Era una notte di mezz’estate, non ricordo di quale anno, e il Madonna di Trapani, dalla quercia
solida, scivolava tranquillo verso le coste della Libia. Il mare era così calmo da sembrare una lastra
di ossidiana liquida, che rifletteva le stelle con una precisione tale che a guardare metteva i brividi.
Al timone c’era lui, il nostro capitano, don Vito. Come sempre non era di molte parole; il vento gli
parlava abbastanza e lui sapeva rispondere stringendo o allentando le scotte.
L’isola di Gerba era un’ombra scura bassa sulla dritta e un profumo di datteri e polvere arrivava a
folate nell’aria calda. Il Madonna di Trapani trasportava vino di Pantelleria e sogni di fortuna,
mentre l’equipaggio dormiva in coperta, cercando un filo di fresco in tutta quell’arsura. Oltre il
capitano eravamo svegli io e il giovane mozzo che vegliava a prua e lottava disperatamente contro
le sue palpebre calanti.
All’improvviso, il silenzio della notte fu rotto non da un suono, ma da un’intuizione. Capitan Vito
sentì il cambiamento nel respiro del mare. “C’è qualcuno” sussurrò Vito, più a sé stesso che a noi.
Dal buio pesto, senza luci di posizione – per risparmiare olio o per troppa sicurezza – emerse una
sagoma sottile. Era un piccolo veliero di Marsala, una lanciara veloce ma fragile, che tagliava la
rotta del veliero pantesco con la precisione tragica di un appuntamento col destino.
Il nostro capitano virò con tutta la forza che aveva nelle braccia (e ne aveva di forza!), ma il
Madonna di Trapani era carico e anche il mare ha la sua inesorabile legge d’inerzia. Così il legno
pantesco, duro come la pietra della sua isola, colpì, squarciandolo, il fianco della barca marsalese. Il
fasciame spezzato emise come un gemito acuto, poi si sentì l’urlo disperato degli uomini
dell’equipaggio. In una manciata di minuti l’acqua cupa del Canale di Sicilia inghiottì lo scafo
marsalese, lasciando a galla solo pezzi di legno e teste che annaspavano nell’oscurità.
“In mare non si lascia nessuno, nemmeno chi ti viene addosso” urlò capitan Vito ai suoi uomini,
ormai tutti svegli e già ai posti di manovra. Le operazioni di salvataggio furono brevi e veloci.
Numerose cime furono lanciate con precisione verso le ombre nell’acqua, nel mentre si calavano le
scale di corda lungo la fiancata del Madonna di Trapani.
Ad uno ad uno, sette marinai di Marsala, tremanti e zuppi d’acqua, furono tirati su. L’ultimo fu il
loro capitano, un uomo anziano che piangeva a dirotto non per la paura, ma per la sua amata barca
che ora riposava sul fondo sabbioso al largo dell’isola di Gerba. Quando padron Vito ebbe la
conferma che nessuno dei marsalesi risultava disperso e che solo qualcuno aveva riportato ferite
leggere, i suoi occhi verdi, finallora cupi, si rischiararono di una luce che aveva il colore gioioso
della posidonia sotto costa.
Quando la prima luce dell’alba iniziò a tingere il cielo con larghe ditate di rosa, il Madonna di
Trapani era di nuovo in rotta verso Tripoli. Intanto in coperta, i marinai panteschi dividevano
fraternamente pane e sarde salate con i naufraghi. Padron Vito era ancora al timone, quando il
capitano del legno marsalese gli si avvicinò e gli porse la mano, dicendo “E’ stato un errore del mio
nostromo, grazie, capitano, per averci salvati”.
Adesso l’odore forte del caffè, scaldato su un piccolo fornello a carbone, si mescolava all’odore di
salsedine e di legno bagnato, mentre il discorso tra i due capitani continuava. “Non ha sentito il
mare – disse il marsalese, con la voce incrinata dal rimorso di essersi troppo fidato del suo nostromo
– Andava a lume di naso, convinto che la notte e il mare fossero solo nostri. Il Santa Rosalia era la
mia casa. Trent’anni di navigazione… finiti in un gemito di legno rotto”.
Capitan Vito non distolse lo sguardo dall’orizzonte, ma le sue mani allentarono leggermente la presa
sulla barra del timone e disse “Il mare non è di nessuno perché non ha padroni e non conosce leggi.
Noi marinai siamo soltanto passeggieri momentanei che chiedono il permesso di passare. I
l veliero
è nelle mani del suo capitano, ma il suo cammino è nelle mani del destino. Non darti quindi colpe
che appartengono al destino. Il mare dà e il mare toglie. Oggi ha tolto una barca, ma ha salvato il
sangue. E questo è l’unico guadagno che conta”, poi soggiunse, quasi scandendo le parole, “Ora sei
un capitano che deve riportare a casa sei padri di famiglia. Questo è il tuo carico, adesso. Ed è più
pesante e importante delle botti di vino marsala che avevi nella stiva”.
Si tacque e osservò con attenzione, per la prima volta, l’interlocutore. I suoi vestiti, prestati da un
marinaio pantesco, gli stavano larghi, facendolo sembrare ancora più fragile e oppresso.
Non
doveva essere affatto facile sopportare il peso della perdita in mare del veliero di cui aveva avuto il
comando. Pensò, per un istante, se tale sorte fosse toccata a lui e al suo Madonna di Trapani e
rabbrividì lungamente. E in quel momento ebbe compassione di tutti i marinai che correvano il
mare.
Poi don Vito chiamò il nostro nostromo a sostituirlo al timone, quindi si sedette su una bitta nel
mentre un marinaio gli portava una tazza di latta con del caffè amaro. Accanto aveva sempre il
capitano marsalese, che ora sembrava più sollevato e con anch’egli in mano una tazza di caffè
fumante.
I due sorseggiarono lentamente il caffè, senza parlare. A bordo s’era fatto silenzio, rotto
solo dal rollio ritmico del veliero pantesco, solido e rassicurante.
“Siete un uomo duro, capitano, – disse ad un tratto il marsalese – abituato a guardare in faccia la
realtà per quella che è e non per quella che si vorrebbe”.
“A Pantelleria, se non impari a guardare in faccia la realtà, la roccia ti mangia” rispose il pantesco,
poi con un gesto indicò un punto all’orizzonte, dove la costa libica iniziava a farsi vapore giallastro,
e continuò “Quando saremo a Tripoli consegnerò il mio carico e troverò un passaggio per voi su un
vapore postale. Arriverete a casa prima di quanto pensi. E quando sarai a Marsala, offri un bicchiere
di quello buono al mare, per ringraziamento”.
Il capitano marsalese sembrò raddrizzare la schiena e, per la prima volta da quando era stato
ripescato, non guardò più verso il basso “Lo farò, mio capitano. E dirò che il pantesco dagli occhi
verdi vede più lontano degli altri, anche quando non c’è luna”.
La tragedia era già diventata memoria e il viaggio, nonostante tutto, doveva continuare. Il veliero
proseguì, portando con sé il peso leggero di due equipaggi e la consapevolezza che, in quella notte
di mezz’estate, la Madonna di Trapani, quella del cielo, aveva davvero teso ancora una volta la sua
miracolosa mano sopra le acque del Canale di Sicilia.
Orazio Ferrara
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