“Chistu è nu cunto vìecchiu assai – si fermò pensoso e tirò due boccate dalla pipa, poi riprese – si
tramanda da generazioni, di padre in figlio, nella mia famiglia. Me l’ha raccontato mio padre, che
l’ha saputo dal padre, mio nonno. È la storia di un mio trisavolo, Nicolò, che venne fatto schiavo dai
turchi barbareschi e poi liberato dal raisi Vito Lucchio.
Tanto e tanto tempo fa questo mio avo Nicolò si trovava alla marina di Suvaki a prendere rizzu
quando dal mare arrivò una barca longa nivura come pici. Dalla barca scesero cinque o sei pirati
barbareschi, che lo presero, lo legarono con grosse funi e lo portarono poi a bordo di uno sciabecco,
che subito fece rotta verso Tunisi.
“A bordo, nella stiva, c’erano tanti altri prigionieri, uomini e
donne, catturati in quei giorni sulle coste del Trapanese. Una figura spiccava su tutti per la sua
altezza e per la fierezza dello sguardo. Doveva essere certamente un uomo di mare come
testimoniava il suo viso bruciato dal sole e dalla salsedine.
Nicolò, avendo solo le mani legate e non anche i piedi, riuscì ad avvicinarsi, sperciando tra quella
umanità dolente e impaurita, e gli chiese chi egli fosse. Sono Vito Lucchio, disse semplicemente e si
tacque. Tra le genti di mare del Canale di Sicilia quel nome era già famoso e rispettato. Egli era il
migliore e più bravo dei rais delle tonnare trapanesi. E quel titolo di rais Vito Lucchio lo meritava al
massimo grado, infatti egli era abilissimo nella pesca dei tonni e aveva una straordinaria capacità di
comando nonché un’acuta e approfondita conoscenza delle cose di mare.
Poi Vito riprese a raccontare di come lui e suo fratello (di cui mi scurdai ‘u nomu) si trovassero a
pesca d’altura, quando vennero sorpresi dallo sciabecco barbaresco.
“Erano armati delle sole fiocine
e però opposero fiera resistenza, ferendo anche due turchi, ma alla fine vennero resi prigionieri.
L’equipaggio voleva impiccarli subito all’albero maestro per la loro accanita esistenza, ma
intervenne il capitano dicendo che, per la loro corporatura robusta, quei due avrebbero fruttato un
bel sacchetto di piastre al mercato degli schiavi di Tunisi. Poi sottovoce Vito aggiunse, rivolgendosi
a Nicolò e agli altri più vicini, di non disperare perché li avrebbe riportati a casa. E giurò
solennemente sulla Madonna di Trapani.
“Quando lo sciabecco attraccò nel porto di Tunisi, il mio avo Nicolò, Vito Lucchio e un altro piccolo
gruppo, che a prima vista sembravano avere caratteristiche marinaresche, vennero selezionati dagli
ufficiali del Bey, che aveva il diritto di scegliere per primo e a cui inoltre era riservata una quota del
bottino. Tutti gli altri, compreso il fratello di Vito e le donne, vennero avviati al triste mercato degli
schiavi e lì venduti al miglior offerente.
Allora la presenza di schiavi cristiani, di proprietà del Bey, nei cantieri navali (o arsenali) era una
componente essenziale e insostituibile del sistema economico e militare della Reggenza barbaresca
di Tunisi. Quei cantieri erano il cuore pulsante della potenza marittima corsara o meglio piratesca
della Barberia. E così Nicolò, Vito e gli altri andarono a far parte di quella manodopera forzata,
essenziale per mantenere efficiente il sistema della guerra da corsa turchesca.
Vito Lucchio venne assegnato alla manutenzione e riparazione delle navi, in particolare degli
sciabecchi e dei brigantini, che per la loro velocità erano i più amati e usati da quei corsari. Il lavoro
era pesante in quanto bisognava tirare in secco i pesanti scafi, ripararli e fare un’accurata
manutenzione delle vele e di tutte le altre attrezzature.
“Ancora più pesante il lavoro del mio
trisavolo, che fu impiegato per la costruzione e manutenzione dei moli, delle banchine e delle
fortificazioni portuali.
Il lavoro avveniva sotto la costante vigilanza degli aguzzini di turno, che ad ogni piccola mancanza
facevano piombare sulla schiena del malcapitato tutta una serie di nerbate, che piagavano a sangue
la pelle. La cura poi con la sola acqua di mare era più dolorosa delle stesse frustate. Uno del gruppo
fu particolarmente sfortunato, in quanto un brutto giorno venne prescelto da un capitano barbaresco
quale rematore della sua galera. Da quel giorno il suo crudele destino fu quello di restare incatenato
al remo, anche quando la galera era in porto.
Il cibo era scarso e consisteva in legumi spesso ammuffiti, acqua stagnante di cisterna e tozzoli di
pane raffermo. La notte gli schiavi venivano poi rinchiusi in grandi dormitori sorvegliati (i
famigerati bagni).
“Il sovraffollamento e l’assoluta mancanza d’igiene di quest’ultimi davano agio a
ricorrenti epidemie, che falcidiavano senza posa quella triste e povera umanità lì rinchiusa.
Eppure in tutto questo clima di orrori e di disperazione, in cui molti schiavi si riducevano a mo’ di
bestie o peggio di larve, Vito Lucchio restava sempre ‘u raisi, la figura cui far riferimento nei
momenti più bui quando anche l’ultima speranza sembrava definitivamente perduta. Niente
sembrava abbatterlo, né il duro lavoro, né le frustate, né il poco mangiare, per tutti aveva poi una
parola d’incoraggiamento, che era vivida luce in tutto quel nero squallore.
“Erano passati ormai sette mesi, quando una sera Vito riunì Nicolò e gli altri del vecchio gruppo e
disse loro con voce ferma: picciotti, si v’affidati a mmia, vi portu tutti ‘n casa. I più si guardarono
l’un l’altro increduli, solo il mio avo non nascose il suo entusiasmo e andava dicendo: ‘u raisi Vitu
non è un uomo qualsiasi e poi, il giorno in cui fummo presi schiavi, ha giurato sulla Madonna di
Trapani di portarci tutti a salvamento e manterrà quella solenne promessa. Così l’entusiasmo e la
speranza cominciarono a far breccia pian piano anche nel cuore degli altri.
Vito Lucchio aveva già un suo piano in mente.
“Durante il suo lavoro all’arsenale, aveva visto, al
molo vicino, andare e venire una feluca, che al tramonto restava poi attraccata ed era sorvegliata da
due mori a bordo per tutta la notte. Consigliò quindi i suoi di tenersi pronti all’azione e una
domenica sera, in cui la sorveglianza degli aguzzini era solitamente allentata, il gruppo, capeggiato
da Vito, evase dal bagno penale e si avviò al porto, nascondendosi nelle ombre della notte.
Impadronirsi della feluca fu più facile del previsto e i due marinai di guardia, che dormivano di
grosso, furono presto imbavagliati e legati con grosse funi. Poi a forza di remi si uscì
silenziosamente dal porto di Tunisi e subito dopo, per fortuna, s’incappò in un vento favorevole che
diede le ali alla feluca.
“Il mio avo Nicolò, per le sue conoscenze nautiche, venne nominato
nostromo.
In mare aperto il rais Lucchio dimostrò tutte le sue abilità marinaresche, riuscendo a prendere il più
flebile vento per dare corsa all’agile feluca. Probabilmente i barbareschi si erano posti
all’inseguimento dei fuggitivi, ma solo una volta scorsero delle vele all’orizzonte, ben presto però
sparite alla vista.
Vito Lucchio aveva intenzione di far sosta a Pantelleria, che si trovava sulla loro rotta alla volta di
Mazara, e lì sbarcare il mio avo. Ma i mugugni degli altri membri dicevano chiaramente della loro
contrarietà. Fu il mio trisavolo Nicolò a trarre d’impaccio Vito, gli suggerì di passare sotto costa e
lui, presso il porto, si sarebbe tuffato e avrebbe raggiunto l’isola a nuoto. Egli come tutti i panteschi
era un più che abile nuotatore. E così si fece, quando Vito toccò terra i familiari e i suoi paesani lo
accolsero come un redivivo e fecero grandi feste.
“Lo avevano ritenuto già morto, tanto che la
giovane moglie aveva indossato il lutto stretto.
Anche quando Vito Lucchio e gli altri raggiunsero Mazara, vi furono grandi feste. ‘U raisi si era
dimostrato ancora una volta all’altezza della sua fama. Successivamente, sfruttando le usanze
dell’epoca relative allo scambio di prigionieri, che stabilivano la liberazione di un siciliano per ogni
due prigionieri barbareschi consegnati, Vito utilizzò i due mori, catturati a suo tempo sulla feluca,
per ottenere la liberazione del fratello e che aveva saputo trovarsi schiavo in una fattoria
dell’entroterra tunisino.
Stu cuntu ni dici del coraggio e della perseveranza a non mai arrendersi della gente di mare siciliana
ai tempi della guerra da corsa da parte dei pirati e dei corsari della vicina Barberia”.
Orazio Ferrara
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