Cultura
Servizio militare di leva, le tappe di un obbligo durato 143 anni
i QUANDO IL SERVIZIO MILITARE ERA OBLIGATORIO… I SICILANI VENIVANO DESTINATI AL NORD E I PIEMONTESI AL SUD L’ obbligatorietà della cosiddetta “naja”, introdotta nel Regno d’Italia nel 1861, è stata resa inattiva dal 1° gennaio 2005. Nel Dopoguerra la sua durata era scesa da 18 a 10 mesi e sono state riconosciute l’obiezione di coscienza e il servizio civile sostitutivo. Il Ricordo… Era il 17 maggio del 1978 anch’io come la maggior parte dei giovani abili al servizio militare partii dalla mia città Ragusa per andare ad Orvieto presso la Caserma “Piave” a svolgere la selezione e l’addestramento (CAR). Nel mio caso fui incorporato a svolgere il servizio di leva presso il I Battaglione Bersaglieri “La Marmora” di stazza a Civitavecchia come Bersagliere scelto incarico 30/A (Assaltatore). Ragazzi di ieri, uomini di oggi, che con il trascorrere del tempo hanno mantenuto il ricordo di quel periodo della loro vita spesso con il desiderio di raccontarlo o anche solo di incontrare nuovamente i propri commilitoni. Com’è noto il servizio obbligatorio di leva venne sospeso nel 2004 con la legge Martino. Un’istituzione durata 143 anni, dalla nascita del Regno d’Italia fino al gennaio 2005 quando giurarono i nati nel 1985, l’ultimo scaglione di leva. Quei mesi di coscrizione obbligatoria (prima 24 poi 12) per molti giovani rappresentarono una finestra verso un mondo fino ad allora sconosciuto: la propria Nazione. Quella chiamata obbligò infatti i giovani che raggiungevano la maggiore età a partire da casa superando, magari per la prima volta, i confini del proprio paese. Non a caso in tanti riconoscono il servizio militare obbligatorio quale strumento che facilitò la costruzione dell’unità d’Italia, oltre che la diffusione dell’italiano. “All’arme, All’arme, e siamo già borghesi, son giorni e non so mesi, e non si sente più la ritirata neppure il contrappello e l’adunata…”. Quanti uomini ragusani ricordano queste parole, gli ultimi i nati nel 1985, che significavano ritorno a casa dopo aver assolto l’obbligo di leva. Intere generazioni di isolani hanno dato il loro contributo alla patria e ancora oggi conservano quella divisa. Oggi la maggior parte, che vediamo sfilare alle parate, è composta da professionisti ma fino al 2005 non era così. Tutto iniziava intorno ai diciassette anni con i famosi tre giorni dedicati alla visita medica, molti ne avevano l’incubo. C’erano vere e proprie leggende metropolitane che certamente non mettevano di buon umore, messe in giro da chi aveva già affrontato quella prova. Al ritorno era facile che fra i ragazzi che movimentavano la “movida ragusana”, tra corso Italia e via Roma, ci si chiedesse: “Ti hanno arruolato?”. La risposta a volte era sì, detta fra rabbia e orgoglio.
Vi chiedereste perché fra rabbia e orgoglio. Rabbia perché si considerava un tempo perso soprattutto per quei giovani che davano una mano al reddito familiare lavorando nelle piccole botteghe o dai “Mastri” (Professionisti Artigiani) che animavano la città. Orgoglio perché c’era la soddisfazione di aver superato queste prove fisiche. Un altro motivo d’orgoglio era il corpo di appartenenza, perché se avessi fatto parte della marina o dei bersaglieri saresti stato sicuro che, una volta indossata la divisa, diventavi “figo” per le ragazze. Spesso, infatti, nella “movida ragusana dell’epoca” le ragazze che vedevano un marinaio o un bersagliere si pizzicavano fra loro. C’era il detto “pizzico a te, fortuna a me”. Le ragazze andavamo matte per quelle divise. A vent’anni ti staccavi dalla famiglia, arrivava la “famosa” cartolina con la tua destinazione, nella nostra città la maggior parte partivano da Catania o Siracusa, accompagnati in macchina dai genitori, la partenza in treno da Ragusa era sconsigliata per la prolungata durata del tragitto. Vi era un rituale che si ripeteva nel tempo: fidanzate che piangevano nei giorni che precedevano la partenza, coppie che si promettevano amore eterno. I posti erano la villa Margherita o il più blasonato Giardino Ibleo, e nelle balaustre o in alcuni alberi a volte si incidevano cuori con le iniziali e con la data della promessa. Sembrava di partire in guerra, si scambiavano foto singole e spesso le ragazze le impregnavano con il rossetto come per tener vivo il ricordo di un amore, non esistevano ancora gli i-phone e gli smartphone e i loro antenati cellulari. Quella foto era la prima cosa che sistemavi nell’armadietto. Arrivava la partenza, dovevi affrontare un nuovo mondo, per molti era la prima volta che si stava lontano dai genitori, dalla ragazza e spesso (forse molte ragazze fidanzate non lo hanno mai saputo) ci si raccomandava all’amica fidata per essere informati sulla fedeltà. Per chi era destinato a sud Italia, si era considerati fortunati, bene o male si stava nel mezzogiorno, per chi andava nelle regioni del nord era proprio un calvario. Quanti si vedevano al ritorno a Ragusa passeggiare con la divisa. Lungo le vie della “movida ragusana” eri l’osservato speciale. In quel periodo si fortificavano gli amori ma spesso se ne rovinavano altri. Si aspettavano lettere, a volte, fra commilitoni e ti accorgevi se qualcuno fosse tornato single. Si scrivevano lettere piene di promesse, non erano sms o chat con poche lettere senza vocali, ciò che succede oggi. Poi la fila al telefono, si ascoltavano i “quanto mi ami” degli altri, si cercava la cabina più lontana per avere un po’ di privacy, peccato che tutti avevano avuto lo stesso pensiero e si ritrovava a far la fila. In quel periodo stringevi amicizia con i commilitoni di altre parti d’Italia, in pratica imparavi a far gruppo e a reagire, in parole povere a cavartela da solo. A volte c’era anche il lato negativo che spesso rovinava tutto: il “nonnismo” che sarebbe il moderno “bullismo”. Ne facevano le spese i deboli o i ribelli. Quanti ricordi vengono ancora conservati: i numeri telefonici scritti al momento del congedo che ancora si conservano. Spesso ci si ritrova sui social. Chissà se si decidesse di rendere obbligatoria la “naja” come la vivrebbero i giovani di oggi. Ai posteri l’ardua sentenza! Noi potremmo dire come nel film di Toto: Sono un uomo di mondo, ho fatto tre anni di militare a Cuneo! Nel mio caso ho fatto 2 mesi ad Orvieto e 10 mesi da Bersagliere scelto 30/A (Assaltatore) a Civitavecchia…
I 3 GIORNI DECISIVI: IL VIAGGIO… L’ARRIVO… E IL CORPO DI APPARTENENZA Il punto più a nord d’Italia dove ero stato era Reggio Calabria e pensavo che l’Italia finisse subito dopo … sapevo che poi c’era Roma e subito dopo Milano, dove avevo parenti. Invece, non solo
passai la costa tirrenica salernitana e poi la Campania (degustai a volo la decantata pizza venduta da ambulanti in stazione…) ma proseguii fino in Umbria e lì finalmente arrivai alla stazione di Orvieto. Sui binari c’erano ad attenderci dei soldati e graduati che scrutavano i giovani in arrivo; se avevi in mano una borsa e magari la cartolina precetto eri finito. È fu così… “Tu, spina, vieni qui. Mettiti lì, che quando ci siete tutti vi portiamo in caserma”. Primo impatto con le buone maniere dell’Esercito Italiano. Quando siamo stati in numero sufficiente siamo partiti su un cassone CM (che sta per camion medio, contrapposto a Camion Leggero e Camion Pesante). Iniziano le sigle incomprensibili (CM, CP, CL, 48, 36, 5+2, CPR, CPS, 165, RAL, …) e gli ordini gridati “scendere, sbrigarsi, aspettare”. Il viaggio in camion era obbligatorio perché la caserma Piave stava nella parte alta della città rispetto alla Stazione ferroviaria, ubicata nella parte inferiore della città (Scoprii dopo che c’era una funicolare che garantiva il trasporto veloce fra le due parti della città). Dalle due del pomeriggio, rigorosamente senza mangiare, siamo riusciti ad arrivare in camerata alle 21, esausti, sfiancati, depressi e anche un po’ impauriti. Prima ci hanno registrato in un grande stanzone dove venivamo chiamati e alcuni soldati seduti dietro lunghi tavoli ci interrogavano per compilare una scheda piena di dati che, teoricamente, erano già in possesso dell’esercito. Subito dopo ci assegnarono il piano e la camerata dove andare a dormire, e fu così che con alcuni corregionali conosciuti nel lungo tragitto ferroviario ci organizzammo per la scelta delle brande e dei rispettivi armadietti a trascorrere la prima notte fuori casa. Eravamo quattro giovani siciliani accomunati dalla sola terra di appartenenza… Scrimali e Caldara di Palermo, Di Gricoli dell’Agrigentino ed io di Ragusa… la tristezza sopraggiunse quando sentimmo suonare il silenzio da un commilitone con la sua tromba… in quel momento tutti indistintamente dai piemontesi ai siciliani sono sicuro che il pensiero andò alla propria terra e ai propri cari… Il Terzo giorno, dopo giorni di visite mediche, di misurazione di altezza e di taglie, fummo avviati in magazzino per l’assegnazione della divisa militare da indossare… ( Solo a quel punto avremmo saputo a quale corpo di appartenenza eravamo stati assegnati) e poi ci hanno fatto spogliare degli abiti civili e portati al magazzino per il vestiario: zaino da viaggio, divisa estiva, divisa invernale, basco, bustina, passamontagna, tre camice, mutande tattiche, calzettoni, maglie da sotto, scarpe, scarponcini, anfibi, materasso, cuscino, federe, lenzuola, coperte, fazzoletti, sapone, spazzole, lucido, grasso, gavetta, dentifricio, posate… e inaspettatamente mi fu consegnato dal magazziniere un astuccio di cartone (oggetto misterioso…), incuriosito chiesi lumi del contenuto dell’astuccio… il caporale con una sonora risata… mi disse che ero diventato un Bersagliere… e dentro l’astuccio c’era l’indizio maggiore di ciò… curioso in disparte aprii l’astuccio misterioso e ne uscì il piumetto del bersagliere da inserire nel cappello per le grandi occasioni o nell’elmetto per l’addestramento o in missione… Da quel momento e per tutti i 12 mesi fu una continua corsa… Svelti, svelti, correre, … Sembravano divertirsi a farti aspettare per poi invitarti a correre. Alla fine, a Dio piacendo, con quel carico di roba pesantissimo e voluminoso, ce la facemmo e arrivammo in camerata. Ho messo a posto quel che potevo e mi sono buttato sul letto a castello che mi avevano dato. Mi veniva da
piangere e mi chiedevo: ma dove sono finito? Intanto, sino a mezzanotte hanno continuato ad arrivare altri disgraziati come me. Tra grida e rumori, alla fine, mi sono addormentato.
IL SERVIZIO DI LEVA FINI’ MA ALCUNE COSE RIMASERO IN ME PER TUTTA LA VITA Come tante situazioni o esperienze nella vita di tutti noi anche il servizio di leva è stato formativo nel bene e nel male! Quell’anno di servizio militare fu una delle pietre miliare della mia vita. La conoscenza di altre realtà sia nei rapporti umani che ambientali, la scoperta di una capacità sportiva che ancora oggi pratico con passione “la corsa”, la capacità di adattamento a circostanze diverse dall’ambiente in cui vivevo e per ultimo ma con reale sincerità… furono e lo sono ancora oggi l’orgoglio e la contentezza di essere stato e mi sento ancora oggi un Bersagliere… dalla caserma Piave di Orvieto a quella di Civitavecchia.
Salvatore Battaglia
Presidente dell’Accademia delle Prefi
Cultura
Solarino polo culturale per lo studio dei Requesens
Il Comune di Solarino continua a distinguersi per l’impegno nella valorizzazione della propria storia e identità culturale, attraverso un percorso condiviso che coinvolge istituzioni, studiosi e cittadini.
Nel fine settimana si è svolta la seconda edizione dell’incontro culturale “I De Requesens e il Mediterraneo”, ospitato presso l’Aula consiliare e inserito nella rassegna Terra Tempus. L’iniziativa ha rappresentato un importante momento di approfondimento dedicato alla riscoperta delle radici storiche del territorio e al ruolo della famiglia Requesens nella costruzione del contesto mediterraneo.
L’evento ha visto la partecipazione di studiosi e relatori come Giovanni D’Urso, Sergio Russo, Vincenzo Camilleri, Angelo Cutaia e Salvatore Petruzzelli, che hanno offerto contributi scientifici e storici di rilievo, favorendo un confronto multidisciplinare tra memoria, identità e ricerca.
Un ringraziamento particolare è stato rivolto a Laura Liistro per l’organizzazione e alla Galleria EtnoAntropologica per il prezioso supporto scientifico e culturale.
A sostenere con convinzione questo percorso è l’amministrazione comunale, guidata dal sindaco On. Tiziano Fabio Spada, insieme all’assessore Milena Cianci e agli altri amministratori, che si dimostrano attivamente impegnati nella promozione di una progettualità culturale continuativa e condivisa.

L’amministrazione sta infatti portando avanti un lavoro costante di valorizzazione della memoria storica attraverso diversi strumenti: dai tavoli tecnici con storici e ricercatori, alle analisi e studi sugli eventi del passato, fino al coinvolgimento del mondo della scuola in percorsi didattici dedicati alla storia locale.
Particolare rilievo assume anche la rievocazione del momento fondativo della comunità, con il progetto dedicato alla “Supplica al Re”, episodio simbolico della nascita istituzionale del centro urbano.
In questo contesto si inserisce anche la rievocazione storica che si terrà giorno 27 aprile, lungo il corso Vittorio Emanuele e la piazza del Plebiscito, un appuntamento che vedrà la comunità protagonista in un percorso immersivo tra storia e identità, restituendo alla cittadinanza la memoria viva delle origini del paese.
Questo insieme di iniziative testimonia la volontà del Comune di Solarino di rendere la storia non solo oggetto di studio, ma strumento vivo di partecipazione e coesione sociale, capace di rafforzare il senso di appartenenza della comunità.
In questo percorso, la cultura diventa così un ponte tra passato e futuro, restituendo centralità alla memoria come elemento fondante dello sviluppo civile e identitario del territorio
Cultura
Pantelleria negli altarini di S. Giuseppe: Circolo Agricolo di Scauri dà lezione di cultura e socialità
L’evento del Vespa Club
Ieri, 19 aprile, esattamente ad un mese dal giorno canonico, si è tenuto un fuori calendario di commemoraizone di San Giuseppe. Ma a Pantelleria è normale, poichè per il patrono dei papà viene di tradizione realizzata una istallazione complessa ma significativa: un piccolo altare adorno di santini, fiori e pane. Per dare possibilità di godere il più possibile di queste opere, si cerca di tenerle allestite il più a lungo possibile.
Per dare maggior forza all’importanza della tradizione pantesca, nel caso di specie, con l’altarino dedicato, il sempre dinamico e vulcanico Vespa Club, con il suo presidente Giovanni Pavia, ha deciso di fare un passaggio rombante e colorato presso il Circolo Agricolo di Scauri e altre realtà private che si sono progidate per dare seguito alla nostra storia.
Nel caso del Circolo Agricolo, grazie alla maestria di tante persone volenterose e preziose, ne è stato realizzato uno di notevole pregio e fattura.

Il padrone di casa, il presidente Salvino Marino, ha accolto moltissimi tra curiosi, soci e rappresentanti dell’Amministrazione Comunale, come il Sindaco Fabrizio D’Ancona, il Vicesindaco Adele Pineda, l’Assessore Giusy D’Aietti e il Presidente del Consiglio Comunale, Giuseppe Spata.
Un’accoglienza eccellente quella realizzata al Circolo, dove leccornie e bevande hanno deliziato i mumerosi visitatori, tra cui anche un gruppetto di bambini.
L’intervento di Salvino Marino
Il presidente Marino così ha fatto gli onori di casa: “Questa sera è l’ultima sera del San Giuseppe.
“Il Circolo di pomeriggio era aperto era aperto per il rosario e per il passaggio delle persone speriamo che il prossimo anno si possa realizzare nuovamente il San Giuseppe, perché ormai ci siamo messi in linea e quindi cercheremo di farlo fino a quando si può fare e fino a che ci sono io e la collaborazione delle donne.
“Un ringraziamento va al Comune di Pantelleria, per averci dato l’opportunità di seguire la tradizione anche con dei finanziamenti e per realizzare questa struttura, che quest’anno è rimasta aperta al pibblico per un mese.
“Ma al di là di discorsi di date, il punto centrale è che le nostre tradizioni dovremmo farle conoscere ai giovani, purtroppo distratti da altro come il telefonino. Dietro alla realizzazione del San Giuseppe c’è un lavoro, non indifferente e curato dalle mani sapienti delle nostre signore.”
Il Presidente Marino si è molto speso in parole affinchè si porti questa e altre tradizioni pantesche nei cuori dei giovani, affinchè ne prendano il testimone e proseguano il percorso tracciato dagli avi.
In tutta l’isola poche case private hanno dedicato spazio e tempo all’altarino, un segnale negativo che manda nel domenticatoio una cultura fatta di secoli, di amore e dedizione.
Importante l’opportunità creata dal Vespa Club, con il suo tour tra le contrade alla ricerca di altre rappresentazioni, dando l’opportunità di farli conoscere e metterli in evidenza. Merito ampiamente riconosciuto nella circostanza di ieri, al Presidente Giovanni Pavia.
Diversi hanno preso la parola, in questa riunione contradaiola garbata e piacevole. L’argomento era per tutti il patrimonio unico e irripetibile della nostra cutura, a rischio di estinzione per mancanza di braccia e volontà.
Dopo i ringraziamenti di rito sia ai realizzatori materiali dell’opera, alle autorità e ai presenti, il Presidente Marino passa la parola al primo cittadino, che si è espresso con parole lapidarie ed incisive sull’importanza dei circoli e degli incontri con i cittadini.

Così il Sindaco Fabrizio D’Ancona sull’importanza dei Circoli
“Non amo tutte queste particolari situazioni e oggi al di là del sindaco alla fine io vorrei, magari una volta ogni tanto, essere Fabrizio con gli amici come sono sempre stato.
“Secondo me questo circolo ha dato perennemente forza di sé e vorrei dirlo questo è l’unico circolo che in questi nostri tre anni di amministrazione ha fatto il San Giuseppe e ha anche sposato la causa del centro anziani. Quindi questo va a merito di tutti i soci, di tutti coloro che hanno collaborato.
“Salvino che è il collante fa da stimolo, da traino e abbiamo avuto sempre un’ottima riuscita ne è testimoniazza, ancora una volta, questo San Giuseppe.
“Pantelleria è un paese di minifutto, come diceva il canonico, dove ciascuno di noi ama criticare; sarebbe opportuno che ciascuno di noi, al di là del parlare e sparlare, si confrontasse con l’amministrazione, per capire il perchè di una serie di vicende, di vicissitudini, di ritardi, di disagi e problematiche. Quindi io vorrei che Salvino si prendesse l’onere con tutti voi di organizzare incontri periodici, dove l’amministrazione, io o chi per me, possa confrontarsi con la cittadinanza. Perché vedete, che spesso e volentieri è brutto leggere una serie di stupidaggini pure su Facebook, sui post, sui articoli senza contraddittorio: è molto semplice, no? Allora io vorrei avere la possibilità di spiegare una serie di aspetti che vi posso assicurare sono lontani anni luce da quello che si scrive, perché la crescita in un territorio passa anche dalla consapevolezza, dalla comprensione delle difficoltà, delle criticità e delle verità.
“Confrontiamoci, anche una serata ogni due mesi, su tematiche importanti che possono essere di vostro interesse in maniera tale da fare questo percorso di crescita che va a pro di tutta la nostra comunità; perché questa è una comunità che, dal mio punto di vista, ha bisogno di crescere e la crescita non passa attraverso io scrivo e scrivo e scrivo ma dall’altra parte non risponde nessuno.
“I circoli una volta avevano una valenza sociale, dove si discuteva del prezzo del l’uva e del prezzo dei capperi c’era una socialità diffusa. Vogliamo riportarvi a parlare anche di altro, di cose importanti per voi e per i vostri figli.”

Il Presidente Giuseppe Spata e il valore della tradizione
“Apprezziamo sempre queste organizzazioni e come all’inizio diceva il presidente noi ci siamo con l’Amminsitrazione per supportare i circoli e la tradizione, far rinascere, valorizzare più che altro ogni contrada anche la più piccola. Noi siamo sempre pronti a sostenere, lo abbiamo fatto in questi anni e speriamo di poterlo fare ancora.
“Dobbiamo ricordare che ogni contrada ha un proprio patrono: sarebbe opportuno che i nostri discendenti sapessero di questo”.
Dopo rinnovati ringraziamenti a tutti i presenti, a quanti fattivamente abbiamo collaborato alla realizzazione di quel pomeriggio e al Vespa Club, che l’ha organizzato, Salvino Marino ha introdotto il Vice Sindaco, nonchè Assessore alla Cultura, Adele Pineda.

Vice Sindaco Adele Pineda e il coinvolgimento dei giovani
“State portando avanti una tradizione importantissima, una delle nostre tradizioni, che sono appunto questi altari che effettivamente molti giovani probabilmente non conoscono neanche, se non per averli visti. Sentivo prima parlare giustamente da Salvino del coinvolgimento dei giovani non è facile, voi sapete, io faccio l’insegnante, ho qui anche qualche genitore di qualche alunno anche studioso: non è facile coinvolgere i ragazzi e oggi più che mai perché i loro interessi sono focalizzati su un benaltro soprattutto se parliamo di ragazzi già grandi di scuole superiori.
“Quindi forse si dovrebbe cominciare a tentare quanto meno di coinvolgerli quando sono più piccoli, dalle elementari.
Salvino ha inviato anche quest’anno una nota alla scuola, informandola naturalmente e dando la possibilità di venire a visionare questo piccolo capolavoro.”
Il Dr. Roberto Greco e la ricchezza popolare dei Circoli
“Questa manifestazione è importante. Voi sapete che da tanti anni io cerco di essere sempre presente nei Circoli e le loro attività: sono una ricchezza popolare e non dobbiamo perderla. Per tante ragioni la frequentazione dei Circoli a tutt’oggi non è più come una volta anche perchè ci sono tante altre attività che si possono fare, però essi sono la nostra identità e dobbiamo mantenercelaa cara. Solo così possiamo tramandare agli altri le nostre tradizioni.
“E’ importante continuare a fare queste iniziative. Salvino, avete fatto una cosa spattacolare!
“Io e la mia famiglia siamo stati sempre presenti qui a Scauri, perchè mio padre ha iniziato la sua profesione in questa contrada, creando e lasciando in noi un forte legame.“
Infine, abbiamo sentito a “porte chiuse” Giovanni Pavia, regista di quel fortunato e prezioso evento.

Il Vespa Club in un pomeriggio religioso – Il commento di Giovanni Pavia a cose fatte
“Un pomeriggio religioso quello di ieri domenica 19 per i vespisti del Vespa club Pantelleria.
Tre le visite degli altarini di San Giuseppe iniziando da località San Vito presso l’abitazione dei coniugi Maccotta , poi a Scauri dalla Signora Anna Farina , per concludere al circolo Agricolo di Scauri dove ad accogliere i centauri c’era il Presidente del circolo Salvino Marino accompagnato da diversi soci e dal Sindaco insieme al Vice Sindaco e parte dell’amministrazione comunale.”
Presidente anche quest’anno visita agli altarini? “Si certamente questa è una tradizione molto sentita sull’isola e ha un significato sia religioso che sociale , fra l’altro San Giuseppe rappresenta il Santo della famiglia , quindi della comunità tutta e noi fortemente speriamo che queste tradizioni possano continuare a portare lustro all’isola ma anche ai visitatori / turisti
“Approfitto per ringraziare tutti coloro che mettono impegno , tempo e passione per realizzare un lavoro così scrupoloso mantenendo alta la devozione locale.
“Grazie ancora ad Anna Pia e Salvatore, alla Sig.ra Anna Farina per la calorosa accoglienza ed ospitalità, infine tutti i soci del circolo Agricolo con il suo instancabile Presidente Salvino sempre pronto ad aprire le porte a tutta la comunità locale e oltre.”


Un bel pomeriggio fatto di cultura, degustazioni, gentilezza e desiderio di ritrovarsi anche tra sconosciuti, grazie all’inizativa del Circolo Agricolo di Scauri (al terzo anno con San Giuseppe), del Vespa Clube e quanti, con dedizione e amore lo abbiano reso possible.



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Cultura
Pantelleria, oggi scoperta la targa in onore del M.llo Vito D’Ancona tra commozione e ricordi indelebili
Oggi, 16 aprile 2026, si è celebrata l’inaugurazione della targa dedicata al Maresciallo della Polizia Municipale, Vito D’Ancona.
Una mattinata partita con nuvole sospette e poco rassicuranti, che poi hanno lasciato il posto una una splendida giornata di sole come solo Pantelleria sa regalare.
Il capannello di gente si è radunato nel piccolo vicolo di accesso al Palazzo Comunale e alla sede della Polizia Municipale. Con ossequio ed emozione, ha reso omaggio all’iniziativa dei figli Claudio e Battista D’Ancona e ascoltato il discorso di apertura del primo cittadino, Fabrizio D’Ancona.
Questi, con parole lapidarie, sincere e toccanti, ha ricordato il valore di un uomo di tempra e semplice al contempo.

Così Fabrizio D’Ancona
“Oggi la nostra comunità compie un gesto importante, non è soltanto un atto formale ma un momento profondamente sentito: intitolare una via al maresciallo Vito D’Ancona significa infatti affidare alla memoria collettiva il valore di una vita interamente dedicata al servizio degli altri.
“Vito D’Ancona è stato un uomo dello Stato, un servitore leale della comunità, per molti anni comandante dei Vigili Urbani di Pantelleria.
“Ha svolto il proprio ruolo con dedizione, rigore e senso del dovere. Ma prima ancora è stato un uomo giusto, un esempio di rettitudine, riconosciuto e stimato non solo dalle istituzioni ma anche dai cittadini e da tutte le forze dell’ordine con cui ha collaborato nella sua lunga carriera…”
Nell’illustrare il personaggio, il Sindaco ha ricordato un gesto veramente eroico compiuto dalla buonanima (per usare un termine squisitamente meridionale), il lontano 15 agosto del 1976, alloquanto, Vito D’Ancona si trovava al Lago di Venere per sorvegliare il buon andamento della corsa di cavalli attorno allo specchio d’acqua: “Due bambini – prosegue il governatore dell’isola – si trovarono in grave pericolo, rischiando di essere travolti dalla corsa sfrenata dei magnifici destrieri panteschi lanciati al massimo. In quel momento il Mariscello D’Ancona non esitò. Si lanciò con coraggio per salvarli mettendo a rischio la propria vita, ma riuscendo nell’intento scongiurando a una tragedia che sembrava inevitabile.
“Quel gesto non fu soltanto un atto di coraggio, fu la più alta espressione del senso del dovere, della responsabilità e dell’umanità; la dimostrazione concreta di cosa significa servire davvero la propria comunità, esserci sempre, soprattutto quando conta.
“Dopo la sua scomparsa, avvenuta nel 2009, la stima e l’affetto nei suoi confronti non si sono mai spenti. Al contrario si sono rafforzati nel tempo, nei ricordi, nei racconti, nei segni di riconoscenza che continuano a vivere nella memoria collettiva.”
“Un particolare pensiero va ai figli Claudio e Battista (rappresentato dal nipote per motivi di salute) perché mantenere viva una memoria così rilevante significa continuare a donarla all’intera comunità.”
Così Claudio D’Ancona
Con malcelata commozione, il figlio Claudio ha preso la parola, dopo aver ricordato i vari comandanti che si sono succeduti, fino ad arrivare all’attuale Rosario Di Bartolo, con cui ha condiviso l’infanzia e l’impegno verso la propria professione: “Mi rimangono delle cose importanti di mio padre che sono state fondamentali nella mia vita: l’onestà verso gli altri, il rispetto verso la propria divisa e ricordo che non ho visto mai mio padre in borghese perché la divisa per lui era una seconda pelle.
“Mio padre è sempre presente.”

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