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Giovedì 29 ottobre 2026

Pantelleria – “Acquasanta”, la mostra di Clara Greco nella recensione di Patrizia Impastato

Pantelleria – “Acquasanta”, la mostra di Clara Greco nella recensione di Patrizia Impastato
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 Patrizia Impastato 
 
Il corpo dell’isola – ACQUASANTA di Clara Greco
> Le alcove di van der Grinten *spaces for the urban arts
 
 
Ogni isola conserva una propria mitologia, non quella codificata dalla storia, ma quella che continua ad affiorare dalle rocce, dai venti, dall’acqua, nei gesti che sopravvivono alle epoche e nelle immagini che sembrano esistere da sempre. È in questa dimensione che si colloca la ricerca fotografica di Clara Greco, non come un racconto di Pantelleria, ma come il tentativo di restituire forma visibile a una memoria che precede il racconto stesso.
 
 Le fotografie raccolte in Acquasanta, la sua personale presso la galleria “Le Alcove di van der Grinten” sembrano appartenere al tempo della sopravvivenza delle immagini, non rappresentano archetipi: li riattivano. 
Le figure femminili che abitano i suoi scatti non interpretano personaggi, ma si fanno attraversare da presenze sedimentate nel tempo mediterraneo, esse precedono la storia e forse anche il linguaggio, sono ninfe, madri, sacerdotesse, sibille, sirene, Maddalene e divinità ctonie insieme, senza che nessuna di queste definizioni riesca davvero a contenerle. È difficile stabilire se siano state generate dalla terra o se sia la terra stessa ad aver assunto forma umana. 
 
L’immagine, in Clara Greco, è sempre una soglia e Pantelleria, in questo racconto, smette di essere una geografia e torna a essere un cosmo. Il bianco e nero che contribuisce a questa sospensione, non introduce nostalgia, né ricerca un’estetica dell’atemporalità, piuttosto elimina ogni distrazione cromatica affinché la luce possa incidere il corpo come fosse materia geologica. La pelle assume la consistenza della pietra vulcanica che disegna l’isola, la carne smette di essere semplicemente corpo e diventa paesaggio. 
 
Questa continuità tra corpo e territorio costituisce probabilmente il nucleo più radicale della sua ricerca: la natura non è uno sfondo, né un dispositivo estetico, è una genealogia, le sue donne non abitano il paesaggio, ne sono un’estensione. Affiorano dalle acque come antiche Kore mediterranee, attraversano i luoghi con la gravità delle sacerdotesse, si adagiano sulla pietra senza mai dominarla, come se il loro corpo ricordasse ancora una parentela perduta con la geologia dell’isola, ed è proprio attraverso questo processo di restituzione che l’isola non viene osservata, ma viene incarnata. Per questo la nudità assume un valore profondamente diverso da quello cui la storia dell’immagine occidentale ci ha abituati, qui il corpo non è mai offerto allo sguardo come superficie di desiderio, ma è luogo di conoscenza, nudità che non seduce, ma espone l’essere umano alla propria vulnerabilità originaria. 
 
In un tempo saturo di immagini che consumano il corpo femminile trasformandolo in merce, in identità da esibire, Clara Greco sceglie una direzione opposta: restituisce al corpo il diritto al mistero. Non c’è provocazione nelle sue fotografie, ma puro silenzio, ed è forse questo silenzio a renderle profondamente contemporanee. Perché il suo lavoro non parla di un ritorno nostalgico al sacro, piuttosto, interroga ciò che del sacro sopravvive quando ogni trascendenza sembra essersi dissolta. 
Georges Didi-Huberman ha scritto che le immagini sono ceneri ancora incandescenti: continuano a custodire una combustione invisibile, così le fotografie di Clara Greco sembrano nascere da quella stessa brace, ogni gesto trattiene qualcosa che non può essere completamente spiegato, ogni inquadratura custodisce un’eccedenza di senso che resiste alla traduzione. La sua ricerca assume in questo modo anche una dimensione politica, benché lontanissima da qualsiasi dichiarazione programmatica.
 
 La riappropriazione del corpo femminile avviene attraverso una sottrazione, sottrazione allo sguardo normativo, sottrazione alla pornografia della visibilità, sottrazione alle categorie con cui il contemporaneo continua a classificare il femminile. Ciò che emerge è una forza antica, primordiale, cosmica, una memoria in cui il corpo coincide ancora con il ritmo delle stagioni, con la fertilità della terra, con il mistero della nascita e della trasformazione. Non un’essenza del femminile, ma una possibilità simbolica che la modernità ha progressivamente rimosso e che oggi torna a interrogare il nostro immaginario.
 
 In Acquasanta la fotografia smette allora di essere documento e diventa rito, ogni immagine appare come un piccolo dispositivo iniziatico, capace di sospendere il tempo ordinario e ricondurre lo sguardo a una percezione più lenta. Come accade davanti ai paesaggi più antichi, non si ha l’impressione di osservare qualcosa, ma di essere osservati da una memoria che ci precede. Nelle opere di Greco convivono il presente del gesto fotografico e una temporalità geologica, quasi preistorica, che appartiene alla materia dell’isola prima ancora che alla sua storia. Acquasanta diventa allora un dispositivo di memoria, non racconta Pantelleria, ne restituisce il respiro profondo, non rappresenta il femminile, ne ascolta le stratificazioni, non costruisce simboli, lascia che siano le immagini a generarli. Le sue fotografie rallentano lo sguardo fino a farci percepire qualcosa che avevamo dimenticato: che il corpo è ancora un luogo sacro, non perché appartenga a un altrove trascendente, ma perché continua a custodire il legame più antico che possediamo, quello con la terra da cui proveniamo.

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