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Cultura

La Sicilia al sapor di carrube: fra storia e racconto

Redazione

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All’ombra del carrubo Insofferente del frastuono,
stanco d’ascoltare parole e frasi fatte di dubbia ed ostentata saggezza,
cerco adesso il silenzio, la solitudine,
la compagnia dei miei pensieri e dei ricordi.
Trovo ristoro all’ombra di un carrubo maestoso ed antico,
ma isolato,
come oasi in un deserto rovente,
dove riposare lo sguardo accecato dal sole.
E là, seduto su scomoda pietra, ripercorrere il passato,
confrontarlo col presente, interrogarsi sul futuro,
pur sapendo di non trovare risposte.
Non resta che abbracciare l’immenso tronco nodoso,
per assorbirne il vigore e rispondere con un sorriso
al sussurro pacato delle sue tremolanti foglie.

L’incontro con il Carrubbo più vecchio d’Europa “Il maestoso albero di carrubo ha a lungo influenzato le credenze e le superstizioni della gente dell’isola, dall’apprendimento del nome di un futuro amore alle fate che si muovono sotto le sue foglie lussureggianti.”

Ci siamo appena riempiti la pancia di ricotta di mucca fresca in una masseria locale e stiamo tornando verso la mia città natale, Ragusa Ibla, nella Sicilia sud-orientale, quando mio cugino Costantino lascia la strada e parcheggia in un casale recintato annunciando: “Ti faccio vedere il carrubo più antico d’Europa”. “Qui? Il carrubo più antico d’Europa e non c’è nemmeno un cartello? Vive la sua vita plurimillenaria nella proprietà di qualcuno, senza biglietto d’ingresso, senza guardia, senza turisti?”. Non c’è un sentiero, non c’è una traccia per raggiungere questo albero. So solo che siamo vicini a Santa Croce Camerina. Costantino apre il cancello e si accorge della mia espressione: “Non ti preoccupare”, dice, “Conosco il tipo”. Proprio come il produttore di ricotta di quella mattina, sto imparando che mio cugino conosce un sacco di gente. Attraversiamo un campo dorato di erba bruciata dal sole in quella che è già un’afosa giornata di settembre. Sono appena le otto del mattino e i miei vestiti sono impregnati di sudore.

La mia attenzione si sposta quando vedo un albero incredibilmente verde, che brilla come l’El Dorado in mezzo ad altri alberi secolari della tenuta; il suo tronco nodoso comunica la sua antichità biblica. Da lontano, sembra quello che da bambino annoiato, durante i lunghi viaggi in auto, avrei chiamato “albero dei broccoli”: grappoli di riccioli stretti pendono così bassi dal suolo che si vede a malapena il tronco finché non si arriva sotto la sua chioma. A un esame più attento, i riccioli sono centinaia di rami sottili guarniti di foglie allungate, grandi come petali di rosa. È piuttosto grande, con una circonferenza del tronco di diciotto metri e un’altezza totale di oltre

dieci. Non c’è da stupirsi che i carrubi siano un elemento fondamentale dell’agricoltura, in quanto forniscono l’ombra necessaria al bestiame sotto il sole punitivo della Sicilia. Vorrei tanto oziare sotto la chioma dell’albero mentre succhio i baccelli dolci come miele e caramello, ma non appariranno fino alla fine dell’anno.

CARATI, FATE E AMANTI: LA STORIA DEL CARRUBO IN SICILIA

Sebbene cresca spontaneamente in tutto il mondo, il carrubo è originario della regione mediterranea e di alcune zone del Sud America. Come l’ulivo e i fichi d’India, il carrubo è una presenza onnipresente nell’isola di Sicilia. Il carrubo è infatti una leguminosa, l’unica che cresce sugli alberi, e viene coltivata in quest’area da quasi quattromila anni. Sebbene siano stati i Greci a portare l’albero in Sicilia nell’8 a.C., fu secoli dopo, durante la conquista araba del 9 d.C., che il carrubo venne riconosciuto come una coltura pregiata; la sua polpa ricca di proteine e la sua dolcezza deliziarono i conquistatori. Gli arabi, che avevano già una cultura ricca di metodi agricoli, piantarono carrubeti in tutta l’isola e, nel giro di pochi secoli, il carrubo divenne oggetto di una preziosa esportazione. Oggi, oltre il 70% della produzione italiana di carrubo si trova nella provincia di Ragusa, nella Sicilia sud-orientale. Il suo frutto era (ed è) apprezzata per i suoi molteplici usi. Nel Medioevo, i semi di carrubo, grazie al loro peso presumibilmente uniforme, venivano utilizzati dai commercianti arabi per pesare beni di uso quotidiano come il grano, ma anche oro, argento e diamanti. La parola che oggi conosciamo come “carato” ha origine dal greco “seme di carruba”.

L’industrializzazione e le bilance hanno messo fine al valore del seme di carruba come unità di peso, ma la parola è ancora usata nell’industria.

In casa, la carruba non aveva nulla a che fare con le gemme, ma era altrettanto preziosa per la vita quotidiana. Ancora oggi, gli erboristi sostengono che le tinture di carruba possono guarire i polmoni da malattie respiratorie come il comune raffreddore e sono anche una cura per far passare l’acido lattico (portare a ebollizione la polvere di carruba e l’acqua, aggiungere un filo di miele e bere). Il carrubo ha anche un ruolo nel folklore e nella superstizione siciliana: si sa che le fate danzano sotto i carrubi e si credeva che se una giovane donna metteva un rametto di foglie di carrubo sotto il cuscino, avrebbe sognato il suo futuro marito. Per le donne da fuora (altrimenti dette “streghe”), il carrubo era anche un ingrediente comune per incantesimi e rituali; tuttavia, di queste pratiche sopravvive ben poca storia scritta.

CARRUBA: IL CIOCCOLATO DEI POVERI

Ancora oggi sono innumerevoli gli usi che i siciliani fanno di questo legume. La carruba ha un sapore dolce, di caramello e miele, come il cioccolato ma senza l’amarezza e la caffeina. A differenza del cacao, può essere consumata non lavorata direttamente dall’albero. Per questo motivo, la polvere di carruba è un ingrediente popolare in molti dolci siciliani, tra cui il gelato, la cassata e talvolta il guscio dei cannoli (per conferirgli un colore più scuro). In luoghi come la Sicilia, colpiti da carestie, terremoti e guerre, la carruba è stata definita “il cioccolato dei poveri”, anche se, a differenza del cioccolato, i semi e i baccelli della carruba forniscono sia zuccheri naturali che alti livelli di proteine. Grazie a questi minerali e a queste proteine, le bucce vengono ancora utilizzate per l’alimentazione del bestiame.

Oggi il cioccolato è un elemento fondamentale della dispensa, ma non è sempre stato così. Mia madre, nata durante i bombardamenti alleati in Sicilia nel 1943, desiderava il cioccolato da bambina, ma era un lusso che sua madre, rimasta vedova, poteva permettersi. C’erano alcuni gentili soldati alleati che condividevano volentieri la loro scorta con i bambini del posto, ma non c’erano acquisti d’impulso al supermercato (quale supermercato?).

La mamma ricorda con nostalgia quei pochi quadratini, li assaporava avvolti nella carta cerata. Più spesso, però, masticava un baccello di carruba marrone essiccato, seduta sotto un albero sempreverde mentre sua madre lavorava nel frutteto.

La carruba viene raccolta tra la fine di agosto e l’inizio di settembre e i frutti maturano per sessanta giorni. Durante la raccolta, l’albero porta già i fiori per i frutti dell’anno successivo. Per la raccolta, i lavoratori bussano ai grappoli di carrube con bastoni di legno, raccogliendo i frutti su reti stese sotto gli alberi. Tuttavia, la necessità degli agricoltori di incrementare il proprio reddito a breve termine ha portato all’abbandono e alla distruzione dei carrubeti per far posto ai campi di grano.

Con il prezzo del carrubo più che quadruplicato negli ultimi due anni, molti stanno ripiantando gli alberi, riconoscendo purtroppo che potrebbe non esserci un’altra generazione disposta ad aspettare trent’anni prima di produrre i preziosi baccelli. Si tratta di un lavoro pesante, fisico, e molti giovani siciliani scelgono invece l’istruzione superiore e il lavoro sulla terraferma. La reputazione della carruba come scarso sostituto del cioccolato è cambiata poco: negli ultimi decenni, è stata molto malvista e per questo do la colpa alla mania salutista degli anni ’70 e ’80. Che ricopra una torta di riso, che sia incorporata in barrette di muesli “senza zucchero” o che sia usata come alternativa alle gocce di cioccolato nel gelato, per decenni ci siamo convinti che la carruba sia salutare. Da studente negli anni ’80, mangiavo qualsiasi cosa ricoperta di carruba nella speranza che avesse meno calorie di quella vera. Ma paragonandola continuamente al cioccolato, non rendiamo giustizia al legume.

RENDERE GIUSTIZIA ALLA CARRUBA: RICETTE E PREPARAZIONI SICILIANE

Il sapore migliore della carruba si ottiene tostando i baccelli interi. Tipicamente lunghi circa 10-30 centimetri, i baccelli di carruba vantano una buccia al tempo stesso coriacea e lucida, come una salsiccia sottile, lunga e raggrinzita. Nonostante l’aspetto secco, i baccelli prendono vita dopo un’ora in forno.

Sono eccezionali se irrorati di miele. In alternativa, è possibile rimuovere i semi dopo la tostatura e macinarli in un macinino da caffè per utilizzarli e insaporire tante preparazioni siciliane, dai budini ai biscotti ai dolci, per esaltarne il sapore. A differenza della crème anglaise francese (che ottiene il suo gusto lussuoso da un’abbondante dose di panna), il gelato siciliano utilizza latte e amido per creare la sua rinomata consistenza. Mentre la maggior parte delle gelaterie utilizza l’economico amido di frumento, i maestri culinari come Corrado Assenza del suo rinomato “Caffè Sicilia” di Noto utilizzano invece la farina di carrube come addensante ed emulsionante. Lo sciroppo di carruba (ottenuto riducendo la polpa con acqua) viene utilizzato anche come dolcificante liquido e può essere un’alternativa allo sciroppo d’acero, all’agave o al miele.

Il cioccolato modicano lavorato a freddo viene spesso arricchito con la carruba per ottenere un sapore più complesso e la più antica cioccolateria siciliana, “l’Antica Dolceria Bonajuto” di Modica, produce una superlativa e untuosa cioccolata calda addensata con la polvere di carruba. Sebbene la carruba sia utilizzata soprattutto nei dolci, non dovrebbe sorprendere sapere che, in un paese con più di quattrocento formati di pasta, la carruba abbia un posto anche a tavola. Sebbene sia sempre meno utilizzata, i siciliani usano una combinazione di farina di carruba e semola per preparare i cavatelli (conosciuti localmente come cavateddi o lolli), una pasta gustosa, di colore marrone e priva di glutine, che si sposa magnificamente con un ricco ragù.

Se tutto questo non bastasse, durante la raccolta del carrubo in autunno, se le condizioni sono giuste, il carrubo produce un altro prodotto spettacolare: il fungo del carrubo (funcia ri carrua in dialetto siciliano).

Questi funghi, che crescono a grappolo lungo la base del tronco, hanno un aspetto caratteristico, a forma di ventaglio. La loro consistenza è soda e carnosa, spesso paragonata a quella della carne o del pesce. Questo fungo raro ha un prezzo che può raggiungere i cinquanta euro al chilo, se lo si riesce a trovare. Durante il viaggio di ritorno a casa dopo la visita a quell’enorme carrubo, mi stupisco di quanto sia antica la mia isola. Un breve tragitto in auto sulle strade locali vi porterà a costeggiare case in pietra e castelli del XVIII secolo, alcuni ristrutturati e trasformati in aziende vinicole, altri fatiscenti e desiderosi di attenzione. Si trovano templi greci ad Agrigento e grotte trogloditiche a Mangiapane, abitate fino agli anni ‘50, circondate da fichi d’India, finocchi selvatici e cespugli di capperi drappeggiati su antiche recinzioni in pietra. Non so se il carrubo che abbiamo visitato quel giorno d’estate sia effettivamente il più antico d’Europa. Data la lunga storia della Sicilia, il suo clima estremo, la sua cultura, il suo cibo, la sua mitologia e la sua lingua, non ne sarei sorpreso.

Il maestoso albero di carrubo ha a lungo influenzato le credenze e le superstizioni della gente dell’isola, dall’apprendimento del nome di un futuro amore alle fate che si muovono sotto le sue foglie lussureggianti, ed è giunto il momento che i non siciliani mostrino alla moltitudine di carrubi l’apprezzamento che merita. Il Racconto di zio Zinu u milanisi (Enzo il milanese) di suo padre e di quel albero tanto amato “Il Carrubbo” Costantino arrancò sul breve pendio. Si sentiva sotto una cappa di calore che aveva dell’incredibile.

La stradina sterrata attraversava una spianata spoglia di alberi, solo viti. Un caldo così afoso da quelle parti non si era mai sentito. Il sole implacabile donava alla campagna iblea quella cortina tremolante che faceva sembrare il mondo immerso in un acquario. All’ennesimo attacco del monotono frinire delle cicale, Costantino scattò come una molla e urlò: “Fermate il mondo, voglio scendere!” Ma non appena pronunciò quelle esatte parole, capì che c’entrava quel vecchio carosello del Cynar dallo slogan “Contro il logorio della vita moderna”: quando il protagonista Calindri costretto a vivere nella grande città, capiva che il vero senso della vita moderna era il ritorno alla vita semplice della sua terra… Il Costantino, esamine dal vero logorio della vita moderna in città, aveva trasferito famiglia e interessi in campagna: egli, assecondando i suoi veri bisogni, si era dato alla nobile professione del contadino.

Possiamo certamente dire che lo faceva con molto impegno. Anni e acciacchi avevano avuto la meglio: i suoi ultimi anni di vita non li avrebbe di certo sprecati in città! Costantino cercò di dimenticare con un certo dispiacere una vita trascorsa da libertino. A lui erano sempre piaciute le belle donne: egli amava l’atto del corteggiamento, ma soprattutto l’atto della consumazione, e a sua vita ed il suo lavoro erano state fonti di numerose occasioni per entrambe. Con quel mondo oggi aveva chiuso, o forse lo credeva. La stanchezza sulle spalle la sentiva tutta. Mancava poco alla curva e alla tanto agognata sosta: egli si sarebbe fermato sotto un grande carrubo, ove qualcuno saggiamente aveva posto tempo prima una provvidenziale panchina.

Qui, Costantino leggeva – in santa pace – il giornale appena comprato, spegneva anche il cellulare, e, nelle giornate più afose, ne approfittava per levarsi la camicia, appenderla ad un ramo, e per lasciare che quei piccoli refoli gli accarezzassero la sua schiena, allietandolo.

Una volta giunto alla meta, scostò le cortine dei rami (che toccavano quasi terra) ed ebbe un moto di sorpresa. La panchina tanto desiderata aveva già un intruso, o meglio, un’intrusa. La ragazza, sorpresa anch’ella, si girò. Costantino non la riconobbe subito, ma quando i suoi occhi incrociarono i di lei dolcissimi e profondi occhi neri, le sussurrò: – Marianna, sei tu? La donna gli sorrise e gli tese le braccia come si fa con un bambino.

E lui?

Lui la prese e la strinse al suo petto, la sentì più piccola e fragile di come la ricordava: ella era stato il suo ultimo angelo biondo. Forse la sua ultima conquista. Costantino con il suo dolce peso si sedette sulla panchina e, guardandola, cercò di sciogliere l’ampio foulard di seta blu che le copriva la testa e le scendeva sulle spalle. Lui non capiva. Una volta toltole lo scialle, Costantino capì che Marianna era molto malata: un maledetto male l’aveva colpita ed un senso di repulsione lo invase. Costantino odiava le malattie in generale ed affrontava anche i suoi problemi con molte difficoltà. Ma adesso davanti a quella donna, sebbene malata, ebbe uno slancio inconsueto: la strinse fra le braccia e la baciò avidamente. Quel bacio era a lui familiare: il profumo di Marianna e le sue labbra piene, risvegliarono un ricordo che sembrava dimenticato.

Salvatore Battaglia

Presidente Accademia delle Prefi

Ambiente

Pantelleria, ultima uscita di “Escurioni di Primavera” 2026: tappa dell’archeologia bellica Gelkamar

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Domenica 19 aprile, ultima delle Escursioni di Primavera 2026

Domenica 19 aprile, dalle ore 9,00, si terrà l’ultima delle “Escursioni di Primavera” 2026.
La rassegna è organizzata dall‘Associazone Barbacane, dal Centro Culturale Vito Giamporcaro, dall’Ass. Aereonautica Militare e dall‘Ente Parco di Pantelleria.

Quest’anno si è voluto dare un taglio differente alle uscite escursionistiche, creando un connubio tra natura e storia, tra mare, fiori di cappero e garche di zibibbo e garritte, foresterie e batterie.
Insomma una fusione tra il meraviglioso ambiente naturale che la Figlia del Vento offre e l’archeologia bellica della Seconda Guerra Mondiale, altro patrimonio isolano, da poco riscoperto e rivalutato con grandi sforzi ed impegno.

Abbiamo intervistato il presidente dell’Associazione Barbacane, Carine Acierno, che ci accompagnerà per mano anche in questa ultima stroaridnaria avventura tutta pantesca.

Presidente, vuole raccontarci come casce l’associazione Barbacane?E’ stata istituita circa 18/20 anni fa per rivalutare e rievocare le vecchie tradizioni popolari, cosa su cui lavoriamo sempre.  Le feste popolari di contrada le stiamo rimettendo in piedi, piano piano, con sacrificio, per non far perdere le tradizioni.
Ma facciamo anche promozione, per esempio con l’organizzazione del Capperofest, per mantenere sempre in evidenza i prodotti cardini dell’Isola, cappero e uva e loro derivati.”

Quindi la Barbacane nasce per la valorizzazione del territorio attraverso le sue colture? “Esatto, ma poi, io personalmente, insieme ai soci della Barbacane, siamo appassionati di strutture militari. Così, nel tempo, nella vita che faccio a Pantelleria da circa 30 anni, ho visto che le strutture militari sono state sempre un po’ schermate, mentre noi gli vogliamo dare un senso e rendere fruibili e lasciare una testimonianza ai posteri di quello che è accaduto nella storia di Pantelleria.
“Come per l’archeologia, oggi lo possiamo fare con i mezzi che ci sono oggi per l’archeologia militare, dove uomini e mezzi si sono spesi per poter creare questo fronte di difesa. Poi purtroppo è stato tutto abbandonato negli anni e mai rivalutato da una parte di nessuna amministrazione. 
“Negli ultimi dieci anni, all’incirca, noi abbiamo interlocuito con il Comune, con il Parco, al fine di poter creare veramente un percorso, ma non un percorso inteso come luogo di visita, bensì uno strutturato anche storicamente, e quindi dare a quel luogo un’identità, una veste.
“L’idea è quella di dare poi supporto alle varie guide escursionistiche che ci sono a Pantelleria, creando successivamente un terzo polo di escursioni belliche, che richiama curiosi, studiosi, perché ci sono a Pantelleria strutture, cioè la complessità di struttura. (4:41) Sia epogee che esterne, che non trovi in altri luoghi della Sicilia.”
 “Alcune strutture sono state vendute purtroppo e sono in proprietà privata, quelle che sono fruibili sono sulle aree demaniali e quindi stiamo cercando di ottimizzare con il comune, con l’ente parco queste aree affinché diventino luoghi di cultura, incontri di discussioni.”

Domenica prossima cosa farete per le Escursioni di Primavera?Andiamo a fare una passeggiata in un luogo, che non è stato mai battuto.  Si tratta di un luogo adiacente a una base militare. Qui visiteremo tre postazioni, perché quello era un complesso di sei postazioni antiaeree, sei postazioni un po’ particolari. Lì c’era la postazione con dei ruderi costruiti che erano adiacenti affinché il personale libero rimanesse nascosto da queste costruzioni pantesche, con coperture a dammuso. Ogni postazione ha la sua piccola cittadella dove orbitavano questi militari.
“Ne visiteremo tre similari, poi visiteremo la caserma, la parte finale, dove c’era la casermetta che era attiva a queste postazioni: lì c’era un radiofaro e  un nido di mitragliatrice: l’idea strategica all’epoca era di difendersi dagli aerei,  e siccome lì siamo sulle pendici del vulcano, si difendeva anche dalla parte posteriore dove potevano magari sbarcare i nemici e attraversare tutta la valallata tra Bonsulton e Grazia e arrivare sopra per poi rendere inertizzate le postazioni.
“E’ uno dei pochi luoghi che non è stato civilizzato dal pantesco o dal turista che abbia costruito perché è una zona… adesso il parco la tutela sicuramente, è proprietà privata, attenzione,  ma non posso costruire, al limite possono restaurare quello che c’è.
“Si vede lì sopra che c’era una vecchia mulattiera, c’era un pezzo di trincea perché lì camminavano sulla parte di collegamento tra le varie postazioni o in trincea o dietro le postazioni c’era il percorso e si arrivavano anche quei mezzi sulla parte finale.” 
“Lì c’era il comando della nona legione Wilmarth, in quel luogo.”

L’appuntamento

E allora, domenica 19 aprile, ore 9.00, appuntamento sotto il Centro Giamporcaro, in Via Manzoni 72,  per avviarci ad una nuova straordinaria avventura nel cuore di Pantelleria.
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Cultura

Il Castello di Pantelleria oggetto di interrogazione al Parlmento con l’On. Dalla Chiesa – L’intervento integrale

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“Il Castello sta rischiando di crollare”

In queste ore in Parlamento si è parlato dell’annoso e irrisolto problema del Castello di Pantelleria.
La sensibilità della deputata Rita Dalla Chiesa portato la questione su come trovare una soluzione rapida e certa per il restauro, viste le condizioni precarie in cui versa il maniero medievale. Una richiesta accorata ed esposta con elegante insistenza, affinchè le alte sfere governative, nei limiti delle competenze, diano un aiuto concreto alla popolazione di Pantelleria, alla sua cultura e alla sua dignità.

Così l’On. Dalla Chiesa si rivolge al Ministro alla Cultura, Alessandro Giuli:
“Grazie presidente, buonasera ministro, con questa interrogazione intendiamo richiamare  l’attenzione del ministro su una vicenda emblematica che riguarda un bene del nostro  patrimonio culturale, il Castello di Pantelleria. 
“Il castello di Pantelleria, bene temaniale di  straordinario valore storico identitario, oggi versa in condizioni di grave degrado (0:35) strutturale, al punto di essere stato chiuso per ragioni di sicurezza, per il rischio concreto  di crolli, come evidenziato, da più sopralluoghi tecnici.
“A fronte di questa situazione si  è determinato uno stallo fra le amministrazioni coinvolte, quindi agenzia del demanio, sopritendenze comune, con un rimpallo di responsabilità in merito alla natura degli interventi necessari.
“Nel frattempo la comunità locale e i turisti vengono privati di un presidio culturale fondamentale  e il bene continua a deteriorarsi, con rischio reale di un crollo totale. 
“Riteniamo che la  tutela del patrimonio culturale nazionale debba essere costantemente attenzionata da  parte delle istituzioni e che sia necessario trovare al più presto una soluzione per superare le incertezze amministrative e restituire il castello di Pantelleria alla sua comunità. 
“Per questo chiediamo al Ministro quali iniziative intenda assumere per favorire una soluzione ( concreta e tempestiva pur consapevoli dei limiti della competenza statale. “

La risposta del Ministro della Cultura Alessandro Giuli

La Sicilia, lo ha appena detto lei, come è noto è regione a statuto speciale e proprio in forza del suo statuto ha legislazione esclusiva tra le altre  in materia di tutela del paesaggio e conservazione delle antichità delle opere artistiche e dei beni culturali nei limiti tracciati dalla Costituzione.
“Il DPR 637 del 1975 recante, cito, norme di attuazione dello Stato della Regione Siciliana in materia di tutela del paesaggio di antichità e belle arti,  fine citazione, dispone all’articolo 1 che l’amministrazione regionale esercita nell’ambito  del proprio territorio tutte le attribuzioni spettanti alle amministrazioni centrali e periferiche dello Stato in materia d’antichità, opere artistiche e musei nonché di tutela del paesaggio e quindi le nostre prerogative nel 75 s’affumarono.
“Lo stesso codice dei beni culturali  e del paesaggio stabilisce che restano ferme le potestà attribuite alle regioni a statuto speciale e alle province autonome di Trento e Bolzano dai rispettivi statuti e dalle relative norme di attuazione. 
“I citati richiami normativi sollevano quindi da ogni dubbio sull’attribuzione  della competenza esclusiva all’amministrazione regionale in merito alle questioni attinenti alla tutela del paesaggio e dei beni di interesse archeologico in Sicilia, affermandone ulteriormente  l’autonomia operativa e gestionale.
“Tanto premesso, il Castello di Pantelleria rappresenta  a nostro giudizio e a giudizio universale una delle opere architettoniche più antiche  presenti sull’isola e al tempo stesso un luogo storico altamente simbolico di cui vorremmo  occuparci con maggior determinazione. Sulla base delle informazioni acquisite presso la competente soprintendenza per i beni culturali e ambientali di Trapani, afferente all’assessorato dei beni culturali e dell’identità siciliana della regione, risultano attualmente in corso interventi di messa in sicurezza del suddetto immobile nell’ottica di restituire il bene  alla pubblica fruizione e valorizzarne i valori storico-culturali espressi. 
“In altre parole,  nei limiti del nostro perimetro stiamo vigilando. Il Ministero ha unicamente compiti in materia di  siti ed elementi del patrimonio unesco e in quest’ambito l’isola di Pantelleria è ricompresa  nelle liste del patrimonio culturale immateriale in quanto area geografica interessata dalla  iscrizione dell’elemento pratica agricola tradizionale della coltivazione della vita  ad alberello nella comunità di Pantelleria avvenuta nel 2014.
“Ribadisco, il Ministero della Cultura continuerà a svolgere le proprie funzioni di monitoraggio e vigilanza sui  siti e gli elementi del patrimonio unesco nel rispetto del riparto delle competenze costituzionalmente riconosciute all’autonomia regionale, ma la nostra attenzione non verrà mai meno. “

La replica dell’ On.le Dalla Chiesa

” Signor Ministro, noi prendiamo atto perché per la storia dei limiti di competenza dei diritti del Ministero c’è una gestione del bene trattandosi anche di terreno demaniale, di immobile demaniale, tuttavia proprio perché siamo di fronte a un bene culturale di estrema  rilevanza, ci auguriamo che si possa trovare magari un terreno di intervento tale da favorire una risoluzione positiva del problema, ma in tempi stretti.
“Mentre le amministrazioni  si confrontano su chi debba intervenire e con quali risorse, il Castello di Pantelleria continua, come dicevamo prima, a deteriorarsi, rischia di crollare con un danno che non è  soltanto locale, ma riguarda proprio l’intero patrimonio culturale italiano.
“Chiediamo aiuto affinché il Ministero assuma in qualche modo un ruolo attivo, lei l’ha detto, non sul piano operativo diretto, quantomeno su quello dell’indirizzo e della mediazione  istituzionale. Un ruolo, pensiamo, che possa mettere attorno a un tavolo i soggetti coinvolti,  agenzie del demanio, regione, sopritendenze e comune, per superare il rimpallo di responsabilità  e arrivare rapidamente a una soluzione condivisa, individuando con chiarezza competenza e risorse e i tempi di intervento.
“Ci vuole un intervento che sia veloce e concreto. Io non posso che ringraziarla, la ringrazia anche la comunità di Pantelleria di prendere parte al loro problema  che si stanno trascinando da tanti anni e di un Castello, un bene preziosissimo, che  sta rischiando di crollare. Grazie Ministro.”

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Ambiente

Le Giornate del Mare: i giovani di Pantelleria in compagnia della Marina Militare e della Guardia Costiera

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Giornate del Mare e del Made in Italy 2026 – F O T O

Si sono positivamente concluse, nella tarda mattinata del 13 aprile, le iniziative messe in atto dal personale dell’Ufficio Circondariale Marittimo di Pantelleria e delle componenti della Marina Militare di stanza sull’isola per celebrare le Giornata del Mare e del Made in Italy del 2026.

Gli eventi hanno visto il coinvolgimento degli studenti delle scuole di ogni ordine e grado dell’isola, e hanno incarnato appieno lo spirito che anima l’iniziativa a livello nazionale ossia la condivisione della cultura marinaresca, il rispetto del territorio e del patrimonio storico culturale, la tutela dell’ambiente marino-costiero e la promozione dello sport velico.


Le numerose attività organizzate si sono concentrate nelle giornate del 10 e del 13 aprile, e hanno consentito ai giovani panteschi di prendere confidenza con i compiti istituzionali della Marina Militare e del Corpo delle Capitanerie di porto – Guardia Costiera oltre che di visitare alcuni dei luoghi e dei mezzi più rappresentativi delle attività marittime.


In particolare, nel corso delle due giornate è stata data la possibilità ai giovani e giovanissimi studenti di visitare la sede dell’Ufficio Circondariale Marittimo e la sua Sala Operativa, assistere alla proiezione di alcuni video dimostrativi sui compiti della Marina e della Guardia Costiera con rappresentanti dei vari reparti della Forza Armata (dallo Stato Maggiore alla Brigata Marina San Marco, ai Reparti di volo alla Guardia Costiera), recarsi su una nave traghetto di linea (la M/N Paolo Veronese), salire a bordo di una motovedetta di soccorso (la CP 312) e osservare da vicino le fasi di un soccorso in mare (un’evacuazione medica dal traghetto e un recupero di naufrago in mare).

Inoltre è stato organizzato, in collaborazione con l’Associazione Barbacane, un tour guidato all’interno di un bunker della Seconda Guerra Mondiale sito presso Scauri, mentre gli istruttori del Circolo Velico di Pantelleria hanno concesso un momento di promozione dello sport velico con dimostrazioni pratiche in mare ed esposizione di unità navali didattiche – classi optimist e laser – a favore dei giovanissimi alunni delle scuole primaria e dell’infanzia.

Nella giornata del 13 aprile gli studenti hanno partecipato ad un’operazione di pulizia del litorale in località Arenella – Punta Sideri, dove, in compagnia degli esperti dell’Ente Parco Nazionale Isola di Pantelleria, oltre ad acquisire la consapevolezza della fragilità dell’ambiente marino e costiero a causa dell’inquinemento di origine antropica, i ragazzi e le ragazze hanno avuto l’opportunità di assistere a una lezione interattiva sulle peculiarità botaniche dell’isola, sull’ecosistema marino e sui caratteri naturalistici unici del territorio pantesco.

Contestualmente, nello specchio acqueo antistante punta Sideri, si è svolta un’esercitazione congiunta tra la motovedetta di soccorso CP 312 e l’elicottero della Marina Militare SH-90, che ha previsto il lancio e il successivo recupero dal mare di un aerosoccorritore della Marina proprio davanti agli occhi attenti dei partecipanti.


Infine, l’iniziativa è stata impreziosita dalle splendide immagini del fotografo subacqueo Paolo Minzi, i cui pregevoli scatti, rappresentativi delle bellezze sommerse dell’isola di Pantelleria hanno accompagnato gli studenti in un’esperienza immersiva nel corso della visita ai locali dell’Ufficio Circondariale Marittimo.

Gli eventi sono stati resi possibili grazie al contributo significativo del Comune di Pantelleria, dell’Istituto Omnicomprensivo Almanza – D’Ajetti, dell’Istituto Palazzolo – Scuola dell’infanzia “Giovanni XXIII”, della Pro Loco di Pantelleria, della compagnia di navigazione “Caronte & Tourist” oltre che dei già citati Ente Parco Nazionale, Associazione Barbacane e Circolo Velico di Pantelleria.

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