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Cultura

La Sicilia al sapor di carrube: fra storia e racconto

Redazione

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All’ombra del carrubo Insofferente del frastuono,
stanco d’ascoltare parole e frasi fatte di dubbia ed ostentata saggezza,
cerco adesso il silenzio, la solitudine,
la compagnia dei miei pensieri e dei ricordi.
Trovo ristoro all’ombra di un carrubo maestoso ed antico,
ma isolato,
come oasi in un deserto rovente,
dove riposare lo sguardo accecato dal sole.
E là, seduto su scomoda pietra, ripercorrere il passato,
confrontarlo col presente, interrogarsi sul futuro,
pur sapendo di non trovare risposte.
Non resta che abbracciare l’immenso tronco nodoso,
per assorbirne il vigore e rispondere con un sorriso
al sussurro pacato delle sue tremolanti foglie.

L’incontro con il Carrubbo più vecchio d’Europa “Il maestoso albero di carrubo ha a lungo influenzato le credenze e le superstizioni della gente dell’isola, dall’apprendimento del nome di un futuro amore alle fate che si muovono sotto le sue foglie lussureggianti.”

Ci siamo appena riempiti la pancia di ricotta di mucca fresca in una masseria locale e stiamo tornando verso la mia città natale, Ragusa Ibla, nella Sicilia sud-orientale, quando mio cugino Costantino lascia la strada e parcheggia in un casale recintato annunciando: “Ti faccio vedere il carrubo più antico d’Europa”. “Qui? Il carrubo più antico d’Europa e non c’è nemmeno un cartello? Vive la sua vita plurimillenaria nella proprietà di qualcuno, senza biglietto d’ingresso, senza guardia, senza turisti?”. Non c’è un sentiero, non c’è una traccia per raggiungere questo albero. So solo che siamo vicini a Santa Croce Camerina. Costantino apre il cancello e si accorge della mia espressione: “Non ti preoccupare”, dice, “Conosco il tipo”. Proprio come il produttore di ricotta di quella mattina, sto imparando che mio cugino conosce un sacco di gente. Attraversiamo un campo dorato di erba bruciata dal sole in quella che è già un’afosa giornata di settembre. Sono appena le otto del mattino e i miei vestiti sono impregnati di sudore.

La mia attenzione si sposta quando vedo un albero incredibilmente verde, che brilla come l’El Dorado in mezzo ad altri alberi secolari della tenuta; il suo tronco nodoso comunica la sua antichità biblica. Da lontano, sembra quello che da bambino annoiato, durante i lunghi viaggi in auto, avrei chiamato “albero dei broccoli”: grappoli di riccioli stretti pendono così bassi dal suolo che si vede a malapena il tronco finché non si arriva sotto la sua chioma. A un esame più attento, i riccioli sono centinaia di rami sottili guarniti di foglie allungate, grandi come petali di rosa. È piuttosto grande, con una circonferenza del tronco di diciotto metri e un’altezza totale di oltre

dieci. Non c’è da stupirsi che i carrubi siano un elemento fondamentale dell’agricoltura, in quanto forniscono l’ombra necessaria al bestiame sotto il sole punitivo della Sicilia. Vorrei tanto oziare sotto la chioma dell’albero mentre succhio i baccelli dolci come miele e caramello, ma non appariranno fino alla fine dell’anno.

CARATI, FATE E AMANTI: LA STORIA DEL CARRUBO IN SICILIA

Sebbene cresca spontaneamente in tutto il mondo, il carrubo è originario della regione mediterranea e di alcune zone del Sud America. Come l’ulivo e i fichi d’India, il carrubo è una presenza onnipresente nell’isola di Sicilia. Il carrubo è infatti una leguminosa, l’unica che cresce sugli alberi, e viene coltivata in quest’area da quasi quattromila anni. Sebbene siano stati i Greci a portare l’albero in Sicilia nell’8 a.C., fu secoli dopo, durante la conquista araba del 9 d.C., che il carrubo venne riconosciuto come una coltura pregiata; la sua polpa ricca di proteine e la sua dolcezza deliziarono i conquistatori. Gli arabi, che avevano già una cultura ricca di metodi agricoli, piantarono carrubeti in tutta l’isola e, nel giro di pochi secoli, il carrubo divenne oggetto di una preziosa esportazione. Oggi, oltre il 70% della produzione italiana di carrubo si trova nella provincia di Ragusa, nella Sicilia sud-orientale. Il suo frutto era (ed è) apprezzata per i suoi molteplici usi. Nel Medioevo, i semi di carrubo, grazie al loro peso presumibilmente uniforme, venivano utilizzati dai commercianti arabi per pesare beni di uso quotidiano come il grano, ma anche oro, argento e diamanti. La parola che oggi conosciamo come “carato” ha origine dal greco “seme di carruba”.

L’industrializzazione e le bilance hanno messo fine al valore del seme di carruba come unità di peso, ma la parola è ancora usata nell’industria.

In casa, la carruba non aveva nulla a che fare con le gemme, ma era altrettanto preziosa per la vita quotidiana. Ancora oggi, gli erboristi sostengono che le tinture di carruba possono guarire i polmoni da malattie respiratorie come il comune raffreddore e sono anche una cura per far passare l’acido lattico (portare a ebollizione la polvere di carruba e l’acqua, aggiungere un filo di miele e bere). Il carrubo ha anche un ruolo nel folklore e nella superstizione siciliana: si sa che le fate danzano sotto i carrubi e si credeva che se una giovane donna metteva un rametto di foglie di carrubo sotto il cuscino, avrebbe sognato il suo futuro marito. Per le donne da fuora (altrimenti dette “streghe”), il carrubo era anche un ingrediente comune per incantesimi e rituali; tuttavia, di queste pratiche sopravvive ben poca storia scritta.

CARRUBA: IL CIOCCOLATO DEI POVERI

Ancora oggi sono innumerevoli gli usi che i siciliani fanno di questo legume. La carruba ha un sapore dolce, di caramello e miele, come il cioccolato ma senza l’amarezza e la caffeina. A differenza del cacao, può essere consumata non lavorata direttamente dall’albero. Per questo motivo, la polvere di carruba è un ingrediente popolare in molti dolci siciliani, tra cui il gelato, la cassata e talvolta il guscio dei cannoli (per conferirgli un colore più scuro). In luoghi come la Sicilia, colpiti da carestie, terremoti e guerre, la carruba è stata definita “il cioccolato dei poveri”, anche se, a differenza del cioccolato, i semi e i baccelli della carruba forniscono sia zuccheri naturali che alti livelli di proteine. Grazie a questi minerali e a queste proteine, le bucce vengono ancora utilizzate per l’alimentazione del bestiame.

Oggi il cioccolato è un elemento fondamentale della dispensa, ma non è sempre stato così. Mia madre, nata durante i bombardamenti alleati in Sicilia nel 1943, desiderava il cioccolato da bambina, ma era un lusso che sua madre, rimasta vedova, poteva permettersi. C’erano alcuni gentili soldati alleati che condividevano volentieri la loro scorta con i bambini del posto, ma non c’erano acquisti d’impulso al supermercato (quale supermercato?).

La mamma ricorda con nostalgia quei pochi quadratini, li assaporava avvolti nella carta cerata. Più spesso, però, masticava un baccello di carruba marrone essiccato, seduta sotto un albero sempreverde mentre sua madre lavorava nel frutteto.

La carruba viene raccolta tra la fine di agosto e l’inizio di settembre e i frutti maturano per sessanta giorni. Durante la raccolta, l’albero porta già i fiori per i frutti dell’anno successivo. Per la raccolta, i lavoratori bussano ai grappoli di carrube con bastoni di legno, raccogliendo i frutti su reti stese sotto gli alberi. Tuttavia, la necessità degli agricoltori di incrementare il proprio reddito a breve termine ha portato all’abbandono e alla distruzione dei carrubeti per far posto ai campi di grano.

Con il prezzo del carrubo più che quadruplicato negli ultimi due anni, molti stanno ripiantando gli alberi, riconoscendo purtroppo che potrebbe non esserci un’altra generazione disposta ad aspettare trent’anni prima di produrre i preziosi baccelli. Si tratta di un lavoro pesante, fisico, e molti giovani siciliani scelgono invece l’istruzione superiore e il lavoro sulla terraferma. La reputazione della carruba come scarso sostituto del cioccolato è cambiata poco: negli ultimi decenni, è stata molto malvista e per questo do la colpa alla mania salutista degli anni ’70 e ’80. Che ricopra una torta di riso, che sia incorporata in barrette di muesli “senza zucchero” o che sia usata come alternativa alle gocce di cioccolato nel gelato, per decenni ci siamo convinti che la carruba sia salutare. Da studente negli anni ’80, mangiavo qualsiasi cosa ricoperta di carruba nella speranza che avesse meno calorie di quella vera. Ma paragonandola continuamente al cioccolato, non rendiamo giustizia al legume.

RENDERE GIUSTIZIA ALLA CARRUBA: RICETTE E PREPARAZIONI SICILIANE

Il sapore migliore della carruba si ottiene tostando i baccelli interi. Tipicamente lunghi circa 10-30 centimetri, i baccelli di carruba vantano una buccia al tempo stesso coriacea e lucida, come una salsiccia sottile, lunga e raggrinzita. Nonostante l’aspetto secco, i baccelli prendono vita dopo un’ora in forno.

Sono eccezionali se irrorati di miele. In alternativa, è possibile rimuovere i semi dopo la tostatura e macinarli in un macinino da caffè per utilizzarli e insaporire tante preparazioni siciliane, dai budini ai biscotti ai dolci, per esaltarne il sapore. A differenza della crème anglaise francese (che ottiene il suo gusto lussuoso da un’abbondante dose di panna), il gelato siciliano utilizza latte e amido per creare la sua rinomata consistenza. Mentre la maggior parte delle gelaterie utilizza l’economico amido di frumento, i maestri culinari come Corrado Assenza del suo rinomato “Caffè Sicilia” di Noto utilizzano invece la farina di carrube come addensante ed emulsionante. Lo sciroppo di carruba (ottenuto riducendo la polpa con acqua) viene utilizzato anche come dolcificante liquido e può essere un’alternativa allo sciroppo d’acero, all’agave o al miele.

Il cioccolato modicano lavorato a freddo viene spesso arricchito con la carruba per ottenere un sapore più complesso e la più antica cioccolateria siciliana, “l’Antica Dolceria Bonajuto” di Modica, produce una superlativa e untuosa cioccolata calda addensata con la polvere di carruba. Sebbene la carruba sia utilizzata soprattutto nei dolci, non dovrebbe sorprendere sapere che, in un paese con più di quattrocento formati di pasta, la carruba abbia un posto anche a tavola. Sebbene sia sempre meno utilizzata, i siciliani usano una combinazione di farina di carruba e semola per preparare i cavatelli (conosciuti localmente come cavateddi o lolli), una pasta gustosa, di colore marrone e priva di glutine, che si sposa magnificamente con un ricco ragù.

Se tutto questo non bastasse, durante la raccolta del carrubo in autunno, se le condizioni sono giuste, il carrubo produce un altro prodotto spettacolare: il fungo del carrubo (funcia ri carrua in dialetto siciliano).

Questi funghi, che crescono a grappolo lungo la base del tronco, hanno un aspetto caratteristico, a forma di ventaglio. La loro consistenza è soda e carnosa, spesso paragonata a quella della carne o del pesce. Questo fungo raro ha un prezzo che può raggiungere i cinquanta euro al chilo, se lo si riesce a trovare. Durante il viaggio di ritorno a casa dopo la visita a quell’enorme carrubo, mi stupisco di quanto sia antica la mia isola. Un breve tragitto in auto sulle strade locali vi porterà a costeggiare case in pietra e castelli del XVIII secolo, alcuni ristrutturati e trasformati in aziende vinicole, altri fatiscenti e desiderosi di attenzione. Si trovano templi greci ad Agrigento e grotte trogloditiche a Mangiapane, abitate fino agli anni ‘50, circondate da fichi d’India, finocchi selvatici e cespugli di capperi drappeggiati su antiche recinzioni in pietra. Non so se il carrubo che abbiamo visitato quel giorno d’estate sia effettivamente il più antico d’Europa. Data la lunga storia della Sicilia, il suo clima estremo, la sua cultura, il suo cibo, la sua mitologia e la sua lingua, non ne sarei sorpreso.

Il maestoso albero di carrubo ha a lungo influenzato le credenze e le superstizioni della gente dell’isola, dall’apprendimento del nome di un futuro amore alle fate che si muovono sotto le sue foglie lussureggianti, ed è giunto il momento che i non siciliani mostrino alla moltitudine di carrubi l’apprezzamento che merita. Il Racconto di zio Zinu u milanisi (Enzo il milanese) di suo padre e di quel albero tanto amato “Il Carrubbo” Costantino arrancò sul breve pendio. Si sentiva sotto una cappa di calore che aveva dell’incredibile.

La stradina sterrata attraversava una spianata spoglia di alberi, solo viti. Un caldo così afoso da quelle parti non si era mai sentito. Il sole implacabile donava alla campagna iblea quella cortina tremolante che faceva sembrare il mondo immerso in un acquario. All’ennesimo attacco del monotono frinire delle cicale, Costantino scattò come una molla e urlò: “Fermate il mondo, voglio scendere!” Ma non appena pronunciò quelle esatte parole, capì che c’entrava quel vecchio carosello del Cynar dallo slogan “Contro il logorio della vita moderna”: quando il protagonista Calindri costretto a vivere nella grande città, capiva che il vero senso della vita moderna era il ritorno alla vita semplice della sua terra… Il Costantino, esamine dal vero logorio della vita moderna in città, aveva trasferito famiglia e interessi in campagna: egli, assecondando i suoi veri bisogni, si era dato alla nobile professione del contadino.

Possiamo certamente dire che lo faceva con molto impegno. Anni e acciacchi avevano avuto la meglio: i suoi ultimi anni di vita non li avrebbe di certo sprecati in città! Costantino cercò di dimenticare con un certo dispiacere una vita trascorsa da libertino. A lui erano sempre piaciute le belle donne: egli amava l’atto del corteggiamento, ma soprattutto l’atto della consumazione, e a sua vita ed il suo lavoro erano state fonti di numerose occasioni per entrambe. Con quel mondo oggi aveva chiuso, o forse lo credeva. La stanchezza sulle spalle la sentiva tutta. Mancava poco alla curva e alla tanto agognata sosta: egli si sarebbe fermato sotto un grande carrubo, ove qualcuno saggiamente aveva posto tempo prima una provvidenziale panchina.

Qui, Costantino leggeva – in santa pace – il giornale appena comprato, spegneva anche il cellulare, e, nelle giornate più afose, ne approfittava per levarsi la camicia, appenderla ad un ramo, e per lasciare che quei piccoli refoli gli accarezzassero la sua schiena, allietandolo.

Una volta giunto alla meta, scostò le cortine dei rami (che toccavano quasi terra) ed ebbe un moto di sorpresa. La panchina tanto desiderata aveva già un intruso, o meglio, un’intrusa. La ragazza, sorpresa anch’ella, si girò. Costantino non la riconobbe subito, ma quando i suoi occhi incrociarono i di lei dolcissimi e profondi occhi neri, le sussurrò: – Marianna, sei tu? La donna gli sorrise e gli tese le braccia come si fa con un bambino.

E lui?

Lui la prese e la strinse al suo petto, la sentì più piccola e fragile di come la ricordava: ella era stato il suo ultimo angelo biondo. Forse la sua ultima conquista. Costantino con il suo dolce peso si sedette sulla panchina e, guardandola, cercò di sciogliere l’ampio foulard di seta blu che le copriva la testa e le scendeva sulle spalle. Lui non capiva. Una volta toltole lo scialle, Costantino capì che Marianna era molto malata: un maledetto male l’aveva colpita ed un senso di repulsione lo invase. Costantino odiava le malattie in generale ed affrontava anche i suoi problemi con molte difficoltà. Ma adesso davanti a quella donna, sebbene malata, ebbe uno slancio inconsueto: la strinse fra le braccia e la baciò avidamente. Quel bacio era a lui familiare: il profumo di Marianna e le sue labbra piene, risvegliarono un ricordo che sembrava dimenticato.

Salvatore Battaglia

Presidente Accademia delle Prefi

Ambiente

Pantelleria, le guide del Parco impegnate nell’affascinante corso di formazione in Astrobiologia

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Ecco cosa sta accadendo al Lago di Venere

Al via il Corso di Formazione in Astrobiologia per le Guide del Parco

Nazionale di Pantelleria

Con al centro il Bagno dell’Acqua, laboratorio naturale per lo studio di ambienti estremi e delle possibili tracce di vita oltre la Terra

Ha preso avvio sabato 7 marzo 2026 un Corso informativo sull’Astrobiologia rivolto alle Guide ufficiali dell’Ente Parco Nazionale Isola di Pantelleria. L’iniziativa, valutata e approvata dal Commissario Straordinario del Parco Italo Cucci ,nasce alla luce delle recenti scoperte scientifiche riguardanti il Lago Bagno dell’Acqua, un ambiente naturale caratterizzato da peculiari condizioni geologiche e geochimiche che lo rendono un importante “analogo astrobiologico”.

Contesti di questo tipo rappresentano infatti modelli naturali di grande interesse per la comunità scientifica internazionale, utili per comprendere processi, strutture e possibili tracce che potrebbero essere presenti (allo stato fossile o come possibili forme di vita microbica) su altri pianeti e satelliti del Sistema Solare, come Marte o le lune ghiacciate di Giove e Saturno. Il corso è coordinato dalla prof.ssa Barbara Cavalazzi, docente di Paleontologia presso l’Università di Bologna e studiosa impegnata da anni nel campo dell’astrobiologia e dello studio degli ambienti estremi come analoghi di ecosistemi extraterrestri.

L’obiettivo dell’iniziativa è fornire alle guide del Parco strumenti scientifici aggiornati per interpretare e comunicare al pubblico il valore di questo particolare contesto naturale, inserendolo nel più ampio quadro della ricerca astrobiologica internazionale. Alle attività didattiche partecipano docenti e ricercatori provenienti da diverse istituzioni accademiche e di ricerca: Luigi Zucconi e Fabiana Canini dell’Università della Tuscia, Monica Pondrelli dell’Università di Chieti-Pescara, Federico Lucchi dell’Università di Bologna, e Govannella Pecoraino dell’INGV – Sezione di Palermo.

Il progetto si inserisce nelle attività scientifiche del progetto HELENA – Habitat Estremi di Laghi vulcanici per l’Esplorazione Astrobiologica, che vede Pantelleria con il Lago Bagno dell’Acqua un laboratorio naturale per lo studio di ambienti estremi e delle possibili tracce di vita oltre la Terra. Al termine del corso saranno organizzati incontri aperti alla cittadinanza a Pantelleria, dedicati alla divulgazione scientifica e alla valorizzazione di uno degli aspetti più intriganti e appassionanti del patrimonio naturalistico dell’Isola che l’Ente Parco è chiamato a tutelare e promuovere.

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Cultura

Pantelleria nella Giornata dei Beni culturali Siciliani dedicata a Sebastiano Tusa

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Partecipazione del Comune di Pantelleria alla Giornata dei Beni Culturali Siciliani dedicata a Sebastiano Tusa

Oggi, martedì 10 marzo 2026, anche Pantelleria ha partecipato alla Giornata dei Beni Culturali Siciliani, promossa dalla Regione Siciliana e dedicata alla memoria di Sebastiano Tusa, archeologo e già Assessore regionale ai Beni Culturali.

Il Sindaco comunica che, nella Sala del Consiglio Comunale di Pantelleria, si è svolto un momento di ricordo e riflessione dedicato alla figura di Sebastiano Tusa, alla presenza del Vice Sindaco Adele Pineda, che ha ricordato il profondo legame che lo studioso aveva con l’isola. Sebastiano Tusa è stato infatti un grande conoscitore e soprattutto un grande amante di Pantelleria. Alla nostra isola ha dedicato attenzione, studio e passione, contribuendo in modo significativo alla valorizzazione dei beni archeologici e culturali del territorio e alla creazione di percorsi di conoscenza che hanno dato visibilità a Pantelleria nel panorama archeologico e culturale del Mediterraneo.


Nel corso dell’incontro, il Vice Sindaco Adele Pineda ha ricordato che, per testimoniare l’affetto e la riconoscenza della comunità verso Sebastiano Tusa, è stato realizzato il Museo del Mare, spazio culturale sul quale l’Amministrazione Comunale sta lavorando per la sua piena attivazione e fruizione da parte della cittadinanza. In questa occasione è stata inoltre anticipata un’importante iniziativa culturale prevista per la fine dell’estate: tra il 31 agosto e il 2 settembre, Pantelleria ospiterà la quarta edizione della Rassegna del Mare “Sebastiano Tusa”, organizzata in collaborazione con la Fondazione Sebastiano Tusa. Tre giornate dedicate alla cultura del mare che uniranno incontri, attività culturali, sport e momenti di valorizzazione delle tradizioni e della gastronomia del territorio.

La giornata si è conclusa con la proiezione del docufilm “Un’Isola nel Tempo” di Folco Quilici, un filmato particolarmente amato da Sebastiano Tusa e scelto come omaggio finale alla sua memoria. Pantelleria continua a ricordarlo con gratitudine e riconoscenza, consapevole del valore del lavoro che ha svolto per l’isola e per la conoscenza del suo straordinario patrimonio culturale.

Immagini di Anna Rita Gabriele

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Ambiente

Pantelleria, Escursioni di Primavera 2026: buona la prima. Parte bene anche quest’anno il progetto escursionistico

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Prima uscita escursionistica 2026 del Centro Giamporcaro molto partecipata

Anche per l’anno 2026, il Centro Culturale Vito Giamporcaro di Pantelleria ha messo in essere un progetto annoso: Escursioni di Primavera, con particolare riguardo per l’Archeologia Bellica.


Circa una ventina di visitatori, appassionati di passeggiate, si sono radunati per seguire un percorso molto interessante sia dal punto di vista naturalistico, che storico.

Il cicerone della giornata dell’8 marzo scorso era il noto e rassicurante Giovanni Bonomo, sempre generoso nel dare notizie relative a Pantelleria, con le sue caratteristiche paesaggistiche, ambientali e culturali.

“L’uscita di domenica scorsa è andata molto bene e ha richiamato 25 persone. Tra questi esponenti delle tre consuete associazioni: la Barbacane, il Giamporcaro, e l‘Arma Aeronautica Militare di Adriana Licari.
“La partecipazione è stata caratterizzata da un grande entusiasmo, dove il contributo delle guide è stato grandissimo, avendo  dato tutti il meglio di loro.
“E’ stata una bella passeggiata, che ci ha portato a visitare la fortificazione con le due batterie di Punta Spadillo, sia quella che guarda verso Kattibuale, sia quella che guarda più verso Gadir, Cala Tramontana.

Prossimo appuntamento escursionistico?
“Settimana prossima andremo a San Vincenzo, Caldera del Vago di Venere, anche Punta Pozzolana. Invitiamo chiunque voglia avvicinarsi a queste attività a farlo senza esitazione, contattandoci attraverso l’associazione.”

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