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Cultura

La Sicilia al sapor di carrube: fra storia e racconto

Redazione

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All’ombra del carrubo Insofferente del frastuono,
stanco d’ascoltare parole e frasi fatte di dubbia ed ostentata saggezza,
cerco adesso il silenzio, la solitudine,
la compagnia dei miei pensieri e dei ricordi.
Trovo ristoro all’ombra di un carrubo maestoso ed antico,
ma isolato,
come oasi in un deserto rovente,
dove riposare lo sguardo accecato dal sole.
E là, seduto su scomoda pietra, ripercorrere il passato,
confrontarlo col presente, interrogarsi sul futuro,
pur sapendo di non trovare risposte.
Non resta che abbracciare l’immenso tronco nodoso,
per assorbirne il vigore e rispondere con un sorriso
al sussurro pacato delle sue tremolanti foglie.

L’incontro con il Carrubbo più vecchio d’Europa “Il maestoso albero di carrubo ha a lungo influenzato le credenze e le superstizioni della gente dell’isola, dall’apprendimento del nome di un futuro amore alle fate che si muovono sotto le sue foglie lussureggianti.”

Ci siamo appena riempiti la pancia di ricotta di mucca fresca in una masseria locale e stiamo tornando verso la mia città natale, Ragusa Ibla, nella Sicilia sud-orientale, quando mio cugino Costantino lascia la strada e parcheggia in un casale recintato annunciando: “Ti faccio vedere il carrubo più antico d’Europa”. “Qui? Il carrubo più antico d’Europa e non c’è nemmeno un cartello? Vive la sua vita plurimillenaria nella proprietà di qualcuno, senza biglietto d’ingresso, senza guardia, senza turisti?”. Non c’è un sentiero, non c’è una traccia per raggiungere questo albero. So solo che siamo vicini a Santa Croce Camerina. Costantino apre il cancello e si accorge della mia espressione: “Non ti preoccupare”, dice, “Conosco il tipo”. Proprio come il produttore di ricotta di quella mattina, sto imparando che mio cugino conosce un sacco di gente. Attraversiamo un campo dorato di erba bruciata dal sole in quella che è già un’afosa giornata di settembre. Sono appena le otto del mattino e i miei vestiti sono impregnati di sudore.

La mia attenzione si sposta quando vedo un albero incredibilmente verde, che brilla come l’El Dorado in mezzo ad altri alberi secolari della tenuta; il suo tronco nodoso comunica la sua antichità biblica. Da lontano, sembra quello che da bambino annoiato, durante i lunghi viaggi in auto, avrei chiamato “albero dei broccoli”: grappoli di riccioli stretti pendono così bassi dal suolo che si vede a malapena il tronco finché non si arriva sotto la sua chioma. A un esame più attento, i riccioli sono centinaia di rami sottili guarniti di foglie allungate, grandi come petali di rosa. È piuttosto grande, con una circonferenza del tronco di diciotto metri e un’altezza totale di oltre

dieci. Non c’è da stupirsi che i carrubi siano un elemento fondamentale dell’agricoltura, in quanto forniscono l’ombra necessaria al bestiame sotto il sole punitivo della Sicilia. Vorrei tanto oziare sotto la chioma dell’albero mentre succhio i baccelli dolci come miele e caramello, ma non appariranno fino alla fine dell’anno.

CARATI, FATE E AMANTI: LA STORIA DEL CARRUBO IN SICILIA

Sebbene cresca spontaneamente in tutto il mondo, il carrubo è originario della regione mediterranea e di alcune zone del Sud America. Come l’ulivo e i fichi d’India, il carrubo è una presenza onnipresente nell’isola di Sicilia. Il carrubo è infatti una leguminosa, l’unica che cresce sugli alberi, e viene coltivata in quest’area da quasi quattromila anni. Sebbene siano stati i Greci a portare l’albero in Sicilia nell’8 a.C., fu secoli dopo, durante la conquista araba del 9 d.C., che il carrubo venne riconosciuto come una coltura pregiata; la sua polpa ricca di proteine e la sua dolcezza deliziarono i conquistatori. Gli arabi, che avevano già una cultura ricca di metodi agricoli, piantarono carrubeti in tutta l’isola e, nel giro di pochi secoli, il carrubo divenne oggetto di una preziosa esportazione. Oggi, oltre il 70% della produzione italiana di carrubo si trova nella provincia di Ragusa, nella Sicilia sud-orientale. Il suo frutto era (ed è) apprezzata per i suoi molteplici usi. Nel Medioevo, i semi di carrubo, grazie al loro peso presumibilmente uniforme, venivano utilizzati dai commercianti arabi per pesare beni di uso quotidiano come il grano, ma anche oro, argento e diamanti. La parola che oggi conosciamo come “carato” ha origine dal greco “seme di carruba”.

L’industrializzazione e le bilance hanno messo fine al valore del seme di carruba come unità di peso, ma la parola è ancora usata nell’industria.

In casa, la carruba non aveva nulla a che fare con le gemme, ma era altrettanto preziosa per la vita quotidiana. Ancora oggi, gli erboristi sostengono che le tinture di carruba possono guarire i polmoni da malattie respiratorie come il comune raffreddore e sono anche una cura per far passare l’acido lattico (portare a ebollizione la polvere di carruba e l’acqua, aggiungere un filo di miele e bere). Il carrubo ha anche un ruolo nel folklore e nella superstizione siciliana: si sa che le fate danzano sotto i carrubi e si credeva che se una giovane donna metteva un rametto di foglie di carrubo sotto il cuscino, avrebbe sognato il suo futuro marito. Per le donne da fuora (altrimenti dette “streghe”), il carrubo era anche un ingrediente comune per incantesimi e rituali; tuttavia, di queste pratiche sopravvive ben poca storia scritta.

CARRUBA: IL CIOCCOLATO DEI POVERI

Ancora oggi sono innumerevoli gli usi che i siciliani fanno di questo legume. La carruba ha un sapore dolce, di caramello e miele, come il cioccolato ma senza l’amarezza e la caffeina. A differenza del cacao, può essere consumata non lavorata direttamente dall’albero. Per questo motivo, la polvere di carruba è un ingrediente popolare in molti dolci siciliani, tra cui il gelato, la cassata e talvolta il guscio dei cannoli (per conferirgli un colore più scuro). In luoghi come la Sicilia, colpiti da carestie, terremoti e guerre, la carruba è stata definita “il cioccolato dei poveri”, anche se, a differenza del cioccolato, i semi e i baccelli della carruba forniscono sia zuccheri naturali che alti livelli di proteine. Grazie a questi minerali e a queste proteine, le bucce vengono ancora utilizzate per l’alimentazione del bestiame.

Oggi il cioccolato è un elemento fondamentale della dispensa, ma non è sempre stato così. Mia madre, nata durante i bombardamenti alleati in Sicilia nel 1943, desiderava il cioccolato da bambina, ma era un lusso che sua madre, rimasta vedova, poteva permettersi. C’erano alcuni gentili soldati alleati che condividevano volentieri la loro scorta con i bambini del posto, ma non c’erano acquisti d’impulso al supermercato (quale supermercato?).

La mamma ricorda con nostalgia quei pochi quadratini, li assaporava avvolti nella carta cerata. Più spesso, però, masticava un baccello di carruba marrone essiccato, seduta sotto un albero sempreverde mentre sua madre lavorava nel frutteto.

La carruba viene raccolta tra la fine di agosto e l’inizio di settembre e i frutti maturano per sessanta giorni. Durante la raccolta, l’albero porta già i fiori per i frutti dell’anno successivo. Per la raccolta, i lavoratori bussano ai grappoli di carrube con bastoni di legno, raccogliendo i frutti su reti stese sotto gli alberi. Tuttavia, la necessità degli agricoltori di incrementare il proprio reddito a breve termine ha portato all’abbandono e alla distruzione dei carrubeti per far posto ai campi di grano.

Con il prezzo del carrubo più che quadruplicato negli ultimi due anni, molti stanno ripiantando gli alberi, riconoscendo purtroppo che potrebbe non esserci un’altra generazione disposta ad aspettare trent’anni prima di produrre i preziosi baccelli. Si tratta di un lavoro pesante, fisico, e molti giovani siciliani scelgono invece l’istruzione superiore e il lavoro sulla terraferma. La reputazione della carruba come scarso sostituto del cioccolato è cambiata poco: negli ultimi decenni, è stata molto malvista e per questo do la colpa alla mania salutista degli anni ’70 e ’80. Che ricopra una torta di riso, che sia incorporata in barrette di muesli “senza zucchero” o che sia usata come alternativa alle gocce di cioccolato nel gelato, per decenni ci siamo convinti che la carruba sia salutare. Da studente negli anni ’80, mangiavo qualsiasi cosa ricoperta di carruba nella speranza che avesse meno calorie di quella vera. Ma paragonandola continuamente al cioccolato, non rendiamo giustizia al legume.

RENDERE GIUSTIZIA ALLA CARRUBA: RICETTE E PREPARAZIONI SICILIANE

Il sapore migliore della carruba si ottiene tostando i baccelli interi. Tipicamente lunghi circa 10-30 centimetri, i baccelli di carruba vantano una buccia al tempo stesso coriacea e lucida, come una salsiccia sottile, lunga e raggrinzita. Nonostante l’aspetto secco, i baccelli prendono vita dopo un’ora in forno.

Sono eccezionali se irrorati di miele. In alternativa, è possibile rimuovere i semi dopo la tostatura e macinarli in un macinino da caffè per utilizzarli e insaporire tante preparazioni siciliane, dai budini ai biscotti ai dolci, per esaltarne il sapore. A differenza della crème anglaise francese (che ottiene il suo gusto lussuoso da un’abbondante dose di panna), il gelato siciliano utilizza latte e amido per creare la sua rinomata consistenza. Mentre la maggior parte delle gelaterie utilizza l’economico amido di frumento, i maestri culinari come Corrado Assenza del suo rinomato “Caffè Sicilia” di Noto utilizzano invece la farina di carrube come addensante ed emulsionante. Lo sciroppo di carruba (ottenuto riducendo la polpa con acqua) viene utilizzato anche come dolcificante liquido e può essere un’alternativa allo sciroppo d’acero, all’agave o al miele.

Il cioccolato modicano lavorato a freddo viene spesso arricchito con la carruba per ottenere un sapore più complesso e la più antica cioccolateria siciliana, “l’Antica Dolceria Bonajuto” di Modica, produce una superlativa e untuosa cioccolata calda addensata con la polvere di carruba. Sebbene la carruba sia utilizzata soprattutto nei dolci, non dovrebbe sorprendere sapere che, in un paese con più di quattrocento formati di pasta, la carruba abbia un posto anche a tavola. Sebbene sia sempre meno utilizzata, i siciliani usano una combinazione di farina di carruba e semola per preparare i cavatelli (conosciuti localmente come cavateddi o lolli), una pasta gustosa, di colore marrone e priva di glutine, che si sposa magnificamente con un ricco ragù.

Se tutto questo non bastasse, durante la raccolta del carrubo in autunno, se le condizioni sono giuste, il carrubo produce un altro prodotto spettacolare: il fungo del carrubo (funcia ri carrua in dialetto siciliano).

Questi funghi, che crescono a grappolo lungo la base del tronco, hanno un aspetto caratteristico, a forma di ventaglio. La loro consistenza è soda e carnosa, spesso paragonata a quella della carne o del pesce. Questo fungo raro ha un prezzo che può raggiungere i cinquanta euro al chilo, se lo si riesce a trovare. Durante il viaggio di ritorno a casa dopo la visita a quell’enorme carrubo, mi stupisco di quanto sia antica la mia isola. Un breve tragitto in auto sulle strade locali vi porterà a costeggiare case in pietra e castelli del XVIII secolo, alcuni ristrutturati e trasformati in aziende vinicole, altri fatiscenti e desiderosi di attenzione. Si trovano templi greci ad Agrigento e grotte trogloditiche a Mangiapane, abitate fino agli anni ‘50, circondate da fichi d’India, finocchi selvatici e cespugli di capperi drappeggiati su antiche recinzioni in pietra. Non so se il carrubo che abbiamo visitato quel giorno d’estate sia effettivamente il più antico d’Europa. Data la lunga storia della Sicilia, il suo clima estremo, la sua cultura, il suo cibo, la sua mitologia e la sua lingua, non ne sarei sorpreso.

Il maestoso albero di carrubo ha a lungo influenzato le credenze e le superstizioni della gente dell’isola, dall’apprendimento del nome di un futuro amore alle fate che si muovono sotto le sue foglie lussureggianti, ed è giunto il momento che i non siciliani mostrino alla moltitudine di carrubi l’apprezzamento che merita. Il Racconto di zio Zinu u milanisi (Enzo il milanese) di suo padre e di quel albero tanto amato “Il Carrubbo” Costantino arrancò sul breve pendio. Si sentiva sotto una cappa di calore che aveva dell’incredibile.

La stradina sterrata attraversava una spianata spoglia di alberi, solo viti. Un caldo così afoso da quelle parti non si era mai sentito. Il sole implacabile donava alla campagna iblea quella cortina tremolante che faceva sembrare il mondo immerso in un acquario. All’ennesimo attacco del monotono frinire delle cicale, Costantino scattò come una molla e urlò: “Fermate il mondo, voglio scendere!” Ma non appena pronunciò quelle esatte parole, capì che c’entrava quel vecchio carosello del Cynar dallo slogan “Contro il logorio della vita moderna”: quando il protagonista Calindri costretto a vivere nella grande città, capiva che il vero senso della vita moderna era il ritorno alla vita semplice della sua terra… Il Costantino, esamine dal vero logorio della vita moderna in città, aveva trasferito famiglia e interessi in campagna: egli, assecondando i suoi veri bisogni, si era dato alla nobile professione del contadino.

Possiamo certamente dire che lo faceva con molto impegno. Anni e acciacchi avevano avuto la meglio: i suoi ultimi anni di vita non li avrebbe di certo sprecati in città! Costantino cercò di dimenticare con un certo dispiacere una vita trascorsa da libertino. A lui erano sempre piaciute le belle donne: egli amava l’atto del corteggiamento, ma soprattutto l’atto della consumazione, e a sua vita ed il suo lavoro erano state fonti di numerose occasioni per entrambe. Con quel mondo oggi aveva chiuso, o forse lo credeva. La stanchezza sulle spalle la sentiva tutta. Mancava poco alla curva e alla tanto agognata sosta: egli si sarebbe fermato sotto un grande carrubo, ove qualcuno saggiamente aveva posto tempo prima una provvidenziale panchina.

Qui, Costantino leggeva – in santa pace – il giornale appena comprato, spegneva anche il cellulare, e, nelle giornate più afose, ne approfittava per levarsi la camicia, appenderla ad un ramo, e per lasciare che quei piccoli refoli gli accarezzassero la sua schiena, allietandolo.

Una volta giunto alla meta, scostò le cortine dei rami (che toccavano quasi terra) ed ebbe un moto di sorpresa. La panchina tanto desiderata aveva già un intruso, o meglio, un’intrusa. La ragazza, sorpresa anch’ella, si girò. Costantino non la riconobbe subito, ma quando i suoi occhi incrociarono i di lei dolcissimi e profondi occhi neri, le sussurrò: – Marianna, sei tu? La donna gli sorrise e gli tese le braccia come si fa con un bambino.

E lui?

Lui la prese e la strinse al suo petto, la sentì più piccola e fragile di come la ricordava: ella era stato il suo ultimo angelo biondo. Forse la sua ultima conquista. Costantino con il suo dolce peso si sedette sulla panchina e, guardandola, cercò di sciogliere l’ampio foulard di seta blu che le copriva la testa e le scendeva sulle spalle. Lui non capiva. Una volta toltole lo scialle, Costantino capì che Marianna era molto malata: un maledetto male l’aveva colpita ed un senso di repulsione lo invase. Costantino odiava le malattie in generale ed affrontava anche i suoi problemi con molte difficoltà. Ma adesso davanti a quella donna, sebbene malata, ebbe uno slancio inconsueto: la strinse fra le braccia e la baciò avidamente. Quel bacio era a lui familiare: il profumo di Marianna e le sue labbra piene, risvegliarono un ricordo che sembrava dimenticato.

Salvatore Battaglia

Presidente Accademia delle Prefi

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Cultura

Solarino polo culturale per lo studio dei Requesens

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Il Comune di Solarino continua a distinguersi per l’impegno nella valorizzazione della propria storia e identità culturale, attraverso un percorso condiviso che coinvolge istituzioni, studiosi e cittadini.

Nel fine settimana si è svolta la seconda edizione dell’incontro culturale “I De Requesens e il Mediterraneo”, ospitato presso l’Aula consiliare e inserito nella rassegna Terra Tempus. L’iniziativa ha rappresentato un importante momento di approfondimento dedicato alla riscoperta delle radici storiche del territorio e al ruolo della famiglia Requesens nella costruzione del contesto mediterraneo.

L’evento ha visto la partecipazione di studiosi e relatori come Giovanni D’Urso, Sergio Russo, Vincenzo Camilleri, Angelo Cutaia e Salvatore Petruzzelli, che hanno offerto contributi scientifici e storici di rilievo, favorendo un confronto multidisciplinare tra memoria, identità e ricerca.

Un ringraziamento particolare è stato rivolto a Laura Liistro per l’organizzazione e alla Galleria EtnoAntropologica per il prezioso supporto scientifico e culturale.

A sostenere con convinzione questo percorso è l’amministrazione comunale, guidata dal sindaco On. Tiziano Fabio Spada, insieme all’assessore Milena Cianci e agli altri amministratori, che si dimostrano attivamente impegnati nella promozione di una progettualità culturale continuativa e condivisa.


L’amministrazione sta infatti portando avanti un lavoro costante di valorizzazione della memoria storica attraverso diversi strumenti: dai tavoli tecnici con storici e ricercatori, alle analisi e studi sugli eventi del passato, fino al coinvolgimento del mondo della scuola in percorsi didattici dedicati alla storia locale.

Particolare rilievo assume anche la rievocazione del momento fondativo della comunità, con il progetto dedicato alla “Supplica al Re”, episodio simbolico della nascita istituzionale del centro urbano.

In questo contesto si inserisce anche la rievocazione storica che si terrà giorno 27 aprile, lungo il corso Vittorio Emanuele e la piazza del Plebiscito, un appuntamento che vedrà la comunità protagonista in un percorso immersivo tra storia e identità, restituendo alla cittadinanza la memoria viva delle origini del paese.

Questo insieme di iniziative testimonia la volontà del Comune di Solarino di rendere la storia non solo oggetto di studio, ma strumento vivo di partecipazione e coesione sociale, capace di rafforzare il senso di appartenenza della comunità.

In questo percorso, la cultura diventa così un ponte tra passato e futuro, restituendo centralità alla memoria come elemento fondante dello sviluppo civile e identitario del territorio

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Cultura

Pantelleria negli altarini di S. Giuseppe: Circolo Agricolo di Scauri dà lezione di cultura e socialità

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L’evento del Vespa Club

Ieri, 19 aprile, esattamente ad un mese dal giorno canonico, si è tenuto un fuori calendario di commemoraizone di San Giuseppe. Ma a Pantelleria è normale, poichè per il patrono dei papà viene di tradizione realizzata una istallazione complessa ma significativa: un piccolo altare adorno di santini, fiori e pane. Per dare possibilità di godere il più possibile di queste opere, si cerca di tenerle allestite il più a lungo possibile.
Per dare maggior forza all’importanza della tradizione pantesca, nel caso di specie, con l’altarino dedicato, il sempre dinamico e vulcanico Vespa Club, con il suo presidente Giovanni Pavia, ha deciso di fare un passaggio rombante e colorato presso il Circolo Agricolo di Scauri e altre realtà private che si sono progidate per dare seguito alla nostra storia.
Nel caso del Circolo Agricolo,  grazie alla maestria di tante persone volenterose e preziose, ne è stato realizzato uno di notevole pregio e fattura.

Il padrone di casa, il presidente Salvino Marino, ha accolto moltissimi tra curiosi, soci e rappresentanti dell’Amministrazione Comunale, come il Sindaco Fabrizio D’Ancona, il Vicesindaco Adele Pineda, l’Assessore Giusy D’Aietti e il Presidente del Consiglio Comunale, Giuseppe Spata.

Un’accoglienza eccellente quella realizzata al Circolo, dove leccornie e bevande hanno deliziato i mumerosi visitatori, tra cui anche un gruppetto di bambini.

L’intervento di Salvino Marino
Il presidente Marino così ha fatto gli onori di casa: “Questa sera è l’ultima sera del San Giuseppe. 
“Il Circolo di pomeriggio era aperto era aperto per il rosario e per il passaggio delle persone speriamo che il prossimo anno si possa realizzare  nuovamente il San Giuseppe, perché ormai ci siamo messi in linea e quindi cercheremo di farlo fino a quando si può fare e fino a che ci sono io e la collaborazione delle donne.
“Un ringraziamento va al Comune di Pantelleria, per averci dato l’opportunità di seguire la tradizione anche con dei finanziamenti e per realizzare questa struttura, che quest’anno è rimasta aperta al pibblico per un mese.
“Ma al di là di discorsi di date, il punto centrale è che le nostre tradizioni dovremmo farle conoscere ai giovani, purtroppo distratti da altro come il telefonino. Dietro alla realizzazione del San Giuseppe  c’è un lavoro, non indifferente e curato dalle mani sapienti delle nostre signore.”

Il Presidente Marino si è molto speso in parole affinchè si porti questa e altre tradizioni pantesche nei cuori dei giovani, affinchè ne prendano il testimone e proseguano il percorso tracciato dagli avi.
In tutta l’isola poche case private hanno dedicato spazio e tempo all’altarino, un segnale negativo che manda nel domenticatoio una cultura fatta di secoli, di amore e dedizione.

Importante l’opportunità creata dal Vespa Club, con il suo tour tra le contrade alla ricerca di altre rappresentazioni, dando l’opportunità di farli conoscere e metterli in evidenza. Merito ampiamente riconosciuto nella circostanza di ieri, al Presidente Giovanni Pavia.

 Diversi hanno preso la parola, in questa riunione contradaiola garbata e piacevole. L’argomento era per tutti il patrimonio unico e irripetibile della nostra cutura, a rischio di estinzione per mancanza di braccia e volontà.
Dopo i ringraziamenti di rito sia ai realizzatori materiali dell’opera, alle autorità e ai presenti, il Presidente Marino passa la parola al primo cittadino, che si è espresso con parole lapidarie ed incisive sull’importanza dei circoli e degli incontri con i cittadini.



Così il Sindaco Fabrizio D’Ancona sull’importanza dei Circoli

Non amo tutte queste particolari situazioni e oggi al di là del sindaco  alla fine io vorrei, magari una volta ogni tanto, essere  Fabrizio con gli amici come sono sempre stato.
“Secondo me questo circolo ha dato perennemente forza di sé  e vorrei dirlo questo è l’unico circolo  che in questi nostri tre anni di amministrazione  ha fatto il San Giuseppe  e ha anche sposato la causa del centro anziani. Quindi questo va a merito  di tutti i soci, di tutti coloro che hanno collaborato.
“Salvino che è il collante fa da stimolo, da traino e abbiamo avuto sempre un’ottima riuscita ne è testimoniazza, ancora una volta,  questo San Giuseppe.
“Pantelleria è un paese di minifutto, come diceva il canonico, dove ciascuno di noi ama criticare; sarebbe opportuno che ciascuno di noi, al di là del parlare e sparlare, si confrontasse con l’amministrazione, per capire il perchè di una serie di vicende, di vicissitudini, di ritardi, di disagi e problematiche. Quindi io vorrei che Salvino si prendesse l’onere con tutti voi di organizzare incontri periodici, dove l’amministrazione, io o chi per me, possa confrontarsi con la cittadinanza. Perché vedete, che spesso e volentieri è brutto leggere una serie di stupidaggini pure su Facebook, sui post, sui articoli senza contraddittorio: è molto semplice, no? Allora io vorrei avere la possibilità di spiegare una serie di aspetti che vi posso assicurare  sono lontani anni luce da quello che si scrive, perché la crescita in un territorio  passa anche dalla consapevolezza, dalla comprensione delle difficoltà, delle criticità e delle verità.
“Confrontiamoci, anche una serata ogni due mesi, su tematiche importanti che possono essere di vostro interesse in maniera tale da fare questo percorso di crescita che va a pro di tutta la nostra comunità; perché questa è una comunità che, dal mio punto di vista, ha bisogno  di crescere  e la crescita non passa attraverso io scrivo e scrivo  e scrivo  ma dall’altra parte non risponde nessuno.
“I circoli una volta avevano una valenza  sociale, dove si discuteva del prezzo del l’uva e del prezzo dei capperi c’era una socialità diffusa. Vogliamo riportarvi a parlare anche di altro,  di cose importanti  per voi e per i vostri figli.”

Il Presidente Giuseppe Spata e il valore della tradizione
Apprezziamo sempre  queste organizzazioni e come  all’inizio diceva il presidente noi ci siamo con l’Amminsitrazione per supportare  i circoli e la tradizione, far rinascere, valorizzare  più che altro ogni contrada anche la più piccola. Noi siamo sempre pronti a sostenere, lo abbiamo fatto in questi anni e speriamo di poterlo fare ancora.
“Dobbiamo ricordare che ogni contrada ha un proprio patrono: sarebbe opportuno che i nostri discendenti  sapessero di questo”.

Dopo rinnovati ringraziamenti a tutti i presenti, a quanti fattivamente abbiamo collaborato alla realizzazione di quel pomeriggio e al Vespa Club, che l’ha organizzato, Salvino Marino ha introdotto il Vice Sindaco, nonchè Assessore alla Cultura, Adele Pineda.



Vice Sindaco Adele Pineda e il coinvolgimento dei giovani

“State portando avanti una tradizione importantissima, una delle nostre tradizioni, che sono appunto questi altari che effettivamente molti giovani probabilmente non conoscono neanche, se non per averli visti. Sentivo prima parlare giustamente da Salvino del coinvolgimento dei giovani non è facile, voi sapete, io faccio l’insegnante, ho qui anche qualche genitore di qualche alunno anche studioso: non è facile coinvolgere i ragazzi  e oggi più che mai perché i loro interessi sono focalizzati su un benaltro soprattutto se parliamo di ragazzi già grandi di scuole superiori.
“Quindi forse si dovrebbe cominciare a tentare quanto meno di coinvolgerli  quando sono più piccoli, dalle elementari.
Salvino ha inviato anche quest’anno una nota alla scuola, informandola naturalmente e dando la possibilità di venire a visionare questo piccolo capolavoro.”

Il Dr. Roberto Greco e la ricchezza popolare dei Circoli
“Questa manifestazione è importante. Voi sapete che da tanti anni io cerco di essere sempre presente nei Circoli e le loro attività: sono una ricchezza popolare e non dobbiamo perderla. Per tante ragioni la frequentazione dei Circoli a tutt’oggi non è più come una volta anche perchè ci sono tante altre attività che si possono fare, però essi sono la nostra identità e dobbiamo mantenercelaa cara. Solo così possiamo tramandare agli altri le nostre tradizioni.
“E’ importante continuare a fare queste iniziative. Salvino, avete fatto una cosa spattacolare!
“Io e la mia famiglia siamo stati sempre presenti qui a Scauri, perchè mio padre ha iniziato la sua profesione in questa contrada, creando e lasciando in noi un forte legame.

Infine, abbiamo sentito a “porte chiuse”  Giovanni Pavia, regista di quel fortunato e prezioso evento.


Il Vespa Club in un pomeriggio religioso – Il commento di Giovanni Pavia a cose fatte
“Un pomeriggio religioso quello di ieri domenica 19 per i vespisti del Vespa club Pantelleria.
Tre le visite degli altarini di San Giuseppe iniziando da località San Vito presso l’abitazione dei coniugi Maccotta , poi a Scauri dalla Signora Anna Farina , per concludere al circolo Agricolo di Scauri dove ad accogliere i centauri c’era il Presidente del circolo Salvino Marino accompagnato da diversi soci e dal Sindaco insieme al Vice Sindaco e parte dell’amministrazione comunale.”
Presidente anche quest’anno visita agli altarini? “Si certamente questa è una tradizione molto sentita sull’isola e ha un significato sia religioso che sociale , fra l’altro San Giuseppe rappresenta il Santo della famiglia , quindi della comunità tutta e noi fortemente speriamo che queste tradizioni possano continuare a portare lustro all’isola ma anche ai visitatori / turisti
“Approfitto per ringraziare tutti coloro che mettono impegno , tempo e passione per realizzare un lavoro così scrupoloso mantenendo alta la devozione locale.
“Grazie ancora ad Anna Pia e Salvatore, alla Sig.ra Anna Farina per la calorosa accoglienza ed ospitalità, infine tutti i soci del circolo Agricolo con il suo instancabile Presidente Salvino sempre pronto ad aprire le porte a tutta la comunità locale e oltre.”

Un bel pomeriggio fatto di cultura, degustazioni, gentilezza e desiderio di ritrovarsi anche tra sconosciuti, grazie all’inizativa del Circolo Agricolo di Scauri (al terzo anno con San Giuseppe), del Vespa Clube e quanti, con dedizione e amore lo abbiano reso possible. 

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Cultura

Pantelleria, oggi scoperta la targa in onore del M.llo Vito D’Ancona tra commozione e ricordi indelebili

Direttore

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Oggi, 16 aprile 2026, si è celebrata l’inaugurazione della targa dedicata al Maresciallo della Polizia Municipale, Vito D’Ancona.
Una mattinata partita con nuvole sospette e poco rassicuranti, che poi hanno lasciato il posto una una splendida giornata di sole come solo Pantelleria sa regalare.
Il capannello di gente si è radunato nel piccolo vicolo di accesso al Palazzo Comunale e alla sede della Polizia Municipale. Con ossequio ed emozione, ha reso omaggio all’iniziativa dei figli Claudio e Battista D’Ancona e ascoltato il discorso di apertura del primo cittadino, Fabrizio D’Ancona.

Questi, con parole lapidarie, sincere e toccanti, ha ricordato il valore di un uomo di tempra e semplice al contempo.



Così Fabrizio D’Ancona

“Oggi la nostra comunità compie un gesto importante, non è soltanto un atto formale ma un momento profondamente sentito: intitolare una via al maresciallo Vito D’Ancona significa infatti affidare alla memoria collettiva il valore di una vita interamente dedicata al servizio degli altri. 
“Vito D’Ancona è stato un uomo dello Stato, un servitore leale della comunità, per molti anni comandante dei Vigili Urbani di Pantelleria.
“Ha svolto il proprio ruolo con dedizione, rigore e senso del dovere. Ma prima ancora è stato un uomo giusto, un esempio di rettitudine, riconosciuto e stimato non solo dalle istituzioni ma anche dai cittadini e da tutte le forze dell’ordine con cui ha collaborato nella sua lunga carriera…”

Nell’illustrare il personaggio, il Sindaco ha ricordato un gesto veramente eroico compiuto dalla buonanima (per usare un termine squisitamente meridionale), il lontano 15 agosto del 1976, alloquanto, Vito D’Ancona si trovava al Lago di Venere per sorvegliare il buon andamento della corsa di cavalli attorno allo specchio d’acqua: “Due bambini – prosegue il governatore dell’isola – si trovarono in grave pericolo, rischiando di essere travolti dalla corsa sfrenata dei magnifici destrieri panteschi lanciati al massimo. In quel momento il Mariscello D’Ancona non esitò. Si lanciò con coraggio per salvarli mettendo a rischio la propria vita, ma riuscendo nell’intento scongiurando a una tragedia che sembrava inevitabile.
“Quel gesto non fu soltanto un atto di coraggio, fu la più alta espressione del senso del dovere, della responsabilità e dell’umanità; la dimostrazione concreta di cosa significa servire davvero la propria comunità, esserci sempre, soprattutto quando conta.
“Dopo la sua scomparsa, avvenuta nel 2009, la stima e l’affetto nei suoi confronti non si sono mai spenti. Al contrario si sono rafforzati nel tempo, nei ricordi, nei racconti, nei segni di riconoscenza che continuano a vivere nella memoria collettiva.”

“Un particolare pensiero va ai figli Claudio e Battista (rappresentato dal nipote per motivi di salute) perché mantenere viva  una memoria così rilevante significa continuare a donarla all’intera comunità.”

Così Claudio D’Ancona

Con malcelata commozione, il figlio Claudio ha preso la parola, dopo aver ricordato i vari comandanti che si sono succeduti, fino ad arrivare all’attuale Rosario Di Bartolo, con cui ha condiviso l’infanzia e l’impegno verso la propria professione: “Mi rimangono delle  cose importanti di mio padre che sono state fondamentali nella mia vita: l’onestà verso gli altri, il rispetto  verso la propria divisa e ricordo che non ho visto mai mio padre in borghese perché la divisa per lui era una seconda pelle.
“Mio padre è sempre presente.”

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