E fu così che il 13 dicembre in Sicilia, in particolare a Palermo, è diventato il giorno “consacrato” all’arancin – mettete voi la vocale che preferite -, il cui consumo, insieme a quello della cuccìa, si è praticamente trasformato in una sorta di rito pagano.

Nicoletta Natoli

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