Segui i nostri social

Cultura

Ragusa: I due Carnevali Mitici da ricordare… 1950 (Circolo Turati) 1983 (Gruppo Il Calderone)

Redazione

Pubblicato

-

Carnilvari: Puisia ri Lucianu (U cransciatu )
Arrruau Carnivaliddu,
cu carrettu beddu beddu,
gira pi strati cu fantasia,
pi purtari festa a tutta a via.

Carnivaleddu pazzereddu,
tu si tantu beddu.

Da sempre in Sicilia

Il Carnevale rappresenta un momento di festeggiamenti e tradizioni. Questa festività viene intesa come momento di divertimento e spensieratezza, da vivere con travestimenti e assaporare con ricette tipiche. Il termine Carnevale deriva da “Carnem levare”, in riferimento al divieto ecclesiastico di consumare carne nel periodo di Quaresima, che inizia subito dopo il carnevale.

Questa festa ha origini antichissime e diverse: richiama i Saturnali latini e alcuni festeggiamenti greci a sfondo dionisiaco. Ma io non voglio descrivere gli originali e variopinti Carnevali che con meritevole documentazione hanno descritto tanti bravi scrittori e narratori isolani, ma solo a due in particolare, che si svolsero in un angolo di Sicilia nel 1950 dal Circolo Universitario “Turati” e dell’altro del 1983 animato dal Gruppo Culturale “Il Calderone” a Ragusa.

Alcuni protagonisti di quelle epopee diventarono amici per tutta la vita, altri diventarono parte attiva nella vita sociale, politica e culturale della città. Proprio per non dimenticare che il seme dell’amicizia e della compartecipazione possa smuovere le montagne e i pregiudizi comportamentali di una cittadinanza, mi accingo a raccontare quei due Carnevali.

Carnevale 1950

Negli anni fra il 1948 e il 1955 si ebbero brillanti edizioni del carnevale ragusano, organizzati dal circolo universitario TURATI. In quegli anni si organizzavano sfilate di carri allegorici che simboleggiavano le varie facoltà universitarie.

Nel 1955 gli architetti si presentarono con un carro su cui era montata una casetta, attorno alla quale gli studenti d’architettura cantavano in coro. Uno alla volta, mentre il carro sfilava per le vie principali della città, gli studenti entravano nel carro e si trattenevano qualche minuto. Prima della sfilata gli universitari avevano fatto nascondere dentro il carro una donna di facili costumi e a turno entravano per tenergli compagnia. Molto riuscito fu uno scherzo che venne organizzato nel carnevale del 1950.

Erano iniziati gli scavi per realizzare in piazza poste la nuova sede della Banca d’Italia.
Da Ibla, su un camion, arrivarono alcuni operai con tute ed elmetti, accompagnati da un signore elegante. In quegli anni gli americani facevano i loro sondaggi per trovare i giacimenti di petrolio, per cui in pochi minuti si formò una folla di cittadini curiosi.

Gli operai recintarono con dei nastri lo scavo, e con treppiedi, cannocchiali e altri attrezzi iniziarono a fare delle ricerche. Poi si diffuse la voce che proprio in quel posto

c’era il petrolio e bisognava realizzare una trivella. Dallo scavo, venne tirato fuori un grosso CANTRO (vaso da notte) pieno di “CAUSUNEDDI”.
I finti operai si sedettero a mangiare fra le risate generali.

Carnevale 1983, tre giorni di incontri, partecipazione e allegria

Come tutte le cose, anche le più meritevoli, nascono dall’idea di pochi e per una serie di congiunture diverse e si realizzano con successo e condivisione collettiva. Il carnevale del 1983 fu uno di quelli che ebbe un successo strepitoso grazie ad un’ampia organizzazione che interessava tutta la popolazione attiva ragusana. Vi fu il coinvolgimento lodevole (per la novità dell’evento) di diverse anime della società civile, e non solo, che animò il centro storico di Ragusa alta. L’amministrazione pubblica designò come Direttore artistico dell’evento il dott. Angelo Campo, soprannominato nella sua accezione positiva “Putrisino” (Prezzemolo) per la sua nota versatilità.

Egli ebbe la capacità di individuare delle eccellenze artistiche locali e di stilare un programma di tre giorni di festeggiamenti per omaggiare il Carnevale voluto dall’amministrazione locale in un guizzo anomalo di vivacità culturale. Il Campo chiamò, in qualità di Regista teatrale, Gianni Battaglia che col suo gruppo di attori mise in scena la storia del carnevale nella cultura siciliana; un gruppo di musicisti locali (più somiglianti ai musicisti di Brema…), e un vero Maestro d’Arte per la realizzazione dei Carri, il Maestro Giuseppe Cascone, che già era stato progettista di carri in cartapesta delle sfilate di carnevale organizzate dal Circolo culturale “Turati “a Ragusa nel 1954.

Fu proprio il Maestro Cascone a raccontarmi dei suoi mitici Carnevali degli anni ’50 destando in me stupore e ammirazione. Infine, mancava una parte importante, l’animazione dei Carri Carnevaleschi, e in questa circostanza fui chiamato io come animatore. Al gruppo di animazione fu coniato il nome di “Il Calderone” (Nome dato proprio per la eterogeneità e temporalità di aggregazione).

L’Aneddoto Curioso

L’Amministrazione comunale aveva fornito al gruppo di animazione tutti gli abiti Carnevaleschi a condizione di non indorsarli se non per quella manifestazione. Quindi avevamo tutti l’esigenza di procurarci abiti mascherati per le occasioni ludiche che si sarebbero svolte al di là della manifestazione vera e propria. Decisi, in una notte quasi insonne, di vestirmi di Alto Prelato…di Cardinale! Ma subito dopo dovevo procurarmi il vestito e combattuto tra entusiasmo e disperazione mi venne in mente un’idea peregrina.

Il Sacrista del Duomo di San Giorgio di Ibla durante le cerimonie solenni usava mettersi una tunica con una mantellina rossa, l’ideale per il mio travestimento Cardinalizio! Se avessi ottenuto ciò sarei stato già a metà dell’opera. Andai l’indomani a trovare il Monsignore presso il Duomo e lo trovai in una chiesa quasi deserta… dove con passo felpato ed incerto mi avvicinai a Lui e gli dissi: “Padre sono il figlio dell’infermiera Pina Blundo volevo chiederle un favore…”.” Ehilà -esclamò il prelato-conosco la Vostra famiglia da tanto tempo, dimmi… cosa posso fare per Te?”. Fu in quel momento che sfoggiai tutto l’amore per il Teatro che era in me; gli dissi che dovevo partecipare ad una commedia teatrale e mi serviva la tunica del sacrista per fare il Cardinale… Monsignore, con sguardo perplesso ed interrogatorio, mi rispose: “Sai caro… il Sacrista è morto, e da tanto Tempo che non viene…” Lo smarrimento e l’incredulità delle sue parole crearono in me attimi di scoramento ma ripresomi gli dissi: “Ma Padre… se il Sacrista è morto, è normale che da tanto tempo non viene “. Il Prelato senza scomporsi più di tanto mi rispose con tono pacato e solenne: “Volevo dire che prima che lui morisse era da tanto tempo che non veniva… ciò nonostante se mi firmerai un documento che la tunica non ti servirà per altre prestazioni sarà Tua per tutto il tempo che Ti servirà…”

E fu così che io mi vestii per il carnevale del ’83 da cardinale… Finale dell’Evento I tre giorni passarono in fretta, nei Carri Il Gruppo si amalgamò in modo armonico ed entusiasta.

Al di là dei momenti sopra i Carri allegorici, dove sfoggiavamo gli abiti dati dall’amministrazione comunale, ci incontravamo nei luoghi o nelle sale per rivivere quell’allegria e quella adrenalina non ancora assopita del tutto… ed io con un po’ di perplessità per “ il peccato veniale” che avevo fatto nei confronti del Prelato del duomo di San Giorgio sfoggiai un abito Cardinalizio completo con cappello rosso e cordone dorato… Quei momenti di aggregazione furono per molti l’ inizio di un’amicizia che ancora oggi a distanza di 41 anni è viva.
Grazie a quel Carnevale atipico

Salvatore Battaglia
Presidente dell’Accademia

Cultura

Pantelleria, 20 luglio per l’Internationale Moon Day va in scena “Luna e Psiche” con un programma imperdibile

Redazione

Pubblicato

il

Luna e Psiche è organizzato dal Circolo culturale Corso Umberto. Tanti ospiti per celebrare il satellite più inneggiato in assoluto

Lunedì 20 luglio Pantelleria ospiterà la seconda edizione della Festa Internazionale della Luna. L’evento, organizzato dal Circolo culturale Corso Umberto, con il patrocinio del Comune, si svolgerà nell’omonima strada, per l’occasione zona pedonale.

Istituita nel 2021 dall’ONU, la ricorrenza intende promuovere, attraverso l’International Moon Day, una rete mondiale di eventi organizzati da agenzie spaziali, istituzioni e associazioni di semplici cittadini, interesse e curiosità nei confronti dell’unico, amatissimo, satellite naturale terrestre.
La data non è casuale e ci riporta al 20 luglio del 1969 con il primo allunaggio umano da parte dell’equipaggio dell’Apollo 11. 
A Pantelleria la festa diventa una celebrazione collettiva che intreccia performance artistiche, mostre fotografiche e momenti condivisi per esplorare la relazione profonda tra la Luna e la psiche umana.

Il programma
A partire dalle h.19.00 il Corso ospiterà Fabio Macaluso che, in dialogo con Ferruccio Osimo, psichiatra e scrittore, presenterà il suo libro “Volevo un tè al limone. La mia vita da bipolare” proposto al Premio Strega 2026. Il termine “bipolare” contiene il concetto dei due poli, due estremi, due facce della stessa realtà. Come la luna piena e la luna nuova, come la luce e il buio, come l’oscillare continuo (ciclicità) che non si può fermare ma che bisogna saper navigare per poter sopravvivere.

A seguire, alle h. 20.30, l’adattamento scenico curato da Antonietta Valenza e Lucia Boldi, di una delle novelle piu’ intense di Luigi Pirandello: “Ciaula scopre la Luna” interpretata dagli abitanti di Corso Umberto.

A conclusione, dopo un intermezzo conviviale con degustazioni di produttori locali, alla 21.30 la Festa entra nel vivo con “Lunario”, spettacolo di Teatro/Danza con le danzatrici di pizzica Giulia Pesole e Viola Centi e il musicista/narratore Gabriele Manfredi.

Il Lunario è un viaggio poetico ispirato all’opera di Alfredo Cattabiani, attraverso lo scorrere dei mesi e delle stagioni: un rito festoso che attinge alle radici profonde del Centro e del Sud Italia. A guidare il pubblico è il Custode del Tempo Sospeso, un saggio viandante e sognatore che vive con gli occhi rivolti al cielo.

Tra miti, proverbi e leggende intrecciati alle musiche e alle danze tradizionali del Centro e Sud Italia, Il Lunario diventa un rito scenico che celebra il legame profondo tra l’essere umano, la natura e il tempo che ritorna.

Durante la serata, inoltre, sarà possibile visitare, presso il Micro Spazio Hydra di Corso Umberto 17, la mostra fotografica di Nicola Ferrari “Rocce lunari”, che esplora il paesaggio costiero di Pantelleria, mentre all’Info Point di Astronomy Pantelleria, Leonardo Puleo “catturerà” le immagini del cielo per proiettarle su schermo in diretta.

Il Circolo Culturale Corso Umberto con il Patrocinio del Comune di Pantelleria presenta

Festa Internazionale della Luna II Edizione

LUNA e PSICHE – 20 luglio 2026

H.19.00 il Corso ospita Fabio Macaluso che, in dialogo con Ferruccio Osimo, psichiatra e scrittore, presenterà il suo libro “Volevo un tè al limone. La mia vita da bipolare” proposto al Premio Strega 2026. Il termine “bipolare” contiene il concetto dei due poli, due estremi, due facce della stessa realtà. Come la luna piena e la luna nuova, come la luce e il buio, come l’oscillare continuo (ciclicità) che non si può fermare ma che bisogna saper navigare per poter sopravvivere.

H. 20.30, “Ciaula scopre la Luna” di Luigi Pirandello, adattamento scenico a cura di Antonietta Valenza e Lucia Boldi, interpretata dagli abitanti di Corso Umberto.

A conclusione, dopo un intermezzo conviviale con degustazioni di produttori locali:

H. 21.30 “Lunario”, spettacolo di Teatro/Danza con le danzatrici di pizzica Giulia Pesole e Viola Centi e il musicista/narratore Gabriele Manfredi. Le sonorità popolari e la danza della pizzica interpretano la “memoria sociale” del Sud con le tradizioni legate alla cultura contadina in rapporto alle fasi lunari.

Durante la serata, inoltre, sarà possibile visitare, presso il Micro Spazio Hydra di Corso Umberto 17, la mostra fotografica di Nicola Ferrari “Rocce lunari”, che esplora il paesaggio costiero di Pantelleria, mentre all’Info Point di Astronomy Pantelleria, Leonardo Puleo “catturerà” le immagini del cielo per proiettarle su schermo in diretta.

Corso Umberto I – Piazzetta Nazario Sauro Pantelleria Centro

……………………………..
Per tutte le news su Pantelleria, iscriviti sul nostro canale WhatsApp

Leggi la notizia

Cultura

L’asino di Pantelleria, il godimento dell’indignazione e la vera crudeltà

Redazione

Pubblicato

il

C’è una scena che meriterebbe l’attenzione di un filosofo più che di un cronista: pochi minuti in groppa a un’asina pantesca, in riva a un lago, durante una cerimonia — animale accudito, idratato, seguito da esperti. E da qualche parte, davanti a uno schermo, qualcuno si indigna. Non si informa. Non controlla il peso trasportato, la distanza, lo stato di salute dell’animale. Si indigna. Ed è qui che comincia la cosa interessante, perché quell’indignazione non riguarda affatto l’asino. L’asino è solo il pretesto — l’oggetto attraverso cui il soggetto gode della propria collera, senza doverne pagare il prezzo in termini di conseguenze reali.

Il problema, in questo genere di indignazione, non è mai il fatto in sé. È la sua selettività: quello che si sceglie di vedere, e quello che si sceglie, con la stessa energia, di non vedere.

Un’indignazione che arriva su un traghetto
Cominciamo dal punto più semplice, e più scomodo: chi si indigna oggi per pochi metri percorsi da un’asina curata arriva quasi sempre sull’isola con un aereo o un traghetto, si muove in auto — cioè con esattamente quei mezzi meccanizzati la cui diffusione ha reso l’asino pantesco superfluo, spingendolo negli anni ’80 quasi all’estinzione. Si commuove davanti a un paesaggio, a un muretto a secco, a un terrazzamento — tutte cose che quell’animale ha contribuito a costruire, pietra su pietra, per secoli — e poi si volta indignato quando lo stesso animale compare, vivo, invece che come cartolina.


Non c’era nulla di eccezionalmente crudele nel Mediterraneo contadino che ha usato asini per duemila anni: c’era un rapporto di reciproca necessità che la meccanizzazione ha reso invisibile, permettendo a chi è arrivato dopo — su un aereo, appunto — di indignarsi comodamente per un passato che non ha mai dovuto vivere. La stessa tecnologia che ha reso l’asino superfluo è quella che oggi permette all’indignato di guardarlo da lontano, con la coscienza pulita di chi non ha mai dovuto dipendere da lui.

Basterebbe, del resto, spostarsi di poche isole più a nord per vedere che questo rapporto non è affatto un residuo del passato: ad Alicudi, nelle Eolie, dove non circolano auto, l’asino e il mulo restano ancora oggi l’unico mezzo per portare bagagli, materiali, provviste su per i sentieri scoscesi dell’isola. Nessuno si indigna per questo e nessuno rinuncerebbe al loro prezioso contributo alla comunità isolana. È lo stesso identico uso, quotidiano dice più sull’indignato che sull’animale.

Un’indignazione più tenera con gli animali che con le persone
Ma il punto più tagliente di questa selettività non riguarda il passato. Riguarda ciò che accade proprio ora, a poche miglia da quella stessa riva. Il 24 novembre 1933 la Germania nazista promulgò il Reichstierschutzgesetz, la prima legge nazionale di protezione degli animali: vietava di far lavorare un animale oltre le sue forze o di infliggergli sofferenze non necessarie — quasi la stessa lingua che oggi si userebbe per condannare un asino in una cerimonia. Gli stessi vertici del regime che promuovevano quella legge coltivavano, contemporaneamente, un’indifferenza totale per la sofferenza di esseri umani interi: Himmler, nel discorso di Posen, arrivò a definire “un crimine contro il nostro stesso sangue” il preoccuparsi dei lavoratori slavi che crollavano per sfinimento durante il lavoro forzato.

Non lo dico per accostare chi oggi si indigna per un asino in un corteo a quel regime — sarebbe un paragone tanto facile quanto disonesto. Lo dico perché quella coincidenza storica mostra, nella sua forma più estrema, un meccanismo osservabile anche su scala minuscola: la cura ostentata per la sofferenza animale non è, di per sé, garanzia di una bussola morale funzionante. Può convivere con una totale cecità verso la sofferenza umana reale. Il tratto di mare tra Pantelleria e le coste nordafricane è da anni il luogo al mondo con la più alta concentrazione di morti in mare per chilometro quadrato. Non migranti astratti: persone, con nomi, che annegano — sistematicamente, non lontano da quella stessa riva dove ci si accalora per pochi metri percorsi da un’asina.

Non è la tenerezza per l’asino il problema. È che si mobilita ferocemente per un simbolo e resta muta davanti ai fatti più gravi. L’energia morale spesa lì non è neutra: è energia sottratta a qualcosa che la meriterebbe molto di più.

Un’indignazione che si crede “pro-animale” e rischia l’opposto
C’è poi un’ultima incoerenza, forse la più sottile, perché riguarda proprio chi crede di stare dalla parte giusta. L’indignato immagina che il bene dell’asino coincida con la sua assenza dalla vita umana: non toccarlo, non usarlo, lasciarlo semplicemente esistere. Ma l’etologia non lascia molto spazio a questa lettura consolatoria: l’asino è un animale sociale, che soffre l’isolamento e trae beneficio dal movimento, dal contatto, dall’attività condivisa — purché entro il limite fisiologico, quel 20% del peso corporeo che qualunque veterinario conferma essere ben tollerato da un animale sano. Un asino tenuto fermo in un recinto, senza compiti, senza contatto, non è un asino liberato: è un asino annoiato, e la noia, per una specie sociale, non è un dettaglio da poco.

E qui l’ipocrisia si chiude su se stessa nel modo più elegante: la stessa indignazione che si crede a difesa dell’animale, portata alle sue conseguenze pratiche — nessun contatto, nessuna funzione, nessun motivo per cui qualcuno continui a occuparsene — è quella che più probabilmente lo condanna all’abbandono in un recinto, mantenuto finché ci sono fondi e volontari, dimenticato quando finiscono. Chi urla contro quella scena non sta proteggendo l’asino. Sta proteggendo un’immagine dell’asino — pura, incontaminata, buona da compatire da lontano — che non mangia, non si riproduce, e non ha bisogno di nessuno che se ne prenda cura, perché non esiste.

Proviamo a girare la stessa logica verso l’uomo, e la sua assurdità diventa evidente. Un operaio che passa otto ore su una catena di montaggio, un contadino sotto il sole, un minatore, un infermiere di notte: tutti possono essere “sfruttati” nel senso più letterale — il loro corpo è utilizzato, fatica, si consuma. La medicina del lavoro esiste proprio per questo, per tracciare il confine tra fatica sostenibile e fatica che danneggia. Ma nessuno — nessuno con un minimo di buon senso — propone di risolvere la faccenda mettendo i lavoratori in un recinto, nutrendoli, liberandoli per sempre dalla necessità di contribuire a qualcosa. Perché sappiamo, per gli uomini, che il lavoro entro i limiti della dignità non è solo sfruttamento: è funzione, identità, il modo in cui un essere vivente partecipa a qualcosa che lo supera.

Curioso che questa ovvietà — che nobilita il lavoro umano in leggi, contratti, retoriche politiche di ogni colore — sparisca esattamente quando si tratta di un asino. È la stessa ipocrisia vista da un’altra angolazione: quella tenerezza che si nega a se stessa la possibilità che il lavoro, per un animale come per un uomo, possa essere una forma di dignità e non solo di sfruttamento.

Una parentesi, da chi la stessa tecnologia la costruisce
Lavoro nella robotica e nell’automazione, e non è un dettaglio neutro rispetto a tutto questo: la tecnologia che ha reso l’asino superfluo — di cui l’indignato di oggi si serve senza pensarci, arrivando in aereo, spostandosi in auto — è la stessa cosa, in scala diversa, che io stesso contribuisco a costruire ogni giorno, sostituendo con macchine quello che oggi fanno mani, braccia, gambe umane. Non lo dico per assolvermi in anticipo, ma per il motivo opposto: sono dentro lo stesso meccanismo che ha reso l’asino superfluo, non fuori da esso a giudicarlo. E chi lavora, come me, su cose che sostituiscono mestieri umani dovrebbe tenerlo a mente prima di scandalizzarsi per un’asina: la tecnologia non chiede il permesso a nessuno, uomo o animale, prima di togliergli l’ultima ragione per essere ancora necessario. Spetta a noi tenere in piedi la bellezza, i gesti, le attività che hanno reso possibile questo territorio — al riparo tanto dallo sfruttamento quanto dagli estremismi di chi, in nome della loro tutela, finisce per condannarli all’oblio.

Francesco Belvisi
In copertina immagine da Pantelleria Archvio Storico
…………………………….

Tutte le notizie sul nostro canale WhatsApp

Leggi la notizia

Cultura

Pantelleria, 14 luglio al tramonto visita all’Acropoli San Marco con gli archeologi Cespa e Schön

Direttore

Pubblicato

il

L’Assessore Pineda ci spiega l’imperdibile appuntamento con la storia: “Cossyra tra il mondo punico ellenistico e romano” – Partecipazione gratuita

Per martedì 14 luglio, dalle ore 18.00, il Comune di Pantelleria ha organizzato una imperdibile occasione di conoscenza o approfondimento di una parte dell’immenso patrimonio culturale pantesco: una visita guidata  dell‘Acropoli San Marco e Santa Teresa, dai protagonisti delle scoperte: Stefano Cespa e Frerich Schön.

Una occasione straordinaria: sentire narrare la storia antica da esperti appassionati. Sarebbe da sedersi da una parte e chiudere gli occhi per vivere una magia pura e sentirsi trasportare nel tempo in un viaggio di millenni. Ma gli occhi li dobbiamo tenere ben aperti perchè sarà l’ora del tramonto e dall’Acropoli questa la vista è meravigliosa.

Con una intervista è l’Assessore alla Cultura, Adele Pineda, spiegarci l’evento.

Assessore, cosa c’è in programma, martedì prossimo, per Pantelleria? “Martedì ci sarà questa iniziativa per cui si avrà la possibilità di fare un percorso dell’Acropoli accompagnati dai professori che sono stati i relatori della conferenza dello scorso venerdì e organizzata dal Centro Giamporcaro.
“Abbiamo già dato notizia sulla pagina social del Comune e in seduta di Consiglio Comunale: è un’iniziativa concordata dall’assessore alla cultura e dai professori che hanno accolto con entusiasmo la proposta che è stata fatta loro ed è un’iniziativa che ci consentirà di rivedere e direi anche di conoscere, così come abbiamo scritto  sul nostro comunicato e più da vicino, uno dei luoghi più importanti, emblematici, significativi della nostra storia, della storia di Pantelleria.
“Noi sappiamo di avere una ricchezza, una varietà di reperti naturalmente che sono stati trovati nei nostri siti archeologici, ma in particolare ricordiamo appunto il sito di San Marco, in questo caso e  mi permetto di menzionare le famose teste, tesoretti etc.
“Tornando alla visita, essa aperta a tutti ed è gratuita e con inizio alle 18:00.”

Da qualche settimana, il sito archeologico ha una novità, ce la vuole spiegare? “Si tratta naturalmente di un’attività direi sperimentale che abbiamo avuto modo di attivare grazie alla disponibilità di un nostro concittadino, Silvio Palazzolo, che sarà lì a fare accoglienza per tre pomeriggi a settimana per due ore: martedì mercoledì e giovedì dalle 18 alle 20.
“Sarà lì per essere da supporto ai visitatori e dare chiarimenti sul percorso che, dovranno fare perché non dimentichiamo che è stato lo scorso anno il sito è stato riaperto dopo che e abbiamo messo in sicurezza un percorso e io torno a dire che nessuna amministrazione aveva mai lo aveva mai fatto.
“Il sito era sempre stato aperto, chiunque poteva andarci ma in realtà presenta le cisterne, quindi dei pericoli che noi abbiamo in qualche modo deciso di evitare chiudendolo per un periodo e poi naturalmente riaprendolo con questo percorso in sicurezza.

“I visitatori dovranno attenersi a questo percorso che consente loro di vedere tutto ciò che il sito offre e aggiungo un’altra informazione, hanno a disposizione l’app del Comune che consente loro di avere, man mano che salgono, man mano che guardano, anche delle informazioni specifiche su San Marco. C’è un QR code, tramite questo QR code potranno appunto accedere alle informazioni sul sito.
“Mi fa piacere aver trovato qualcuno che si mette a disposizione della collettività e degli ospiti dell’isola e non dell’amministrazione comunale,  percependo semplicemente, insomma, quello che noi abbiamo definito un rimborso spese, un obolo.”

Ultima cosa: questa uscita che sarà un po’ straordinaria, perché insomma non succede tutti i giorni di fare un percorso archeologico con gli studiosi stessi che l’hanno scoperto e realizzato. So che sarà presente anche lei, vuole commentare quest’ulimo aspetto che dà un valore in più all’iniziativa? “Intanto non posso che ringraziare le università che lavorano a Pantelleria e gli archeologi che vengono e frequentano la nostra isola per i loro scavi da tanti anni, per quello che hanno fatto e continuano a svolgere. Si io sarò lì, devo dire, in veste sicuramente istituzionale, ma soprattutto come cittadina pantesca che ancora una volta ha la possibilità di sentire dalla viva voce, naturalmente, degli esperti, una parte della storia della nostra isola.
“Spero che ci sia una partecipazione numerosa perché, come ha detto lei, naturalmente non capita tutti i giorni una simile occasione e sicuramente il racconto… lo abbiamo sentito l’altro giorno durante la conferenza organizzata da Giamporcaro, il racconto fatto da chi vive un’esperienza direttamente, gli scavi, la catalogazione dei reperti e tutto quello che a questo è connesso non ha prezzo. Le informazioni, direi di prima mano, hanno sicuramente un’altro sapore, soprattutto un’altra valenza, anche culturale.”

Ripetiamo l’appuntamento: martedì 14 luglio ore 18.00, al tramonto. presso Acropoli San Marco e Santa Tereza. 
…………………………………………………..
Tutte le news su Pantelleria le trovate nel nostro canale WhatsApp

Leggi la notizia

Seguici su Facebook!

Cronaca

Cultura

Politica

Meteo

In tendenza