Pantelleria, storie di navigazione: Il Meccanismo di Archimede / 1
“…oltre l’isola di Pantelleria, lì, dove il mare si fa nero e i fondali sprofondano negli abissi ignoti”
Chistu fattu stranu assai – cominciò a raccontare il vecchio marinaio – accadde in un anno, che non
so precisare, dopo la fine della Grande Guerra e ancora oggi non so se esso sia realmente accaduto o
l’ho sognato ad occhi aperti durante uno dei miei faticosi turni di guardia notturna in mare, quando
il silenzio di quest’ultimo diventa così profondo da farti sentire il battito del cuore dei suoi abissi.
Forse l’ho veramente sognato ad occhi aperti, cullato dal rollio ipnotico delle onde, ma per me
questo fatto resta più reale e duro di questa bitta del molo, su cui sono seduto.
Eravamo, col veliero Madonna di Trapani, all’ancora nel vecchio porto La Cala di Palermo, quando
una mattina capitan Vito mi chiamò e mi disse, con mia somma meraviglia, di accompagnarlo
all’università cittadina. Strada facendo mi chiedevo che avessimo mai a che fare, noi rudi e poco
acculturati marinai, con quei dottoroni e professoroni.
Varcammo il portone e salimmo un’ampia
scalinata, al termine don Vito si diresse, deciso, verso una porta vetrata, su cui lessi “Rettorato”. Si
fece quindi annunciare da un usciere lì seduto e aspettammo.
Dopo alquanto tempo ci fu detto di accomodarci. Il vecchio rettore, una figura barbuta che pareva
scolpita nell’avorio antico, sedeva dietro una scrivania monumentale, tutt’intorno alle pareti grandi
scaffali di mogano, che sembravano gemere sotto il peso di innumerevoli codici miniati e
pergamene ingiallite. L’aria era satura di polvere secolare e dell’odore dolciastro della cera d’api
consumata. Davanti a lui stava capitan Vito, un po’ più indietro stavo io. Ambedue avevamo i volti
bruciati dal sale, dal vento e dal sole della Sicilia, la qualcosa sembrò rassicurare il vecchio.
Posata sul velluto cremisi della scrivania, c’era una cassetta di legno scuro, rinforzata da fasce di
bronzo ossidato. Il rettore spinse la cassetta verso il capitano con uno sforzo visibile.
Nonostante le
sue dimensioni ridotte, doveva pesare moltissimo come se contenesse piombo fuso.
“Qui dentro, don Vito, è racchiuso – sussurrò il vecchio – ciò che gli antichi saggi hanno chiamato il
Meccanismo di Archimede o meglio il Quadrante del Destino. Non è un astrolabio, anche se gli
somiglia, è un meccanismo che morde la trama del tempo e dello spazio e li distorce”.
A queste
parole, per noi oscure, il vecchio dovette leggere i nostri sguardi interrogativi perché subito
aggiunse “Non ha importanza che voi capiate. Ma sappiate che è pericolosissimo e non si può
distruggere pena lo scatenamento di irresistibili forze distruttive, nemmeno sotterrarlo perché
qualcuno potrebbe sempre trovarlo. Solo gli abissi del mare possono sigillarlo per sempre. Dovete
quindi navigare nel Canale di Sicilia, oltre l’isola di Pantelleria, lì, dove il mare si fa nero e i fondali
sprofondano negli abissi ignoti, e qui affidare questa maledizione alle acque profonde. La pressione
delle profondità terrà a freno gli infernali ingranaggi di Archimede. Capitano, accettate?”.
Le ultime parole ci avevano alquanto scossi.
Don Vito sembrava poi assai perplesso e titubante. A
quel punto il rettore, senza profferire parola, estrasse dal cassetto un fascio di banconote da 1.000
lire e lo posò sul tavolo. Una somma assai notevole per quel tempo. Vito annuì e allungò la mano,
ma il vecchio gli artigliò il polso, dicendo “Non così in fretta, capitano.
Il denaro è il prezzo del
vostro rischio, ma l’onore è la garanzia della mia tranquillità. Dovete prima giurare sul vostro onore
e sulla Bibbia”. Quindi si alzò e prelevò da un reliquiario un grosso volume, rilegato in pelle di
capra scurita dal tempo e chiuso da pesanti fibbie d’argento. Era un’antica Bibbia dalle preziose
pagine miniate in oro e lapislazzuli.
Allora capitan Vito si tolse il berretto e pose la mano destra sulla Bibbia.
Poi pronunciò con voce
ferma di chi ha affrontato tempeste e incubi marini “Lo giuro sul mio onore e sulla salvezza
dell’anima mia. La cassetta finirà nel buio degli abissi dove nessun uomo potrà mai più ritrovarla”.
Il rettore annuì lentamente, dicendo “Andate allora, don Vito. Che il vento vi sia amico e che il
Madonna di Trapani sia più veloce dei demoni che, ve lo assicuro, cercheranno di seguirvi e
fermarvi”.
Al ritorno dovetti fare più soste tanto quella cassetta pesava, una volta a bordo il capitano mi ordinò
di chiuderla nella sua cabina. La mattina dopo, nel mentre salpavamo, perdemmo un’ancora, cosa
mai successa prima. Da quel momento una malia maligna sembrò incombere sull’imbarcazione.
Qualche ora dopo un giovane marinaio, finallora sano come un pesce, cominciò a urlare frasi senso,
seguite da grida terrificanti tali da far accapponare la pelle. Fu giocoforza fare una sosta, non
prevista, nel porto di Trapani e lì sbarcare il poveretto, che sembrava ormai completamente uscito di
senno.
Giungemmo al traverso di Pantelleria e la caratteristica sagoma dell’isola ci apparve sfocata e
confusa in quanto la stessa era avvolta da una nebbiolina grigio-nerastra. Capitan Vito ci radunò e ci
disse che quel “dannato” (proprio così) viaggio volgeva ormai al termine, dovevamo superare il faro
di Punta Spadillo e inoltrarci alquante miglia in avanti, poi avremmo trovato un punto dove il
Canale di Sicilia sembra ripiegarsi su sé stesso e che i nostri vecchi marinai chiamavano nei tempi
passati la “piega del mare”.
Lì la profondità marina raggiungeva i circa 1.700 metri e proprio lì, in
quell’abisso, avremmo fatto affondare la cassetta.
Non era passata un’ora che l’aria divenne calda e opprimente. Lo scirocco, il fiato infuocato
dell’Africa, aveva deciso di reclamare il suo pedaggio. Il cielo si sporcò di un giallo malato, carico
di sottile sabbia del deserto. Le onde iniziarono a gonfiarsi, diventando muri d’acqua scura che
schiaffeggiavano le fiancate del “Madonna di Trapani”.
Il legno dello scafo scricchiolava in un
lamento angosciante, che sembrava il pianto di un’anima in pena.
Orazio Ferrara
(1-continua)
In copertina immagine prodotta con Intelligenza Artificiale
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