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Giovedì 29 ottobre 2026

I racconti del vecchio marinaio pantesco, ‘U gran bestiariu

I racconti del vecchio marinaio pantesco, ‘U gran bestiariu
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“D’u funnu d’u mari nèscinu li megghiu mali bbesti” – sospirò il vecchio marinaio, aspirando
voluttuosamente dalla sua pipa e spargendo nell’aria azzurrine e spiraliformi volute di fumo, poi
riprese – Quell’anno avevo trovato un ingaggio come marinaio scelto sull’Acquasanta, un
brigantino a palo di circa 300 tonnellate, con lo scafo in quercia e pino marittimo, e che era
l’orgoglio della marineria palermitana. Il capitano era don Tano Arena, vecchio ed esperto lupo di
mare originario del quartiere della Kalsa, detto ‘u vulcanu” per via del suo temperamento, calmo in
bonaccia ed esplosivo durante le tempeste.

In quel viaggio andavamo alla volta dell’isola di Malta, con la stiva piena zeppa di botti di
sommacco, ballette di zolfo, giare di olio d’oliva e cassette di agrumi avvolti in carta velina
colorata. Quest’ultimi, con il loro soave profumo fresco, addolcivano sia il puzzo di zolfo della stiva
che l’aspro odore della salsedine. Oltre a queste mercanzie ufficiali, don Tano trasportava un
piccolo carico “fuori bolla” per arrotondare i suoi guadagni personali. Si trattava di una cassa di
corallo rosso di Sciacca, grezzo, appena pescato, ancora incrostato di sale.

Eravamo, di pomeriggio, al traverso della mia natia isola di Pantelleria e l’Acquasanta fendeva le
onde con le vele gonfie di uno scirocco pesante e dolciastro, quando il mozzo, un quindicenne di
nome Vincenzo, urlò, con voce rotta da un terrore ancestrale «Capità! Capità! Talìate a prua! C’è ‘na
sicca ca si movi! Santo Libbiranti, aiutace!».
Al che il capitano Tano rispose, con voce calma, «Vincè, chi spacchiu dici? Chi sicca e sicca… ccà u
funnu è di milli passi! Fammi viriri…».
E nel mentre quest’ultime parole si perdevano nel vento di scirocco, la vedemmo tutti la “cosa”.
Una massa scura, lunga quanto due scialuppe, emergeva appena dal pelo dell’acqua.

Non c’erano né
schiuma né spruzzi, solo un lento, ritmico sollevarsi. La superficie della “cosa” era costellata di
escrescenze simili a cirripedi, ma grandi quanto i nostri piatti da portata.
Mentre l’Acquasanta scivolava a pochi metri di distanza, quella massa enorme si mosse più
velocemente. Quello che sembrava uno scoglio si srotolò con una prontezza ipnotica. Un tentacolo
colossale, spesso quanto l’albero di maestra, si sollevò verso il cielo, rivelando una fila di ventose
orlate di uncini cornei che riflettevano la luce del sole.

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Tutto l’equipaggio rimase pietrificato. Quel mostro era sicuramente una creatura dei vulcani
sottomarini del Canale di Sicilia, che il calore delle profondità aveva spinto in superficie. Un occhio
enorme, del diametro di una botte, si aprì sotto il pelo dell’acqua: un’iride color ambra che sembrava
osservare il brigantino non con desiderio di distruzione, ma con una gelida e millenaria indifferenza.
A quel punto il capitano ordinò con voce ferma «Barra a dritta! Non toccate gli arpioni! Se Dio
vuole non ci farà del male, cerca solo la carezza del sole».

E il vecchio e saggio nostromo Antonino, che la sapeva lunga sui misteri del mare, facendosi il
segno della croce aggiunse «È ‘u Gran Bestiariu, Signuruzzu piatùsu… l’haiu sintutu cuntari da me
nonnu. Nesci d’u focu sutt’a terra e acchiana pi pigghiari ‘u suli. Nun ‘u talìati n’all’occhi, ca ni
perdemu ‘a varca e ‘a vita!».
Il mostro emise un soffio sordo, seguì un ribollire di bolle che sapevano di abisso primordiale. Per
un istante, il tentacolo sfiorò lo scafo del brigantino, facendo scricchiolare paurosamente il legno di
quercia e creando un rimbombo cupo che sembrava la risposta negativa del brigantino al lamento
dell’abisso che voleva inghiottirlo.

Poi, con la stessa silenziosa maestà con cui era apparso, lo strano
essere marino si immerse. Una scia di fosforescenza verdastra rimase a segnare il punto
dell’immersione, mentre il mare tornava di un’intensa calma azzurrina.
Il capitano annotò poi sul giornale di bordo: “Incontrata massa vivente di proporzioni inusitate. Non
classificabile tra i pesci noti. La protezione di Santa Rosalia ci ha preservati dal disastro”.

La notte che seguì, a bordo dell’Acquasanta, dopo il rancio serale e la consueta bevuta di un sorso
di passito, gli uomini sedettero in silenzio, fissando il fitto buio oltre il bordo, fu allora che
raccontai loro che i vecchi pescatori panteschi parlavano spesso di polpazzi ovvero di piovre o
calamari giganti, veri e propri demoni del mare capaci di trascinare a fondo una barca. Conclusi
dicendo «Sintiti a mmia: ‘u mari fa mostri, è veru… ma a Sicilia fa òmini ca nun hannu scantu e ‘un
s’arrennunu. Tiniti sempe ‘u timuni fermu e prigati!».
Patrun Tano, che era al timone, annuì e un tenue sorriso addolcì, per un momento, la sua abituale
austerità.

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