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Cultura

La Sicilia nel Vento del Sud, Pantelleria nei progetti dei Servizi Segreti

Orazio Ferrara

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Amara e bellissima la Sicilia degli anni che vanno dal 1943 al 1946: vi aleggiava, palpabile, un insostenibile sogno, quello di essere Nazione finalmente padrona dei propri destini. Certo su quel sogno e sugli entusiasmi sinceri che coagulò si può non essere d’accordo, ritenerlo pura utopia e disquisire con filosofica sottigliezza, sull’esistenza o meno di una Nazione Siciliana, ma una cosa non si può negare che la stragrande maggioranza dei Siciliani sperò ardentemente che esso si realizzasse ed agì ed operò attivamente, almeno in un certo periodo, di conseguenza. Ai soliti saccenti del suo partito sempre in ritardo nel capire le ragioni del Sud, Palmiro Togliatti fu costretto a ricordare, per evitare pericolosi abbagli, che il fenomeno separatista non poteva spiegarsi soltanto con le mene dei reazionari o dei servizi segreti stranieri, ma che esso era qualcosa di più grande. Era uno stato d’animo generale di ribellione di tutto un popolo, il Siciliano, contro uno Stato centralista, visto come un nemico da abbattere. La Sicilia ai Siciliani non fu, quindi, soltanto uno slogan, ma qualcosa di molto, ma molto più complesso. La mai sopita voglia d’indipendenza e di autonomia, malgrado secolari repressioni, risorgeva ora più forte che mai. I Siciliani riscoprivano vecchi simboli e vecchie bandiere. Le loro bandiere. Come quella a strisce gialle e rosse, orgogliosamente sventolata dinanzi al mondo intero per rivendicare la propria peculiare specificità. Con quei colori garrivano al vento oltre settecento anni di Storia Siciliana. Essa già sventolava al tempo dei Vespri, quando la collera popolare atterrò d’un colpo solo la tracotanza dell’occupante francese. Vecchia bandiera contrapposta alla nuova, quella tricolore, mai troppo amata. Forse ai Siciliani bruciava ancora l’ottuso ed ingeneroso giudizio di un famoso generale italiano, che, nel ‘17, aveva definito la loro isola “covo pericoloso di renitenti e disertori”. Ed invece erano stati loro ad essere traditi, fin dal giorno dopo l’entrata di Garibaldi a Palermo. Da allora considerati sempre e soltanto carne da macello, e guai a ribellarsi. Ecco perché ora all’estraneo scudo crociato sabaudo anteponevano il misterico simbolismo della Trinacria, l’enigmatico volto femminile con le tre gambe, che richiamavano i tre promontori della Sicilia classica. Quasi a voler ribadire che loro, rispetto agli altri, avevano radici e civiltà assai più antiche. E i Siciliani si accorsero d’un tratto, con stupore, che quelle bandiere, quei simboli, quelle parole d’ordine li affratellavano, li facevano sentire veramente Nazione, facendo dimenticare feroci e secolari rivalità cittadine. D’altronde il Movimento fu anche capace di dotarsi, al momento necessario, di un proprio braccio armato, l’EVIS (Esercito Volontario per l’Indipendenza Siciliana). Che la lotta politica si sia alla fine trasformata in lotta armata, vista la posta in palio (l’Indipendenza), era forse inevitabile. Anche perché furono in molti, e non soltanto i separatisti più estremisti, a spingere in questa direzione. E così la Sicilia, per circa tre anni, divenne l’Irlanda italiana. Stesso stillicidio di morti, stesso odio irriducibile tra le parti contendenti. A far sì che il bel sogno divenisse un così orrido incubo, contribuirono un po’ tutti. Dagli irriducibili del separatismo, convinti di bruciare in questo modo i ponti alle spalle dei tiepidi della loro parte e degli autonomisti, e farli così confluire su posizioni più radicali; ai “proconsoli”, inviati in Sicilia dal governo italiano, che vietarono scioccamente qualsiasi manifestazione, anche la più innocua di sicilianità, spingendo infine con una brutale repressione poliziesca alla ribellione generalizzata, a questa poi rispondendo con ulteriore repressione e così di seguito, in una spirale crescente di violenza verso la guerra civile. Dal servizio segreto americano che, vincolato agli accordi di spartizione con i Russi, cercò di screditare e macchiare la causa separatista, foraggiando e gonfiando oltremodo quel velleitario movimento della Sicilia quale Quarantanovesima Stella degli Stati Uniti; ai servizi segreti britannici, che cercarono di perseguire il vecchio disegno inglese di creare nel Mediterraneo tutta una serie di isole indipendenti (Sicilia, Pantelleria e, forse, la Sardegna) da attrarre, tramite Malta, nella loro sfera d’influenza. A riguardo di queste macchinose mene dei servizi segreti degli Alleati, si deve alle indubbie capacità di Finocchiaro Aprile, leader indiscusso di tutti i separatisti, se le stesse furono spesso, con strategie oculatamente differenziate, rese inoffensive o addirittura strumentalizzate ai fini del Movimento Separatista. Altro che marionette manovrate dai servizi stranieri, come ha scritto qualche storico superficiale. Anche certa destra contribuì a far precipitare la situazione. Accecata da un becero nazionalismo ottocentesco, fu “magna pars”, almeno nelle città, nelle provocazioni e nelle aggressioni dei separatisti, soprattutto giovani studenti, non sospettando minimamente di fornire i pretoriani e i mazzieri per i nuovi padroni del vapore, che incombevano all’orizzonte, i democristiani. Storia che per il Meridione si ripeterà, nei decenni a venire, purtroppo molte altre volte. Non da meno fu una certa sinistra, che, seppure supportata da una vivace intellighenzia, non seppe far di meglio che rinchiudersi nel ghetto angusto delimitato dalle direttive del partito egemone, il partito comunista. Anzi non poche volte essa fu più realista del re, sollecitando una repressione ancora più dura. Anche questo sarà un cliché che si ripeterà più volte nella tormentata storia meridionale del dopoguerra. E veniamo ai tanto strombazzati “oscuri” intrecci tra Separatismo, Banditismo e Mafia, che hanno fatto versare fiumi d’inchiostro a sproposito alla parte meno attenta della storiografia nostrana. Nella Sicilia di quegli anni qualunque movimento politico di massa doveva, volente o nolente, fare i conti con il banditismo endemico e con l’onnipresente Mafia. Con il banditismo, fin quando la lotta fu circoscritta alle città ed ai grossi centri, all’inizio fu facile; ma quando con la morte di Antonio Canepa, il carismatico Comandante in Capo dell’EVIS, ucciso il 17 giugno 1945 in circostanze misteriose (ferito, lo si lasciò per ore senza soccorsi, facendolo morire dissanguato), fu giocoforza per i combattenti separatisti darsi alla macchia e salire sulle montagne, si presentò subito il problema della difficile convivenza con le bande che infestavano quei luoghi. A questo momento si fa risalire la nuova strategia dell’EVIS, guidato ora da Concetto Gallo, di guadagnare tali bande alla causa indipendentista. Come d’altronde aveva già fatto Garibaldi nel 1860. Nell’agosto del 1945, con l’accordo detto di Ponte Sagana, le bande della Sicilia occidentale capeggiate da Salvatore Giuliano, nominato per l’occasione colonnello dell’EVIS, iniziavano la guerriglia contro le forze governative in nome della Sicilia libera. Guerriglia, che seppur spietata, fu abbastanza leale almeno fino al momento in cui Giuliano fiancheggiò l’EVIS. Poi, qualche tempo dopo la cattura di Concetto Gallo, avvenuta nella battaglia di Piano della Fiera (il canto del cigno del braccio armato separatista), Giuliano riprese la sua libertà d’azione, facendosi però irretire nelle trame della Mafia, con cui si accordò segretamente nel maggio del 1946. Accordo che doveva portarlo alla tragica e fatale giornata di Portella della Ginestra, dove bruciò d’un colpo l’enorme ammirazione popolare, che lo aveva sempre accompagnato. Con le bande della Sicilia orientale fu tutt’altro discorso. Le più forti di esse, le temute bande Avila e Rizzo, pur fiancheggiando per un certo periodo l’EVIS, restarono bande dedite prevalentemente al saccheggio, guidate inoltre da capi sanguinari. La loro primitiva tattica di guerriglia non prevedeva di far prigionieri. Questa aberrante logica portò all’eccidio di Feudo Nobile, dove furono fucilati otto carabinieri, che si erano arresi. L’inutile e controproducente strage portò alla rottura con l’EVIS. Più complessi i rapporti tra Mafia e Separatismo. Qualunque movimento politico, che abbia operato, operi ed opererà in Sicilia, ha rischiato, rischia e rischierà sempre di avere qualche suo ganglio vitale avviluppato dai sottili, intriganti e lunghi fili, che la Mafia tesse incessantemente per godere delle necessarie coperture. E quella politica è sempre stata ritenuta di vitale importanza, per cui vale la pena, se ne è necessario, uccidere. Nel 1943 quello che vedono tutti è che la Mafia è in egual misura antifascista ed anticomunista ad un tempo. Essa teme come la peste i regimi totalitari, perché gli stessi implicano sempre un controllo di tipo “militare” del territorio, cosa che inevitabilmente la soffoca. Inoltre, in quei giorni, l’organizzazione mafiosa gode di una sorta di rispettabilità istituzionalizzata per il concreto aiuto prestato, tramite gli stretti collegamenti con i confratelli siculo-americani, allo sbarco delle truppe alleate. Famosa la bandiera di riconoscimento adottata: un quadrato giallo-oro con al centro una L nera. Dove la L stava per Lucky (il boss Lucky Luciano) ed allo stesso tempo per “fortuna” (in americano “lucky”). Le vaste e spontanee adesioni, di cui godé il movimento separatista fin dal primo momento, colsero alla sprovvista i vari capi-mafia. Al massimo le loro simpatie potevano andare, come andavano, al movimento fantoccio filo-americano della “Sicilia 49ª Stella” degli Stati Uniti. Illuminante a questo riguardo la lettera aperta in tal senso di Salvatore Giuliano al Presidente Truman nel ‘47, quando, dopo il patto d’intenti dell’anno precedente, più forte era l’influenza della mafia su Giuliano. Lascia quindi perplessi la formale adesione, nei momenti iniziali, all’ideologia ed al movimento separatista del capo dei capi, don Calogero Vizzini, malgrado la ferma opposizione di parte dei dirigenti indipendentisti. Eppure don Calogero non poteva ignorare, per i suoi stretti contatti con New York, che gli Americani avrebbero boicottato a tutti i costi la causa del separatismo. Anche la plateale pubblica adesione non rientrava nello stile comportamentale di don Calogero, per il passato sempre accuratamente defilato, come d’altronde si confà ad un vero capo-mafia. Nemmeno l’ipotesi dell’entrata nel Movimento per cercare di condizionarlo e screditarlo non regge; questo compito sarebbe stato affidato ad altri e sotto copertura. Ed allora? Per tentare di comprendere cosa effettivamente spinse don Calogero Vizzini ad un passo così grave è necessario andare al cuore di quel groviglio inestricabile di sentimenti e passioni che è la sicilianità. Fu l’appassionata e disinteressata adesione al separatismo di tanta parte della picciotteria isolana a spaventare la Mafia. Per molti di quei picciotti l’affiliazione mafiosa era dovuta soltanto ad un malinteso senso di sicilianità, una sorta di sicilianità deviata. Ed ora quelle nuove parole d’ordine di una Sicilia grande, libera ed indipendente, che affascinavano gran parte di essi. Gente che fino ad allora non aveva mai avuto il senso dello Stato, considerato sempre alla stregua di un usurpatore, sentiva finalmente l’orgoglio di appartenere ad una comunità, quella Siciliana, per cui valeva la pena di vivere ed anche di morire. Se la Mafia era stata la mamma, adesso la Sicilia diventava la Mamma di tutte le mamme, cui tutto si poteva sacrificare. Ed era una passione così coinvolgente da trasformare un Giuliano da bandito a guerrigliero della libertà isolana, oppure di spingere delinquenti incalliti a cercare di chiudere in bellezza una vita sbagliata, come il caso della banda La Barbera, i cui componenti, al momento di essere condotti davanti al plotone d’esecuzione, grideranno ai loro carcerieri: “Faremo vedere come sanno morire i Siciliani” e poi, ancora, di fronte alle bocche dei fucili ormai puntati: “Viva la Sicilia, Viva il Separatismo, Viva Finocchiaro Aprile!”. Questo diffuso stato d’animo spaventò la Mafia, il terrore di perdere l’humus in cui affondava storicamente le sue radici. Ed ecco il perché del comportamento di don Calogero, il Padrino dei padrini, quasi a voler dire eccoci qua, ci siamo anche noi, senza di noi non sarebbe stato possibile tutto ciò, anzi prendiamo sotto la nostra protezione il separatismo. Era un bluff per tenere legata ancora una volta la picciotteria, ma il cuore dei capi-cosche stava da tutt’altra parte. Lo si vedrà chiaramente, qualche anno dopo, quando si delineerà la nuova area politica detentrice delle leve del potere in Sicilia. Ad essa la Mafia ha già regalato Portella della Ginestra, di lì a poco l’assassinio dell’ormai ingombrante Giuliano. Le collusioni con apparati deviati dello Stato cominciarono allora. La Mafia non condizionò mai, né tantomeno tentò di controllare o strumentalizzare, il Movimento Separatista. Non per eccesso di bontà, ma per il fondato timore di trasferire al suo interno dirompenti contraddizioni, che avrebbero finito per minare alle fondamenta la stessa struttura mafiosa. Si limitò ad aspettare che finisse la tempesta. È stata soltanto l’adesione di facciata di Calogero Vizzini a far congetturare ad alcuni storici chissà quali segreti accordi tra la Mafia ed il Separatismo. Niente di più sbagliato. La lotta armata, pur se non raggiunse il suo scopo, che era l’indipendenza della Nazione Siciliana, creò le premesse con cui la parte autonomista del Movimento costrinse il governo italiano a trattare paritariamente sulla questione Siciliana, spuntando alla fine uno statuto di ampia autonomia regionale, oltre all’amnistia per i combattenti dell’EVIS. Si deve all’accortezza politica di un De Gasperi, l’aver saputo cogliere al volo (forse anche per le simpatie filo-autonomiste dovute alla sua origine trentina) l’occasione per disinnescare quella vera e propria bomba ad orologeria rappresentata dall’ideologia separatista, che a lungo andare avrebbe finito con lo sfasciare l’Italia intera. L’autonomia concessa alla Regione Sicilia era sulla carta amplissima e come, amaramente, osservò qualche esponente separatista poteva essere più che l’indipendenza, soltanto se si avesse avuto più coraggio da parte degli eletti all’assemblea regionale nel rompere, pur restando unitari, i legami di una sudditanza acritica nei confronti dei poteri romani. Poteva esserci un formidabile laboratorio politico per il riscatto delle genti del Sud. Ma non fu così. Non vi fu alcun laboratorio politico, nessun riscatto e la sudditanza diventò sempre più servile. E se qualche flebile tentativo si fece nel cercare nuove ed originali soluzioni, come il pur discutibile caso Milazzo, subito abortì a causa dei fulmini di scomunica del centralismo romano. Si svuotava così nei fatti un’autonomia faticosamente conquistata. Cominciava allora l’ingabbiamento di tanti politici nel sistema perverso delle tangentopoli, la cui ragnatela, soltanto ai giorni nostri, è stata in minima parte disvelata. La Sicilianità riemerse orgogliosamente ancora una volta negli anni Ottanta quando, nell’assemblea regionale, respinse sdegnosamente la proposta di erigere, a Marsala, un monumento al “liberatore” Garibaldi ed ai suoi mille. Quello che è troppo, è troppo.

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Cultura

Pantelleria, 20 luglio per l’Internationale Moon Day va in scena “Luna e Psiche” con un programma imperdibile

Redazione

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Luna e Psiche è organizzato dal Circolo culturale Corso Umberto. Tanti ospiti per celebrare il satellite più inneggiato in assoluto

Lunedì 20 luglio Pantelleria ospiterà la seconda edizione della Festa Internazionale della Luna. L’evento, organizzato dal Circolo culturale Corso Umberto, con il patrocinio del Comune, si svolgerà nell’omonima strada, per l’occasione zona pedonale.

Istituita nel 2021 dall’ONU, la ricorrenza intende promuovere, attraverso l’International Moon Day, una rete mondiale di eventi organizzati da agenzie spaziali, istituzioni e associazioni di semplici cittadini, interesse e curiosità nei confronti dell’unico, amatissimo, satellite naturale terrestre.
La data non è casuale e ci riporta al 20 luglio del 1969 con il primo allunaggio umano da parte dell’equipaggio dell’Apollo 11. 
A Pantelleria la festa diventa una celebrazione collettiva che intreccia performance artistiche, mostre fotografiche e momenti condivisi per esplorare la relazione profonda tra la Luna e la psiche umana.

Il programma
A partire dalle h.19.00 il Corso ospiterà Fabio Macaluso che, in dialogo con Ferruccio Osimo, psichiatra e scrittore, presenterà il suo libro “Volevo un tè al limone. La mia vita da bipolare” proposto al Premio Strega 2026. Il termine “bipolare” contiene il concetto dei due poli, due estremi, due facce della stessa realtà. Come la luna piena e la luna nuova, come la luce e il buio, come l’oscillare continuo (ciclicità) che non si può fermare ma che bisogna saper navigare per poter sopravvivere.

A seguire, alle h. 20.30, l’adattamento scenico curato da Antonietta Valenza e Lucia Boldi, di una delle novelle piu’ intense di Luigi Pirandello: “Ciaula scopre la Luna” interpretata dagli abitanti di Corso Umberto.

A conclusione, dopo un intermezzo conviviale con degustazioni di produttori locali, alla 21.30 la Festa entra nel vivo con “Lunario”, spettacolo di Teatro/Danza con le danzatrici di pizzica Giulia Pesole e Viola Centi e il musicista/narratore Gabriele Manfredi.

Il Lunario è un viaggio poetico ispirato all’opera di Alfredo Cattabiani, attraverso lo scorrere dei mesi e delle stagioni: un rito festoso che attinge alle radici profonde del Centro e del Sud Italia. A guidare il pubblico è il Custode del Tempo Sospeso, un saggio viandante e sognatore che vive con gli occhi rivolti al cielo.

Tra miti, proverbi e leggende intrecciati alle musiche e alle danze tradizionali del Centro e Sud Italia, Il Lunario diventa un rito scenico che celebra il legame profondo tra l’essere umano, la natura e il tempo che ritorna.

Durante la serata, inoltre, sarà possibile visitare, presso il Micro Spazio Hydra di Corso Umberto 17, la mostra fotografica di Nicola Ferrari “Rocce lunari”, che esplora il paesaggio costiero di Pantelleria, mentre all’Info Point di Astronomy Pantelleria, Leonardo Puleo “catturerà” le immagini del cielo per proiettarle su schermo in diretta.

Il Circolo Culturale Corso Umberto con il Patrocinio del Comune di Pantelleria presenta

Festa Internazionale della Luna II Edizione

LUNA e PSICHE – 20 luglio 2026

H.19.00 il Corso ospita Fabio Macaluso che, in dialogo con Ferruccio Osimo, psichiatra e scrittore, presenterà il suo libro “Volevo un tè al limone. La mia vita da bipolare” proposto al Premio Strega 2026. Il termine “bipolare” contiene il concetto dei due poli, due estremi, due facce della stessa realtà. Come la luna piena e la luna nuova, come la luce e il buio, come l’oscillare continuo (ciclicità) che non si può fermare ma che bisogna saper navigare per poter sopravvivere.

H. 20.30, “Ciaula scopre la Luna” di Luigi Pirandello, adattamento scenico a cura di Antonietta Valenza e Lucia Boldi, interpretata dagli abitanti di Corso Umberto.

A conclusione, dopo un intermezzo conviviale con degustazioni di produttori locali:

H. 21.30 “Lunario”, spettacolo di Teatro/Danza con le danzatrici di pizzica Giulia Pesole e Viola Centi e il musicista/narratore Gabriele Manfredi. Le sonorità popolari e la danza della pizzica interpretano la “memoria sociale” del Sud con le tradizioni legate alla cultura contadina in rapporto alle fasi lunari.

Durante la serata, inoltre, sarà possibile visitare, presso il Micro Spazio Hydra di Corso Umberto 17, la mostra fotografica di Nicola Ferrari “Rocce lunari”, che esplora il paesaggio costiero di Pantelleria, mentre all’Info Point di Astronomy Pantelleria, Leonardo Puleo “catturerà” le immagini del cielo per proiettarle su schermo in diretta.

Corso Umberto I – Piazzetta Nazario Sauro Pantelleria Centro

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Cultura

L’asino di Pantelleria, il godimento dell’indignazione e la vera crudeltà

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C’è una scena che meriterebbe l’attenzione di un filosofo più che di un cronista: pochi minuti in groppa a un’asina pantesca, in riva a un lago, durante una cerimonia — animale accudito, idratato, seguito da esperti. E da qualche parte, davanti a uno schermo, qualcuno si indigna. Non si informa. Non controlla il peso trasportato, la distanza, lo stato di salute dell’animale. Si indigna. Ed è qui che comincia la cosa interessante, perché quell’indignazione non riguarda affatto l’asino. L’asino è solo il pretesto — l’oggetto attraverso cui il soggetto gode della propria collera, senza doverne pagare il prezzo in termini di conseguenze reali.

Il problema, in questo genere di indignazione, non è mai il fatto in sé. È la sua selettività: quello che si sceglie di vedere, e quello che si sceglie, con la stessa energia, di non vedere.

Un’indignazione che arriva su un traghetto
Cominciamo dal punto più semplice, e più scomodo: chi si indigna oggi per pochi metri percorsi da un’asina curata arriva quasi sempre sull’isola con un aereo o un traghetto, si muove in auto — cioè con esattamente quei mezzi meccanizzati la cui diffusione ha reso l’asino pantesco superfluo, spingendolo negli anni ’80 quasi all’estinzione. Si commuove davanti a un paesaggio, a un muretto a secco, a un terrazzamento — tutte cose che quell’animale ha contribuito a costruire, pietra su pietra, per secoli — e poi si volta indignato quando lo stesso animale compare, vivo, invece che come cartolina.


Non c’era nulla di eccezionalmente crudele nel Mediterraneo contadino che ha usato asini per duemila anni: c’era un rapporto di reciproca necessità che la meccanizzazione ha reso invisibile, permettendo a chi è arrivato dopo — su un aereo, appunto — di indignarsi comodamente per un passato che non ha mai dovuto vivere. La stessa tecnologia che ha reso l’asino superfluo è quella che oggi permette all’indignato di guardarlo da lontano, con la coscienza pulita di chi non ha mai dovuto dipendere da lui.

Basterebbe, del resto, spostarsi di poche isole più a nord per vedere che questo rapporto non è affatto un residuo del passato: ad Alicudi, nelle Eolie, dove non circolano auto, l’asino e il mulo restano ancora oggi l’unico mezzo per portare bagagli, materiali, provviste su per i sentieri scoscesi dell’isola. Nessuno si indigna per questo e nessuno rinuncerebbe al loro prezioso contributo alla comunità isolana. È lo stesso identico uso, quotidiano dice più sull’indignato che sull’animale.

Un’indignazione più tenera con gli animali che con le persone
Ma il punto più tagliente di questa selettività non riguarda il passato. Riguarda ciò che accade proprio ora, a poche miglia da quella stessa riva. Il 24 novembre 1933 la Germania nazista promulgò il Reichstierschutzgesetz, la prima legge nazionale di protezione degli animali: vietava di far lavorare un animale oltre le sue forze o di infliggergli sofferenze non necessarie — quasi la stessa lingua che oggi si userebbe per condannare un asino in una cerimonia. Gli stessi vertici del regime che promuovevano quella legge coltivavano, contemporaneamente, un’indifferenza totale per la sofferenza di esseri umani interi: Himmler, nel discorso di Posen, arrivò a definire “un crimine contro il nostro stesso sangue” il preoccuparsi dei lavoratori slavi che crollavano per sfinimento durante il lavoro forzato.

Non lo dico per accostare chi oggi si indigna per un asino in un corteo a quel regime — sarebbe un paragone tanto facile quanto disonesto. Lo dico perché quella coincidenza storica mostra, nella sua forma più estrema, un meccanismo osservabile anche su scala minuscola: la cura ostentata per la sofferenza animale non è, di per sé, garanzia di una bussola morale funzionante. Può convivere con una totale cecità verso la sofferenza umana reale. Il tratto di mare tra Pantelleria e le coste nordafricane è da anni il luogo al mondo con la più alta concentrazione di morti in mare per chilometro quadrato. Non migranti astratti: persone, con nomi, che annegano — sistematicamente, non lontano da quella stessa riva dove ci si accalora per pochi metri percorsi da un’asina.

Non è la tenerezza per l’asino il problema. È che si mobilita ferocemente per un simbolo e resta muta davanti ai fatti più gravi. L’energia morale spesa lì non è neutra: è energia sottratta a qualcosa che la meriterebbe molto di più.

Un’indignazione che si crede “pro-animale” e rischia l’opposto
C’è poi un’ultima incoerenza, forse la più sottile, perché riguarda proprio chi crede di stare dalla parte giusta. L’indignato immagina che il bene dell’asino coincida con la sua assenza dalla vita umana: non toccarlo, non usarlo, lasciarlo semplicemente esistere. Ma l’etologia non lascia molto spazio a questa lettura consolatoria: l’asino è un animale sociale, che soffre l’isolamento e trae beneficio dal movimento, dal contatto, dall’attività condivisa — purché entro il limite fisiologico, quel 20% del peso corporeo che qualunque veterinario conferma essere ben tollerato da un animale sano. Un asino tenuto fermo in un recinto, senza compiti, senza contatto, non è un asino liberato: è un asino annoiato, e la noia, per una specie sociale, non è un dettaglio da poco.

E qui l’ipocrisia si chiude su se stessa nel modo più elegante: la stessa indignazione che si crede a difesa dell’animale, portata alle sue conseguenze pratiche — nessun contatto, nessuna funzione, nessun motivo per cui qualcuno continui a occuparsene — è quella che più probabilmente lo condanna all’abbandono in un recinto, mantenuto finché ci sono fondi e volontari, dimenticato quando finiscono. Chi urla contro quella scena non sta proteggendo l’asino. Sta proteggendo un’immagine dell’asino — pura, incontaminata, buona da compatire da lontano — che non mangia, non si riproduce, e non ha bisogno di nessuno che se ne prenda cura, perché non esiste.

Proviamo a girare la stessa logica verso l’uomo, e la sua assurdità diventa evidente. Un operaio che passa otto ore su una catena di montaggio, un contadino sotto il sole, un minatore, un infermiere di notte: tutti possono essere “sfruttati” nel senso più letterale — il loro corpo è utilizzato, fatica, si consuma. La medicina del lavoro esiste proprio per questo, per tracciare il confine tra fatica sostenibile e fatica che danneggia. Ma nessuno — nessuno con un minimo di buon senso — propone di risolvere la faccenda mettendo i lavoratori in un recinto, nutrendoli, liberandoli per sempre dalla necessità di contribuire a qualcosa. Perché sappiamo, per gli uomini, che il lavoro entro i limiti della dignità non è solo sfruttamento: è funzione, identità, il modo in cui un essere vivente partecipa a qualcosa che lo supera.

Curioso che questa ovvietà — che nobilita il lavoro umano in leggi, contratti, retoriche politiche di ogni colore — sparisca esattamente quando si tratta di un asino. È la stessa ipocrisia vista da un’altra angolazione: quella tenerezza che si nega a se stessa la possibilità che il lavoro, per un animale come per un uomo, possa essere una forma di dignità e non solo di sfruttamento.

Una parentesi, da chi la stessa tecnologia la costruisce
Lavoro nella robotica e nell’automazione, e non è un dettaglio neutro rispetto a tutto questo: la tecnologia che ha reso l’asino superfluo — di cui l’indignato di oggi si serve senza pensarci, arrivando in aereo, spostandosi in auto — è la stessa cosa, in scala diversa, che io stesso contribuisco a costruire ogni giorno, sostituendo con macchine quello che oggi fanno mani, braccia, gambe umane. Non lo dico per assolvermi in anticipo, ma per il motivo opposto: sono dentro lo stesso meccanismo che ha reso l’asino superfluo, non fuori da esso a giudicarlo. E chi lavora, come me, su cose che sostituiscono mestieri umani dovrebbe tenerlo a mente prima di scandalizzarsi per un’asina: la tecnologia non chiede il permesso a nessuno, uomo o animale, prima di togliergli l’ultima ragione per essere ancora necessario. Spetta a noi tenere in piedi la bellezza, i gesti, le attività che hanno reso possibile questo territorio — al riparo tanto dallo sfruttamento quanto dagli estremismi di chi, in nome della loro tutela, finisce per condannarli all’oblio.

Francesco Belvisi
In copertina immagine da Pantelleria Archvio Storico
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Cultura

Pantelleria, 14 luglio al tramonto visita all’Acropoli San Marco con gli archeologi Cespa e Schön

Direttore

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L’Assessore Pineda ci spiega l’imperdibile appuntamento con la storia: “Cossyra tra il mondo punico ellenistico e romano” – Partecipazione gratuita

Per martedì 14 luglio, dalle ore 18.00, il Comune di Pantelleria ha organizzato una imperdibile occasione di conoscenza o approfondimento di una parte dell’immenso patrimonio culturale pantesco: una visita guidata  dell‘Acropoli San Marco e Santa Teresa, dai protagonisti delle scoperte: Stefano Cespa e Frerich Schön.

Una occasione straordinaria: sentire narrare la storia antica da esperti appassionati. Sarebbe da sedersi da una parte e chiudere gli occhi per vivere una magia pura e sentirsi trasportare nel tempo in un viaggio di millenni. Ma gli occhi li dobbiamo tenere ben aperti perchè sarà l’ora del tramonto e dall’Acropoli questa la vista è meravigliosa.

Con una intervista è l’Assessore alla Cultura, Adele Pineda, spiegarci l’evento.

Assessore, cosa c’è in programma, martedì prossimo, per Pantelleria? “Martedì ci sarà questa iniziativa per cui si avrà la possibilità di fare un percorso dell’Acropoli accompagnati dai professori che sono stati i relatori della conferenza dello scorso venerdì e organizzata dal Centro Giamporcaro.
“Abbiamo già dato notizia sulla pagina social del Comune e in seduta di Consiglio Comunale: è un’iniziativa concordata dall’assessore alla cultura e dai professori che hanno accolto con entusiasmo la proposta che è stata fatta loro ed è un’iniziativa che ci consentirà di rivedere e direi anche di conoscere, così come abbiamo scritto  sul nostro comunicato e più da vicino, uno dei luoghi più importanti, emblematici, significativi della nostra storia, della storia di Pantelleria.
“Noi sappiamo di avere una ricchezza, una varietà di reperti naturalmente che sono stati trovati nei nostri siti archeologici, ma in particolare ricordiamo appunto il sito di San Marco, in questo caso e  mi permetto di menzionare le famose teste, tesoretti etc.
“Tornando alla visita, essa aperta a tutti ed è gratuita e con inizio alle 18:00.”

Da qualche settimana, il sito archeologico ha una novità, ce la vuole spiegare? “Si tratta naturalmente di un’attività direi sperimentale che abbiamo avuto modo di attivare grazie alla disponibilità di un nostro concittadino, Silvio Palazzolo, che sarà lì a fare accoglienza per tre pomeriggi a settimana per due ore: martedì mercoledì e giovedì dalle 18 alle 20.
“Sarà lì per essere da supporto ai visitatori e dare chiarimenti sul percorso che, dovranno fare perché non dimentichiamo che è stato lo scorso anno il sito è stato riaperto dopo che e abbiamo messo in sicurezza un percorso e io torno a dire che nessuna amministrazione aveva mai lo aveva mai fatto.
“Il sito era sempre stato aperto, chiunque poteva andarci ma in realtà presenta le cisterne, quindi dei pericoli che noi abbiamo in qualche modo deciso di evitare chiudendolo per un periodo e poi naturalmente riaprendolo con questo percorso in sicurezza.

“I visitatori dovranno attenersi a questo percorso che consente loro di vedere tutto ciò che il sito offre e aggiungo un’altra informazione, hanno a disposizione l’app del Comune che consente loro di avere, man mano che salgono, man mano che guardano, anche delle informazioni specifiche su San Marco. C’è un QR code, tramite questo QR code potranno appunto accedere alle informazioni sul sito.
“Mi fa piacere aver trovato qualcuno che si mette a disposizione della collettività e degli ospiti dell’isola e non dell’amministrazione comunale,  percependo semplicemente, insomma, quello che noi abbiamo definito un rimborso spese, un obolo.”

Ultima cosa: questa uscita che sarà un po’ straordinaria, perché insomma non succede tutti i giorni di fare un percorso archeologico con gli studiosi stessi che l’hanno scoperto e realizzato. So che sarà presente anche lei, vuole commentare quest’ulimo aspetto che dà un valore in più all’iniziativa? “Intanto non posso che ringraziare le università che lavorano a Pantelleria e gli archeologi che vengono e frequentano la nostra isola per i loro scavi da tanti anni, per quello che hanno fatto e continuano a svolgere. Si io sarò lì, devo dire, in veste sicuramente istituzionale, ma soprattutto come cittadina pantesca che ancora una volta ha la possibilità di sentire dalla viva voce, naturalmente, degli esperti, una parte della storia della nostra isola.
“Spero che ci sia una partecipazione numerosa perché, come ha detto lei, naturalmente non capita tutti i giorni una simile occasione e sicuramente il racconto… lo abbiamo sentito l’altro giorno durante la conferenza organizzata da Giamporcaro, il racconto fatto da chi vive un’esperienza direttamente, gli scavi, la catalogazione dei reperti e tutto quello che a questo è connesso non ha prezzo. Le informazioni, direi di prima mano, hanno sicuramente un’altro sapore, soprattutto un’altra valenza, anche culturale.”

Ripetiamo l’appuntamento: martedì 14 luglio ore 18.00, al tramonto. presso Acropoli San Marco e Santa Tereza. 
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