Segui i nostri social

Cultura

La Sicilia al sapor di carrube: fra storia e racconto

Redazione

Pubblicato

-

All’ombra del carrubo Insofferente del frastuono,
stanco d’ascoltare parole e frasi fatte di dubbia ed ostentata saggezza,
cerco adesso il silenzio, la solitudine,
la compagnia dei miei pensieri e dei ricordi.
Trovo ristoro all’ombra di un carrubo maestoso ed antico,
ma isolato,
come oasi in un deserto rovente,
dove riposare lo sguardo accecato dal sole.
E là, seduto su scomoda pietra, ripercorrere il passato,
confrontarlo col presente, interrogarsi sul futuro,
pur sapendo di non trovare risposte.
Non resta che abbracciare l’immenso tronco nodoso,
per assorbirne il vigore e rispondere con un sorriso
al sussurro pacato delle sue tremolanti foglie.

L’incontro con il Carrubbo più vecchio d’Europa “Il maestoso albero di carrubo ha a lungo influenzato le credenze e le superstizioni della gente dell’isola, dall’apprendimento del nome di un futuro amore alle fate che si muovono sotto le sue foglie lussureggianti.”

Ci siamo appena riempiti la pancia di ricotta di mucca fresca in una masseria locale e stiamo tornando verso la mia città natale, Ragusa Ibla, nella Sicilia sud-orientale, quando mio cugino Costantino lascia la strada e parcheggia in un casale recintato annunciando: “Ti faccio vedere il carrubo più antico d’Europa”. “Qui? Il carrubo più antico d’Europa e non c’è nemmeno un cartello? Vive la sua vita plurimillenaria nella proprietà di qualcuno, senza biglietto d’ingresso, senza guardia, senza turisti?”. Non c’è un sentiero, non c’è una traccia per raggiungere questo albero. So solo che siamo vicini a Santa Croce Camerina. Costantino apre il cancello e si accorge della mia espressione: “Non ti preoccupare”, dice, “Conosco il tipo”. Proprio come il produttore di ricotta di quella mattina, sto imparando che mio cugino conosce un sacco di gente. Attraversiamo un campo dorato di erba bruciata dal sole in quella che è già un’afosa giornata di settembre. Sono appena le otto del mattino e i miei vestiti sono impregnati di sudore.

La mia attenzione si sposta quando vedo un albero incredibilmente verde, che brilla come l’El Dorado in mezzo ad altri alberi secolari della tenuta; il suo tronco nodoso comunica la sua antichità biblica. Da lontano, sembra quello che da bambino annoiato, durante i lunghi viaggi in auto, avrei chiamato “albero dei broccoli”: grappoli di riccioli stretti pendono così bassi dal suolo che si vede a malapena il tronco finché non si arriva sotto la sua chioma. A un esame più attento, i riccioli sono centinaia di rami sottili guarniti di foglie allungate, grandi come petali di rosa. È piuttosto grande, con una circonferenza del tronco di diciotto metri e un’altezza totale di oltre

dieci. Non c’è da stupirsi che i carrubi siano un elemento fondamentale dell’agricoltura, in quanto forniscono l’ombra necessaria al bestiame sotto il sole punitivo della Sicilia. Vorrei tanto oziare sotto la chioma dell’albero mentre succhio i baccelli dolci come miele e caramello, ma non appariranno fino alla fine dell’anno.

CARATI, FATE E AMANTI: LA STORIA DEL CARRUBO IN SICILIA

Sebbene cresca spontaneamente in tutto il mondo, il carrubo è originario della regione mediterranea e di alcune zone del Sud America. Come l’ulivo e i fichi d’India, il carrubo è una presenza onnipresente nell’isola di Sicilia. Il carrubo è infatti una leguminosa, l’unica che cresce sugli alberi, e viene coltivata in quest’area da quasi quattromila anni. Sebbene siano stati i Greci a portare l’albero in Sicilia nell’8 a.C., fu secoli dopo, durante la conquista araba del 9 d.C., che il carrubo venne riconosciuto come una coltura pregiata; la sua polpa ricca di proteine e la sua dolcezza deliziarono i conquistatori. Gli arabi, che avevano già una cultura ricca di metodi agricoli, piantarono carrubeti in tutta l’isola e, nel giro di pochi secoli, il carrubo divenne oggetto di una preziosa esportazione. Oggi, oltre il 70% della produzione italiana di carrubo si trova nella provincia di Ragusa, nella Sicilia sud-orientale. Il suo frutto era (ed è) apprezzata per i suoi molteplici usi. Nel Medioevo, i semi di carrubo, grazie al loro peso presumibilmente uniforme, venivano utilizzati dai commercianti arabi per pesare beni di uso quotidiano come il grano, ma anche oro, argento e diamanti. La parola che oggi conosciamo come “carato” ha origine dal greco “seme di carruba”.

L’industrializzazione e le bilance hanno messo fine al valore del seme di carruba come unità di peso, ma la parola è ancora usata nell’industria.

In casa, la carruba non aveva nulla a che fare con le gemme, ma era altrettanto preziosa per la vita quotidiana. Ancora oggi, gli erboristi sostengono che le tinture di carruba possono guarire i polmoni da malattie respiratorie come il comune raffreddore e sono anche una cura per far passare l’acido lattico (portare a ebollizione la polvere di carruba e l’acqua, aggiungere un filo di miele e bere). Il carrubo ha anche un ruolo nel folklore e nella superstizione siciliana: si sa che le fate danzano sotto i carrubi e si credeva che se una giovane donna metteva un rametto di foglie di carrubo sotto il cuscino, avrebbe sognato il suo futuro marito. Per le donne da fuora (altrimenti dette “streghe”), il carrubo era anche un ingrediente comune per incantesimi e rituali; tuttavia, di queste pratiche sopravvive ben poca storia scritta.

CARRUBA: IL CIOCCOLATO DEI POVERI

Ancora oggi sono innumerevoli gli usi che i siciliani fanno di questo legume. La carruba ha un sapore dolce, di caramello e miele, come il cioccolato ma senza l’amarezza e la caffeina. A differenza del cacao, può essere consumata non lavorata direttamente dall’albero. Per questo motivo, la polvere di carruba è un ingrediente popolare in molti dolci siciliani, tra cui il gelato, la cassata e talvolta il guscio dei cannoli (per conferirgli un colore più scuro). In luoghi come la Sicilia, colpiti da carestie, terremoti e guerre, la carruba è stata definita “il cioccolato dei poveri”, anche se, a differenza del cioccolato, i semi e i baccelli della carruba forniscono sia zuccheri naturali che alti livelli di proteine. Grazie a questi minerali e a queste proteine, le bucce vengono ancora utilizzate per l’alimentazione del bestiame.

Oggi il cioccolato è un elemento fondamentale della dispensa, ma non è sempre stato così. Mia madre, nata durante i bombardamenti alleati in Sicilia nel 1943, desiderava il cioccolato da bambina, ma era un lusso che sua madre, rimasta vedova, poteva permettersi. C’erano alcuni gentili soldati alleati che condividevano volentieri la loro scorta con i bambini del posto, ma non c’erano acquisti d’impulso al supermercato (quale supermercato?).

La mamma ricorda con nostalgia quei pochi quadratini, li assaporava avvolti nella carta cerata. Più spesso, però, masticava un baccello di carruba marrone essiccato, seduta sotto un albero sempreverde mentre sua madre lavorava nel frutteto.

La carruba viene raccolta tra la fine di agosto e l’inizio di settembre e i frutti maturano per sessanta giorni. Durante la raccolta, l’albero porta già i fiori per i frutti dell’anno successivo. Per la raccolta, i lavoratori bussano ai grappoli di carrube con bastoni di legno, raccogliendo i frutti su reti stese sotto gli alberi. Tuttavia, la necessità degli agricoltori di incrementare il proprio reddito a breve termine ha portato all’abbandono e alla distruzione dei carrubeti per far posto ai campi di grano.

Con il prezzo del carrubo più che quadruplicato negli ultimi due anni, molti stanno ripiantando gli alberi, riconoscendo purtroppo che potrebbe non esserci un’altra generazione disposta ad aspettare trent’anni prima di produrre i preziosi baccelli. Si tratta di un lavoro pesante, fisico, e molti giovani siciliani scelgono invece l’istruzione superiore e il lavoro sulla terraferma. La reputazione della carruba come scarso sostituto del cioccolato è cambiata poco: negli ultimi decenni, è stata molto malvista e per questo do la colpa alla mania salutista degli anni ’70 e ’80. Che ricopra una torta di riso, che sia incorporata in barrette di muesli “senza zucchero” o che sia usata come alternativa alle gocce di cioccolato nel gelato, per decenni ci siamo convinti che la carruba sia salutare. Da studente negli anni ’80, mangiavo qualsiasi cosa ricoperta di carruba nella speranza che avesse meno calorie di quella vera. Ma paragonandola continuamente al cioccolato, non rendiamo giustizia al legume.

RENDERE GIUSTIZIA ALLA CARRUBA: RICETTE E PREPARAZIONI SICILIANE

Il sapore migliore della carruba si ottiene tostando i baccelli interi. Tipicamente lunghi circa 10-30 centimetri, i baccelli di carruba vantano una buccia al tempo stesso coriacea e lucida, come una salsiccia sottile, lunga e raggrinzita. Nonostante l’aspetto secco, i baccelli prendono vita dopo un’ora in forno.

Sono eccezionali se irrorati di miele. In alternativa, è possibile rimuovere i semi dopo la tostatura e macinarli in un macinino da caffè per utilizzarli e insaporire tante preparazioni siciliane, dai budini ai biscotti ai dolci, per esaltarne il sapore. A differenza della crème anglaise francese (che ottiene il suo gusto lussuoso da un’abbondante dose di panna), il gelato siciliano utilizza latte e amido per creare la sua rinomata consistenza. Mentre la maggior parte delle gelaterie utilizza l’economico amido di frumento, i maestri culinari come Corrado Assenza del suo rinomato “Caffè Sicilia” di Noto utilizzano invece la farina di carrube come addensante ed emulsionante. Lo sciroppo di carruba (ottenuto riducendo la polpa con acqua) viene utilizzato anche come dolcificante liquido e può essere un’alternativa allo sciroppo d’acero, all’agave o al miele.

Il cioccolato modicano lavorato a freddo viene spesso arricchito con la carruba per ottenere un sapore più complesso e la più antica cioccolateria siciliana, “l’Antica Dolceria Bonajuto” di Modica, produce una superlativa e untuosa cioccolata calda addensata con la polvere di carruba. Sebbene la carruba sia utilizzata soprattutto nei dolci, non dovrebbe sorprendere sapere che, in un paese con più di quattrocento formati di pasta, la carruba abbia un posto anche a tavola. Sebbene sia sempre meno utilizzata, i siciliani usano una combinazione di farina di carruba e semola per preparare i cavatelli (conosciuti localmente come cavateddi o lolli), una pasta gustosa, di colore marrone e priva di glutine, che si sposa magnificamente con un ricco ragù.

Se tutto questo non bastasse, durante la raccolta del carrubo in autunno, se le condizioni sono giuste, il carrubo produce un altro prodotto spettacolare: il fungo del carrubo (funcia ri carrua in dialetto siciliano).

Questi funghi, che crescono a grappolo lungo la base del tronco, hanno un aspetto caratteristico, a forma di ventaglio. La loro consistenza è soda e carnosa, spesso paragonata a quella della carne o del pesce. Questo fungo raro ha un prezzo che può raggiungere i cinquanta euro al chilo, se lo si riesce a trovare. Durante il viaggio di ritorno a casa dopo la visita a quell’enorme carrubo, mi stupisco di quanto sia antica la mia isola. Un breve tragitto in auto sulle strade locali vi porterà a costeggiare case in pietra e castelli del XVIII secolo, alcuni ristrutturati e trasformati in aziende vinicole, altri fatiscenti e desiderosi di attenzione. Si trovano templi greci ad Agrigento e grotte trogloditiche a Mangiapane, abitate fino agli anni ‘50, circondate da fichi d’India, finocchi selvatici e cespugli di capperi drappeggiati su antiche recinzioni in pietra. Non so se il carrubo che abbiamo visitato quel giorno d’estate sia effettivamente il più antico d’Europa. Data la lunga storia della Sicilia, il suo clima estremo, la sua cultura, il suo cibo, la sua mitologia e la sua lingua, non ne sarei sorpreso.

Il maestoso albero di carrubo ha a lungo influenzato le credenze e le superstizioni della gente dell’isola, dall’apprendimento del nome di un futuro amore alle fate che si muovono sotto le sue foglie lussureggianti, ed è giunto il momento che i non siciliani mostrino alla moltitudine di carrubi l’apprezzamento che merita. Il Racconto di zio Zinu u milanisi (Enzo il milanese) di suo padre e di quel albero tanto amato “Il Carrubbo” Costantino arrancò sul breve pendio. Si sentiva sotto una cappa di calore che aveva dell’incredibile.

La stradina sterrata attraversava una spianata spoglia di alberi, solo viti. Un caldo così afoso da quelle parti non si era mai sentito. Il sole implacabile donava alla campagna iblea quella cortina tremolante che faceva sembrare il mondo immerso in un acquario. All’ennesimo attacco del monotono frinire delle cicale, Costantino scattò come una molla e urlò: “Fermate il mondo, voglio scendere!” Ma non appena pronunciò quelle esatte parole, capì che c’entrava quel vecchio carosello del Cynar dallo slogan “Contro il logorio della vita moderna”: quando il protagonista Calindri costretto a vivere nella grande città, capiva che il vero senso della vita moderna era il ritorno alla vita semplice della sua terra… Il Costantino, esamine dal vero logorio della vita moderna in città, aveva trasferito famiglia e interessi in campagna: egli, assecondando i suoi veri bisogni, si era dato alla nobile professione del contadino.

Possiamo certamente dire che lo faceva con molto impegno. Anni e acciacchi avevano avuto la meglio: i suoi ultimi anni di vita non li avrebbe di certo sprecati in città! Costantino cercò di dimenticare con un certo dispiacere una vita trascorsa da libertino. A lui erano sempre piaciute le belle donne: egli amava l’atto del corteggiamento, ma soprattutto l’atto della consumazione, e a sua vita ed il suo lavoro erano state fonti di numerose occasioni per entrambe. Con quel mondo oggi aveva chiuso, o forse lo credeva. La stanchezza sulle spalle la sentiva tutta. Mancava poco alla curva e alla tanto agognata sosta: egli si sarebbe fermato sotto un grande carrubo, ove qualcuno saggiamente aveva posto tempo prima una provvidenziale panchina.

Qui, Costantino leggeva – in santa pace – il giornale appena comprato, spegneva anche il cellulare, e, nelle giornate più afose, ne approfittava per levarsi la camicia, appenderla ad un ramo, e per lasciare che quei piccoli refoli gli accarezzassero la sua schiena, allietandolo.

Una volta giunto alla meta, scostò le cortine dei rami (che toccavano quasi terra) ed ebbe un moto di sorpresa. La panchina tanto desiderata aveva già un intruso, o meglio, un’intrusa. La ragazza, sorpresa anch’ella, si girò. Costantino non la riconobbe subito, ma quando i suoi occhi incrociarono i di lei dolcissimi e profondi occhi neri, le sussurrò: – Marianna, sei tu? La donna gli sorrise e gli tese le braccia come si fa con un bambino.

E lui?

Lui la prese e la strinse al suo petto, la sentì più piccola e fragile di come la ricordava: ella era stato il suo ultimo angelo biondo. Forse la sua ultima conquista. Costantino con il suo dolce peso si sedette sulla panchina e, guardandola, cercò di sciogliere l’ampio foulard di seta blu che le copriva la testa e le scendeva sulle spalle. Lui non capiva. Una volta toltole lo scialle, Costantino capì che Marianna era molto malata: un maledetto male l’aveva colpita ed un senso di repulsione lo invase. Costantino odiava le malattie in generale ed affrontava anche i suoi problemi con molte difficoltà. Ma adesso davanti a quella donna, sebbene malata, ebbe uno slancio inconsueto: la strinse fra le braccia e la baciò avidamente. Quel bacio era a lui familiare: il profumo di Marianna e le sue labbra piene, risvegliarono un ricordo che sembrava dimenticato.

Salvatore Battaglia

Presidente Accademia delle Prefi

Cultura

I racconti del vecchio marinaio pantesco. Di un viaggio ad Algeri e di una truvatura a Bonsulton / 1

Orazio Ferrara

Pubblicato

il

Quello fu certamente uno dei viaggi più strani e avventurosi nonché pericolosi che mi toccò fare con il veliero “Madonna di Trapani”, sotto il comando di patrun Vito. Era appena l’alba di un lunedì di forte scirocco quando il “Madonna di Trapani” tolse gli ormeggi e rapido uscì dal porto di Pantelleria.

La nostra meta era la lontana Algeri, dove ci attendeva una piccola colonia di panteschi, le cui famiglie erano colà residenti fin dalla metà dell’Ottocento. Appartenevano alle casate (quelle che ricordo) Accardi, Bonomo, Cozzo, Mangiapanelli, Trudo.
Alcuni di essi avevano preso anche la cittadinanza francese. Il nostro carico consisteva in numerose piccole botti di vino passito e una grossa catasta di cassette di agrumi. Quest’ultime portate da una tartana palermitana a Pantelleria qualche giorno prima. Al ritorno dovevamo imbarcare un grosso quantitativo di grano duro, una parte per la nostra isola e la restante per Trapani.

Capitan Vito, con le mani nodose come radici di cappero, stringeva forte il timone e un sorriso di tanto in tanto gli illuminava il volto abbronzato. Non andava solo per commercio, andava anche per i fratelli panteschi di Algeri, portando loro il “sangue” dell’isola: il passito. Con alcuni di essi aveva stretto forti legami d’amicizia fraterna nei precedenti viaggi. A quell’epoca ero già diventato il marinaio di fiducia del comandante per il saper io tenere sempre la bocca ben cucita. In quel microcosmo di legno, mare, vento e sale, il silenzio valeva, ai suoi occhi, più di mille nodi ben fatti.

Don Vito vedeva come il fumo negli occhi tutte quelle chiacchiere a vanvera, dalla superstizione al pettegolezzo, cui spesso si abbandonano gli uomini in navigazione, chiacchiere che poi non poche volte allentano la stessa coesione e disciplina dell’equipaggio. Così, dopo diverse ore di mare, il comandante mi trasse in disparte e mi disse: “Faremo uno scalo a Biserta e tu mi accompagnerai. Un pezzo grosso di Palermo mi ha chiesto un favore personale ovvero di imbarcare un suo carico a Biserta, non ho potuto rifiutare data l’importanza del personaggio”.
La sosta al porto di Biserta durò diverse ore. Scesi col capitano e subito ci venne incontro un arabo, che ci fece segno a gesti di seguirlo. Quindi ci inoltrammo, con la nostra guida, nel dedalo di vicoli, maleodoranti e affollati, della casbah. Dopo un po’ giungemmo in un piccolo slargo, dove si trovava una casa a due piani di un bianco calce accecante e con un grosso portone in legno, pitturato in un

azzurro tunisino. L’arabo emise un fischio modulato e il portone subito si socchiuse.

Entrammo e ci accolse, nella semioscurità, un arabo dall’età indefinita, che ci parlò, con nostra meraviglia, in un italiano abbastanza comprensibile. Dopo i convenevoli d’uso, Malek, così si chiamava il vecchio, ci disse che l’effendi di Palermo aveva depositato un suo carico di casse di legno, contenenti vomeri d’aratro, che noi dovevamo portare ad Algeri e che non dovevamo preoccuparci dei destinatari, in quanto si sarebbero fatti vivi loro al momento opportuno. Batté le mani e subito una schiera di cenciosi portatori uscì dall’ombra e si caricò sulle spalle le casse. Non passò molto tempo che quest’ultime erano già sistemate nella capace stiva del “Madonna di Trapani”.

Al quel punto venne l’ordine di togliere gli ormeggi. Navigavamo da diverse ore quando il cielo cambiò colore, virando verso un livido viola. Lo scirocco, che fino ad allora aveva gonfiato le vele con alito caldo, diede la stura ad un violento fortunale di mare. Onde alte come palazzotti si abbatterono sullo scafo, che scricchiolava e gemeva in continuazione, ma quel legno di quercia scura resisteva e non cedeva. Un colpo di mare fu abbastanza forte e, nello stesso istante, sentimmo un tonfo sordo nella stiva, evidentemente parte del carico, non ben fissato, si era spostato.

Don Vito, che portava una lanterna accesa, ed io scendemmo quindi nella stiva. Effettivamente le corde che fissavano l’ultimo carico imbarcato, le casse, s’erano allentate e una cassa era caduta, fracassando la tavola che la chiudeva. Quando la luce illuminò meglio la cassa rotta. il respiro ci si mozzò in gola.
Nella cassa, tra la paglia, non c’erano affatto vomeri d’aratro, ma fucili francesi Lebel modello 1886, residuati bellici della Grande Guerra, ancora unti di grasso. C’era anche il relativo munizionamento. In quel tempo contrabbandare armi, con la gendarmeria francese che pattugliava le coste algerine a caccia di ribelli nazionalisti e di chi li riforniva d’armi, significava una condanna a morte o marcire a vita nelle terribili carceri della Cayenna.

“Ci hanno caricato la morte in pancia” disse sottovoce il capitano e aggiunse “Se ci fermano, il veliero ‘Madonna di Trapani’ diventerà facile bersaglio per i cannoni delle torpediniere francesi”. Risalimmo silenziosi in coperta, senza dir nulla agli altri dell’equipaggio.

Orazio Ferrara
(1 – continua)

……………………………..
Segui la storia di Pantelleria sul nostro canale WhatsApp

Leggi la notizia

Cultura

Pantelleria, dal 24 aprile il via a ciclo di seminari dell’UNIPANT sulla Costituzione Italiana

Redazione

Pubblicato

il

Pantelleria: il 24 aprile inizia il ciclo di seminari dell’UNIPANT sulla Costituzione Italiana
Cinque incontri gratuiti aperti alla cittadinanza curati dal Prof. Giuseppe Belvisi nell’ambito del progetto Panteschità 3 della Democrazia Partecipata 2025 
 
L’Università Popolare di Pantelleria (UNIPANT), in collaborazione con il Comune di Pantelleria, annuncia l’avvio di un prestigioso ciclo di cinque seminari dal titolo “Sana e Robusta Costituzione”.

 
L’iniziativa, che si inserisce nel più ampio progetto “Panteschità 3: crescita culturale e inclusione per Pantelleria” legato al programma di Democrazia Partecipata 2025, inizierà il prossimo 24 aprile alle ore 18:00 presso la sede UNIPANT di Via San Nicola 42A.

Il corso, curato dal Prof. Giuseppe Belvisi, si propone di offrire ai cittadini strumenti critici e conoscitivi per approfondire i pilastri fondamentali dell’ordinamento giuridico italiano, promuovendo una cultura della partecipazione e della consapevolezza civile.

Il percorso didattico è stato strutturato per analizzare in modo sistematico l’architettura della Carta Costituzionale, partendo dalle sue radici storiche fino ai dettagli dell’Ordinamento Repubblicano.

Gli incontri, tutti ad ingresso gratuito, rappresentano un’importante occasione di crescita culturale per la comunità pantesca e per i visitatori dell’isola, favorendo l’inclusione sociale attraverso la conoscenza dei diritti e dei doveri fondamentali.

Il programma dettagliato degli incontri prevede il seguente calendario, con inizio alle ore 18.00:

·   24 Aprile: Origini e caratteri della Costituzione

·   30 Aprile: Struttura e principi fondamentali

·   8 Maggio: Diritti e doveri dei cittadini

·   22 Maggio: Ordinamento della Repubblica I: Parlamento e Presidente della Repubblica

·   29 Maggio: Ordinamento della Repubblica II: Governo, Magistratura e Corte Costituzionale

“La conoscenza della nostra Costituzione è la base per una democrazia sana e partecipata,” dichiara il Presidente UNIPANT, Francesca Marrucci, presentando la seconda della ricca serie di proposte incluse nel progetto votato dalla cittadinanza. “Ringraziamo il nostro socio, il Prof. Giuseppe Belvisi, per averci proposto questa serie di incontri di estrema attualità e interesse.

Attraverso questo ciclo di seminari, l’Università Popolare di Pantelleria intende rafforzare il legame tra istituzioni e cittadini, fornendo chiavi di lettura essenziali per comprendere il funzionamento dello Stato e il valore della cittadinanza attiva, sempre in linea con i principi fondativi della cittadinanza attiva e consapevole del programma europeo Erasmus.”

L’evento sottolinea l’impegno di UNIPANT nel valorizzare la formazione continua e il libero accesso alla cultura, elementi cardine del progetto Panteschità 3 e di tutti i progetti UNIPANT, non ultimo quello che da lunedì 13 aprile vedrà l’arrivo del primo gruppo Erasmus di giovani francesi che visiteranno l’isola e apprenderanno i modelli panteschi di agricoltura eroica, tutela del paesaggio ed energie rinnovabili.

Leggi la notizia

Cultura

Pantelleria, sabato 11 aprile tutti insieme per la “Preghiera per la pace”

Direttore

Pubblicato

il

La Chiesa Madre Ss Salvatore di Pantelleria sta organizzando un incontro collettivo della cittadinanza pantesca per la “Preghiera per la pace”, per sabato 11 aprile, dalle ore 21.

Dopo il periodo pasquale che vede sempre tutti più vicini e partecipativi, l’invito è ad una corale preghiera in questi tempi di conflitti incessanti da quello mondiali a quelli più intimi.

La preghiera è l’elevazione dell’anima, attraverso un pensiero o una espressione rivolti a Dio, e a santi per lodare, ringraziare, chiedere perdono. Può essere vocale, mentale, personale o comunitaria. È considerata un atto di fede, intercessione e un momento di profonda connessione spirituale.

…………………………
Resta connesso con l’isola attraverso il nostro canae WhatsApp

Leggi la notizia

Seguici su Facebook!

Cronaca

Cultura

Politica

Meteo

In tendenza