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Cultura

Sulle ricerche genealogiche in Pantelleria. (L’albero visibile integralmente nell’articolo)

Orazio Ferrara

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Diversi lettori de Il Giornale di Pantelleria mi hanno mandato in privato delle mail per saperne di più sui Cognomi dell’isola, che vado pubblicando sul detto Giornale e che ha ricevuto l’attenzione del Notiziario Araldico nazionale.

Alcuni mi hanno chiesto notizie sulla propria famiglia e se avevamo un antenato in comune, altri, i più, come fare per iniziare delle ricerche genealogiche su un cognome pantesco. Diciamo subito che Pantelleria è il luogo ideale per tali ricerche, in quanto i nostri previdenti antenati hanno avuto cura di conservare e tramandare ai posteri i registri parrocchiali (nascite, matrimoni e morti), che datano dalla fine del 1500 ad oggi. Ai registri parrocchiali occorre poi aggiungere i registri dell’Anagrafe comunale, che iniziano dal 1820. Se poi teniamo conto che per secoli (almeno fino agli inizi del Novecento) i Panteschi si sono sposati in stragrande maggioranza tra di loro, con irrilevanti apporti esterni all’isola, la ricerca diventa meno problematica.

Le peculiarità di Pantelleria Però ci sono delle peculiarità proprie di Pantelleria, che complicano non poco la ricerca stessa. Innanzitutto l’uso tradizionale, assai accentuato in passato, di imporre costantemente il nome degli avi ai propri discendenti, per cui non è raro che in una generazioni si trovino due, tre, a volte quattro individui che portino lo stesso nome e cognome. Questi casi di omonimie non riguardano soltanto gli uomini, ma anche le donne. Non è eccezionale il caso di coppie che in una generazione portano gli stessi nomi e cognomi di altre coppie. Ciò può portare, se non si è molto precisi e attenti, a risalire per rami genealogici sbagliati, costruendo così l’albero familiare di un’altra persona.

La persistenza di un nome per molte generazioni Della persistenza di uno stesso nome lungo l’arco delle generazioni, cito l’esempio del nome Caterina nella linea Salsedo di mia madre. Caterina, moglie di Giovanni Battista Salsedo, è la prima di tal nome nella seconda metà del ‘500. Poi lungo le generazioni altre Caterine, infine mia madre, Caterina Salsedo, poi mia figlia e ultima, mia nipote (sebbene queste due con cognome diverso, Ferrara). Comunque il nome Caterina (d’Alessandria) nella mia famiglia persiste da oltre 500 anni. E scusate se sono pochi.

Altra peculiarità, che crea non poche difficoltà in una corretta ricerca delle genealogie delle famiglie pantesche, è quella che per il passato sia gli uomini che le donne, rimasti vedovi e il caso non era affatto raro data l’alta mortalità per tutte le fasce d’età, si risposavano e generavano di solito altri figli, che si aggiungevano a quelli preesistenti di ambedue i coniugi. Numerose quindi le famiglie allargate. Nell’isola la fertilità, sia maschile che femminile, era tenuta in altissima considerazione e quindi assolutamente da non sprecare, in quanto si metteva in gioco la sopravvivenza stessa della piccola comunità pantesca. Forse per questo era sconosciuta l’orrenda pratica di sopprimere, esponendoli indifesi agli elementi naturali, i figli illegittimi. Per tutto il Seicento e il Settecento ragazze madri battezzano tranquillamente, dandogli il proprio cognome, il figlio avuto da una relazione illegittima, senza subire per questo alcuna gogna popolare. Come si vede Pantelleria era veramente avanti sui tempi.

Le ragazze da marito D’altronde nell’isola le ragazze, appena raggiunta la pubertà, venivano considerate già pronte per il matrimonio, non è quindi un caso che nei registri matrimoniali si ritrovino andate in spose ragazze di 12/13 anni. Altro caso non raro, anzi frequente, il matrimonio fra consanguinei (cugini, più spesso secondi cugini), fatto ai fini di salvaguardare la proprietà dalle divisioni.

I matrimoni Sui diversi matrimoni contratti da uno stesso individuo, cito l’esempio (e non è un’eccezione) di due fratelli di un mio ascendente diretto materno, Giovanni Battista e Giovanni Salsedo. Questo dell’avere il nome quasi simile ha portato su piste sbagliate diversi ricercatori. Giovanni Battista Salsedo si sposa prima con Maria Valenza (da cui ha figli), poi, rimasto vedovo, si risposa il 20 giugno 1672 (lunedì) con Alberta Giacalone con cui ha altri figli. Giovanni Salsedo si sposa il 5 settembre 1665 (sabato) con Innocenzia Bizzarill, successivamente il 13 dicembre 1692 contrae matrimonio con Celia o Cecilia de Corduba. Anche Giovanni ha figli dalle due mogli. Alcuni ricercatori hanno identificato questi due Salsedo in un’unica persona, facendola quindi sposare quattro volte, ma Giovanni Battista è nato il 7 gennaio 1638 e Giovanni (futuro sergente maggiore) il 2 dicembre 1642, ambedue da Giacomo Salsedo e Francesca Siragusa. Quindi è facile immaginare il guazzabuglio in cui si può ritrovare il ricercatore nell’individuare la linea genealogica giusta.

La linea genealogica di Caterina Salsedo Personalmente, dopo anni di ricerche, sono riuscito a tracciare la linea genealogica ascendente diretta di mia madre, Caterina Salsedo, per ben 11 generazioni, giungendo fino alla seconda metà del Cinquecento e quindi ai capostipiti Giovanni Battista Salsedo e sua moglie Caterina. Le alleanze parentali dirette, lungo l’arco di queste generazioni, sono con le famiglie Siragusa, D’Aietti, de Lahos, Ripoll, D’Ancona, Almanza (due volte), Brignone, Franco. Francisca Siragusa sposa Jacopo Salsedo il 30 ottobre 1634. Questa Francisca è la nipote diretta di Giovanni Nicolò Siragusa, patron e capitano della regia feluca che agli inizi del ‘600 collega Pantelleria alla Sicilia. In quel tempo i Siragusa provengono da Trapani, ma la loro origine è spagnola. Antonia d’Aietti contrae matrimonio il 9 maggio 1682 con Leonardo Salsedo, figlio dei citati Jacopo e Francisca. Antonia è la pronipote diretta di Paulo d’Aietti e di sua moglie Giovanna. E’ la stessa linea genealogica da cui discende il notaio Angelo D’Aietti, autore del libro “L’isola di Pantelleria”. I ceppi Salsedo e d’Aietti sono ambedue originari dei Paesi Baschi in Spagna. Maria Fortunata de Laos ovvero de La Hoz sposa il 4 maggio 1715 Iacobo Salsedo, figlio di Leonardo e Antonia. Questa Maria Fortunata è la discendente diretta di Bartolomè de La Hoz e di sua moglie Isabella. I de La Hoz sono militari della guarnigione del castello e provengono dalla città di Saragozza in Spagna. Non proseguiamo oltre per non tediare il lettore.

I miei ascendenti materni dell’11a generazione, cioè viventi nella seconda metà del ‘500, assommerebbero a 1.024 individui, il che significa circa la metà della popolazione presente sull’isola all’epoca. Quest’assurdo è facilmente spiegabile con il fatto che più si risale nel tempo più le linee genealogiche ascendenti si avviluppano su se stesse e si condensano in un numero ridotto di individui e famiglie. Tutto ciò è ancora più marcato in Pantelleria, trattandosi di un’isola. Nelle mie ricerche ho constatato che discendo più volte, anche se per rami diversi, da uno stesso individuo. Provare per credere. Qui di seguito le famiglie degli ascendenti di mia madre della 7a generazione (64 persone): Salsedo (5 individui, compreso l’ascendente diretto), Ripoll (1 individuo), D’Ancona (2 individui), Garsia (2 individui), Almanza (2 individui), Ribera (1 individuo), Maccotta (1 individuo), Brignone (5 individui), Errera (1 individuo), Pontillo (1 individuo), Billardello (1 individuo), Lo Pinto (1 individuo), Maxucco (1 individuo), Valenza (6 individui), Gabriele (1 individuo), Franco (1 individuo), Siragusa (4 individui), Compagno (1 individuo), Silvia (2 individui), Martinez (2 individui), de Rodo (3 individui), Bernardo (1 individuo), Romano (1 individuo), Palacardo o Policardo (1 individuo), Sinerco (1 individuo), Coloma o Culoma (1 individuo), Pandolfo (1 individuo), Patanè (1 individuo), Gutterez (1 individuo), Ferreri (2 individui), Bonomo (1 individuo), Romeo (1 individuo), Farina (1 individuo), Silvano (1 individuo), Pinna (1 individuo), Stuppa (1 individuo), Giglio (1 individuo), Boccanera (1 individuo). Il totale dei nominativi di cui sopra fa 63, ne manca 1 per raggiungere il numero canonico di 64, si tratta della moglie di Vincenzo Compagno non ancora individuata, in quanto il loro matrimonio si è celebrato fuori dell’isola, in Sicilia nella zona di Palermo o in quella di Sciacca. Per una migliore comprensione del lettore e anche per fargli cercare di trovare un antenato comune si rimanda allo schema di genealogia allegato.

Orazio Ferrara

Cultura

L’Ulivo degli Iblei, Solarino salotto di Memoria e Comunità aprendo Terra Tempus

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Rassegna Terra Tempus – Prima Edizione: Sapori, Memorie e Identità del Sud

Si apre domani, venerdì 27 febbraio 2026, la prima edizione della rassegna Terra Tempus – La Via di Demetra, ideata dalla Galleria EtnoAntropologica, con il patrocinio gratuito del Comune di Solarino e della Regione Siciliana, con la collaborazione tecnico-scientifica del circuito Honos, e con la diretta collaborazione dell’Amministrazione Comunale guidata dal Sindaco Tiziano Spada e della comunità solarinese.
L’iniziativa nasce per valorizzare l’identità popolare e il patrimonio materiale e immateriale del Sud Italia, con particolare attenzione al territorio degli Iblei.
La conferenza inaugurale, intitolata “L’ulivo come patrimonio degli Iblei tra archeologia, cultura materiale e memoria”, si terrà alle ore 17:00 nell’Aula Consiliare di Solarino. L’evento rappresenta un momento unico in cui archeologia ed etnoantropologia si incontrano, tracciando la prospettiva futura del progetto sociale “La Via di Demetra”, volto a riportare le antiche tradizioni agricole e artigianali nella vita quotidiana e nella comunità locale.
La conferenza vedrà i saluti istituzionali dell’On. Tiziano Spada, Sindaco di Solarino e interverranno illustri relatori: Lorenzo Guzzardi, dirigente archeologo dell’Amministrazione dei Beni Culturali della Regione Siciliana, con l’approfondimento “L’olio nel Mediterraneo antico”, Rosario Acquaviva, fondatore e direttore scientifico dell’Ecomuseo “I luoghi del lavoro contadino” di Buscemi, con “L’olivo: mito, storia e cultura materiale” e Laura Liistro, storico e promotrice sociale dei percorsi Honos, che racconterà “Le Vie di Demetra: il vecchio frantoio di Solarino e l’arte della molitura come memoria viva del territorio”. L’incontro sarà a cura di Maria Antonietta Liistro, curatrice del progetto e ideatrice del percorso culturale.

La rassegna proseguirà fino a maggio 2026 con un ricco calendario di eventi:

Marzo 2026
• 14 marzo, ore 17:00, Aula Consiliare – Inaugurazione “Banca della Nostra Memoria Solarino”
• 21 marzo, ore 20:00, Chiesa Madre San Paolo Apostolo – CRUX FIDELIS, III edizione “Vuci antichi”: Il Mistero della Passione con Carlo Faiello e i Lamentatori di Marianopol
• 22 marzo, ore 17:00, Aula Consiliare – CRUX FIDELIS: inaugurazione mostra fotografica e conferenza sui riti pasquali in Sicilia e tradizioni arberesche
• 27 marzo, ore 17:00, Aula Consiliare – Convegno “Padre Serafino Gozzo: Fede, Cultura e Impegno nella Storia del Territorio”

Aprile 2026
• 18 aprile, ore 17:00, Aula Consiliare – Convegno nazionale “I de Requesens e il Mediterraneo”, II edizione, I sessione
• 19 aprile, ore 17:00, Aula Consiliare – II sessione dello stesso convegno
• 24 aprile, ore 17:00 – Presentazione del libro “Requesens: Potere e Destino tra Spagna e Italia” di Salvatore La Monica e Vittorio Ricci, prefazione di Laura Liistro, con corteo storico rievocativo della fondazione di Solarino

Maggio 2026
• 16/17 maggio, Solarino, Vecchio Frantoio – “Un fine Settimana tra Sapori e Identità Mediterranea”, dedicata all’olivo, carrubbo, mandorlo e grano, con degustazioni guidate, stands dei produttori locali e percorsi sensoriali
La rassegna crea un ponte tra passato e futuro: tutela della memoria storica delle comunità agricole iblee, valorizzazione delle tradizioni locali e promozione di strumenti partecipativi e digitali come il progetto “La Via di Demetra”, che mette in rete produttori e tradizioni agroalimentari.

La conferenza inaugurale di domani segna un momento storico in cui archeologia, etnoantropologia e prospettiva sociale si incontrano, inaugurando un percorso culturale multidisciplinare unico nel suo genere, con l’obiettivo di restituire valore alle radici identitarie del territorio e coinvolgere attivamente la comunità solarinese.

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Ambiente

Pantelleria, al Centro Giamporcaro la conferenza “Ecosistemi funzionali in agricoltura”

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Come ricostruire l’ecosistema di vigneti, cappereti, uliveti, con Luigi Rotondo

Venerdì 6 marzo, dalle ore 17.30, presso i locali del Centro Culturale Vito Giamporcaro di Via Manzoni 72 – Pantelleria, si terrà la conferenza di carattere formativo: “Ecosistemi funzionali in agricoltura – Tecniche di biocolutra naturali”.

Una opportunità per sapere come “Ricostruire l’ecosistema di vigneti, cappereti, uliveti” grazie a conoscitori del campo che da sempre  si dedicano a questa materia, come l’esperto Luigi Rotondo. Questi molte volte è venuto a Pantelleria per simili impegni, acquisendo una conoscenza del territorio pantesco, specificatamente dal punto di vista dell’ambiente e dell’agricoltura.

Per prenotarsi a partecipare, contattare il Presidente del Giamporcaro, Anna Rita Gabriele al n. 3384792842; oppure Giovanni Bonomo: 3496634786.

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Cultura

Barbara Conti, food blogger per passione: dagli esordi a Giallo Zafferano alla RAI

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Intervista a Barbara Conti la food blogger di Giallo Zafferano appassionata di Pantelleria e che conquista i suoi lettori con mestoli, sformati e sorrisi

Lo scorso 20 febbraio il blog di Barbara Conti compiva 8 anni di vita social, quando di social si parlava ancora con diffidenza, con poca comprensione del potenziale. E invece la nostra chef in gonnella ha saputo renderlo uno strumento di condivisione di tradizione e bontà.
da buona siciliana, si è avvicinata ai fornelli all’età di 11 anni, come si faceva un tempo, acquisendo sapori, manualità e soddisfazione in quello che si produce.
Nata in uno dei luoghi più caratteristici della Sicilia, Scicli, la nostra narratrice del gusto ha segnato un percorso per la cucina regionale, fatto di conservazione della tradizione e della storia, unito all’evoluzione indomabile dei tempi attuali. 
Il suo sorriso è l’ingrediente maggiore del suo successo, la capacità narrativa è il collante del suo pubblico sempre più vasto, la sua generosità nel condividere i suoi segreti in cucina la chiave di volta.
Seguendo la molteplicità dei suoi impegni in tutta la regione con ospitate televisive, presentazione di festival internazionali, come quello di Taormina e moltissimo altro ancora, siamo rimasti colpiti anche dal suo essere infaticabile. Così abbiamo voluto conoscerla meglio, magari, carpendo anche qualche segreto della sua notorietà.
Anni fa è stata a Pantelleria, in occasione di un evento organizzato dal Parco, che l’ha catturata e affascinata, così da indurla molto spesso a realizzare piatti tipici panteschi, per il suo blog: dai ravioli, alle mustazzola, dall’insalata pantesca, al cous-cous.

Come nasce la sua passione per la cucina? “Nasce dove nascono le cose più vere: in famiglia. La cucina, per me, è sempre stata un alfabeto di profumi e gesti, un modo per dire “ti voglio bene” senza parlare.
“Da bambina guardavo mia madre e mia nonna muoversi tra pentole e farine come due custodi di un sapere antico: ogni movimento aveva un senso, ogni aroma una storia. E poi c’erano quei giorni speciali, quando arrivava mio zio, che era prete. In casa cambiava l’aria: mia nonna iniziava i preparativi con giorni d’anticipo, tirava fuori il suo taccuino consumato — quello dove annotava solo gli ingredienti e forse le quantità, perché una volta i procedimenti non si scrivevano, vivevano nella memoria delle mani — e cominciava a immaginare il pranzo come si immagina una festa.
“Io potevo solo guardare da lontano. Dall’apparecchiare la tavola con le tovaglie di lino fino ad apparecchiare con il servizio “Buono” delle grandi occasioni, era un rito scandito da tempi lenti Anni dopo, facendo l’agente immobiliare, ho imparato a conoscere il territorio stanza dopo stanza, cucina dopo cucina. Ogni casa aveva un odore diverso, un racconto diverso, un modo unico di preparare il pane, il sugo, la domenica. È lì che ho capito che la mia terra parla attraverso la tavola. Oggi, quando cucino o scrivo una ricetta, sento di aprire quelle stesse porte: le case che ho visitato, le donne che ho osservato, le memorie che ho respirato.
“La mia passione nasce lì, in quell’intreccio di vita, territorio e amore che continua a lievitare dentro di me.”

Parliamo della sua collaborazione con Giallo Zafferano ” Nel 2018 ottengo l’attestato ufficiale di food blogger e apro Fantasia in Cucina, entrando nella rete di GialloZafferano. Da allora il blog diventa il mio laboratorio creativo: uno spazio dedicato alla cucina siciliana, alle ricette di famiglia e alla divulgazione gastronomica. L’ingresso a Giallo Zafferano consolida la mia presenza digitale, mi permette di raggiungere un pubblico nazionale e di sviluppare competenze avanzate in scrittura editoriale, fotografia food, SEO e storytelling culinario.
“Nel 2018 ricevo l’attestato di food blogger e apro Fantasia in Cucina, il mio primo spazio pubblico di racconto e condivisione. Entrare nella rete di Giallo Zafferano segna un passaggio decisivo: da semplice custode delle ricette di famiglia divento narratrice della mia terra, intrecciando memoria, territorio e quotidianità.
“Il blog cresce con me, trasformandosi in un laboratorio vivo dove sperimento linguaggi, fotografie, storie e sapori. È lì che affino la mia voce, costruisco una comunità e imparo a unire tecnica e sentimento, SEO e tradizione, professionalità e radici. Fantasia in Cucina diventa così il luogo in cui la cucina siciliana non è solo ricetta, ma racconto, identità e incontro.

L’occasione dei social: come si è presentata e come l’ha accolta?I social non li ho cercati, li ho incontrati. All’inizio erano un modo per condividere ricette con amici e parenti. Poi ho capito che potevano diventare un ponte: tra me e chi ama la cucina siciliana, tra tradizione e innovazione, tra memoria e contemporaneità.
“Li ho accolti con curiosità, con rispetto e con la consapevolezza che, se usati bene, possono creare comunità e cultura.”

E’ presente in moltissimi eventi in Sicilia, tra i più importanti. Come accoglieva gli inviti? Si sarebbe mai immaginata una tale esplosione di notorietà? ” Negli ultimi anni la mia presenza agli eventi gastronomici in Sicilia è cresciuta in modo spontaneo, quasi sorprendente. All’inizio accoglievo ogni invito con lo stupore di chi vede aprirsi porte che non aveva mai immaginato.
“Non pensavo che la mia passione, nasco Agente Immobiliare e conoscitrice del territorio, potesse diventare un lavoro e che potesse risuonare così lontano, né che il mio nome potesse diventare un punto di riferimento per tante realtà del territorio. Dal 2018 entro a far parte, a titolo onorario, dell’APCI – Associazione Provinciale Cuochi e Pasticceri Iblei come food blogger. Con il tempo questo legame si rafforza fino a trasformarsi in un impegno attivo: da tre anni ricopro la carica di Segretario Provinciale APCI e faccio parte del direttivo, contribuendo alla crescita culturale e professionale della comunità culinaria iblea.
“È un ruolo che vivo con responsabilità e gratitudine, perché significa essere parte di una famiglia che custodisce e valorizza la tradizione gastronomica della mia terra. Quest’anno, dopo un ciclo intenso di eventi che a maggio mi ha portata nei comuni della mia provincia, il mio percorso si è ampliato ancora. Da luglio ho continuato a raccontare la Sicilia attraverso gli appuntamenti di Scily Food Vibes, viaggiando da un capo all’altro dell’isola. Un’esperienza resa possibile grazie alla fiducia del Presidente Regionale dei Cuochi Siciliani, Rosario Seidita che ha creduto nella mia capacità di narrare il territorio con autenticità e passione.
“Gli inviti li ho sempre accolti con gratitudine, quasi con un senso di meraviglia. Ogni evento era una porta che si apriva su un pezzo diverso della mia Sicilia. Dal Festival del Pesce Azzurro e del Tonno in Tonnara a Marzamemi, dove ho avuto il privilegio di dialogare con chef e personalità come Lina Campisi, Massimo Giaquinta, Giovanni Fichera, Maurizio Urso, Bianca Celano e Accursio Craparo, alle serate in cui, sui palchi di paese, facevo preparare la pasta fresca locale con il “pettine” ai sindaci — momenti che sembravano piccole scene di teatro popolare, piene di sorrisi e di umanità. Poi il Cous Cous Fest, le manifestazioni istituzionali della Federazione Italiana Cuochi, gli incontri con produttori, pescatori, donne di cucina che custodiscono saperi antichi.
“Il primo Gran Galà delle Lady Chef che si sono riunite per la prima volta dalla nascita del comparto a Palermo che ho avuto l’onore e la gioia di presentare. E da ultimo un convegno sulla testa di Turco il dolce identitario di Scicli, città dove vivo che ho raccontato e poi portato anche in tv, sui Rai tre, durante la prima puntata di un nuovo format. Ogni palco è stato un’occasione per raccontare la mia terra, ma anche per ascoltarla attraverso le voci di chi la vive ogni giorno.

Immaginarmi tutto questo? No. Io volevo solo condividere la cucina che amo, quella che profuma di casa e di memoria. Il resto è arrivato come un’onda: forte, bella, sorprendente. Un’onda che non ho mai cercato, ma che ho imparato ad accogliere con il cuore aperto.”

Lei è stata diverse volte in TV, anche ultimamente. Vuole parlarci delle esperienze televisive? “La TV è un mondo diverso: entri in studio e senti subito quell’energia particolare, fatta di luci, tempi serrati, sguardi che si incrociano dietro le telecamere. È un ritmo che ti chiede prontezza, ma che allo stesso tempo ti accende qualcosa dentro.
“Ogni volta che vado in onda porto con me la mia Sicilia: non solo i suoi sapori, ma il modo in cui li raccontiamo, la memoria che custodiamo nei gesti. La mia prima esperienza, tre anni fa, è stata su RAI 3, con a pasta ca muddica atturrata. Una ricetta semplice, quasi umile, ma capace di parlare di noi, della nostra cucina antispreco, di quella saggezza che nasce nelle case. Presentarla proprio in occasione della Giornata Nazionale di Prevenzione dello Spreco Alimentare è stato un momento che ricordo con emozione: era come dare voce a un’eredità che non voglio si perda. L’ultima volta, invece, ho portato in diretta la Testa di Turco di Scicli.
“Prepararla lì, davanti a tutti, è stato come aprire una finestra sulla mia città: un privilegio poter raccontare un dolce che non è solo una ricetta, ma un simbolo, un frammento di identità che parla di feste, di tradizioni, di comunità. La televisione ti mette alla prova, sì, ma ti regala anche la possibilità di far arrivare queste storie lontano, nelle case di chi forse non ha mai sentito parlare di Scicli o della nostra cucina. Per me è questo il senso più profondo: trasformare un piatto in un racconto, e un racconto in un ponte tra la mia terra e chi ascolta”.

Sicuramente lei più nota del sindaco di Scicli — che salutiamo. Che effetto le fa essere popolare nel suo paese?Mi fa sorridere. Scicli è casa, e a casa non sei mai una “personaggio”: sei Barbara, quella che conoscono da sempre. La popolarità lì assume un sapore diverso, più umano. Le persone ti fermano per raccontarti una ricetta della nonna, per chiederti un consiglio, per condividere un ricordo.
“È la parte più bella del mio lavoro.”

Sua madre che dice? “Mia madre è la mia prima critica, c’è stato un momento in cui ho fatto una campagna pubblicitaria per una nota catena di Supermercati in cui la mia visibiltà è stata massima e lei si rifiutava di accompagnarmi a fare la spesa, poiché all’interno dei supermercati girano i miei video e la gente mi fermava per chiedermi le ricette”.

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