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Giovedì 29 ottobre 2026

I racconti del vecchio marinaio pantesco Il mozzo e la sirena

I racconti del vecchio marinaio pantesco Il mozzo e la sirena
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In quella traversata diretta alla volta del porto di Napoli, il veliero “Madonna di Trapani” di capitan Vito
aveva imbarcato un giovane mozzo inteso Ciccittu. Era un ragazzo di circa sedici anni, forte e d’ingegno
vivace, però a volte diventava improvvisamente taciturno e si allontanava dagli altri dell’equipaggio per
andare a fissare il mare. Restava poi immobile e assorto, tanto che don Vito doveva dargli voce forte per
farlo ritornare alle sue incombenze. Per Ciccittu era il suo primo lungo viaggio per mare.

Egli era figlio unico. Sua madre era una vedova, rimasta sola quindici anni prima quando il mare al largo
di Pantelleria le aveva inghiottito il marito, un marinaio valente e coraggioso come pochi ne ha visto
l’isola. E benché quell’abisso spietato le avesse tolto l’uomo della sua vita, la donna non aveva cresciuto il
figlio nell’odio per il mare. Tutt’altro.

Nelle fredde sere d’inverno, quando il maestrale soffia più forte e
gelido, gli aveva educato l’anima al culto delle vaste distese marine, riempiendogli la testa di tutto un
mondo favolistico. Gli raccontava di sirene bellissime dai canti d’oro e d’argento, di mostri terribili posti a
guardia di immensi tesori sommersi e di creature angeliche che salvavano i marinai perduti.
Fanfaluche,
nient’altro che fanfaluche leggere e intriganti destinate a riscaldare il cuore di un ragazzo solo, senza
padre.
Ciccittu era quindi salito a bordo del Madonna di Trapani con gli occhi ancora pieni di quelle fiabe
materne. Non vedeva il mare per quello che veramente è – legno duro e incrostato di salsedine, pece,
sudore e ancora sudore, poi sale e vento negli occhi e nei capelli e sulla bocca e pericolo sempre
incombente perché l’umore del mare è mutevole, ora benigno ora spietato – ma come un regno incantato
che lo aspettava da tempo. Non sapeva che il mare non ha pietà per chi s’incanta.

Avevamo lasciato il Porto Vecchio dell’isola sul far della notte e qualche ora dopo navigavamo nei pressi
del Banco di Pantelleria, dove una leggenda dura a morire racconta che in quei fondali si trovi sprofondata
l’antica nostra isola col suo paese e così che, quando la corrente marina è favorevole, sembra udirsi il
suono di una campana. Molti vecchi marini giurano di averla sentita più volte, io una volta sola durante un
mio turno notturno di guardia, ma forse era soltanto stanchezza.

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Quella notte c’era luna piena e c’era bonaccia in mare. Una bonaccia il cui silenzio assordante piegava i
pensieri alla cupa riflessione, io stavo al timone e per, alleggerire quell’oppressione, aspiravo con calma
lenti sorsi di fumo dalla mia inseparabile pipa. Ciccittu riposava placidamente sul ponte, il capo adagiato
su del sartiame ritorto.
Poi improvviso, dal buio oltre la prua, arrivò un suono. Non era un rumore di corrente, né il lamento di
onde improvvise.
Era un sibilo dolcissimo, una nota fluida e continua che pareva vibrare direttamente nel
cervello. Un sussurro che chiamava… un lamento di donna, soave e disperato al tempo stesso, che
fendeva il buio e la nostra solitudine. Noi marinai più anziani lo chiamavamo il respiro della bonaccia ed è
causato dalla miriade di minuscoli esseri marini, che dal fondo degli abissi risalgono in superficie.
Guardai in mare e vidi una chiazza di plancton fosforescente che si muoveva piano, espandendosi come
una macchia di pallida luce lunare.

Ciccittu si alzò di scatto dal suo improvvisato giaciglio e fissò anch’egli il mare.
I suoi occhi non erano
più i suoi. Erano vitrei e attoniti, spalancati su quei racconti d’inverno che la madre gli aveva instillato
picciriddu nel sangue. Disse in un sussurro “Sintiti?”, poi subito soggiunse “È idda… a sirena du cunto di
mamà. Mi sta chiamannu pi nomu” e indicò la chiazza di plancton fosforescente, che per uno strano
scherzo della natura o forse del destino aveva veramente assunto la forma di una sirena dal sinuoso corpo
iridescente e dai lunghi capelli fluenti. E così Ciccittu si gettò all’istante in mare e scomparve nel buio a
raggiungere il suo sogno.
Ebbi solo il tempo di urlare “Ciccittu, fermati”.

A quel grido strozzato il primo a comparire fu patrun Vito
con una lanterna a carburo accesa, che gridò stentoreo “Mozzo in mare” e così anche tutti gli altri membri
dell’equipaggio si svegliarono e si riversarono sul ponte. Con le lanterne scrutammo il mare oltre il bordo,
ma per una strana malìa era calata d’improvviso una nebbia caliginosa fitta e spessa, un muro
impenetrabile che inghiottiva la luce dopo tre metri.
Gettammo la scialuppa in acqua, calammo le sagole, i salvagenti di sughero e urlammo per ore, fino a
sputare sangue, il nome di Ciccittu. Anche con la scialuppa remammo per ore, fino a spaccarci le mani,
dentro quel buio di piombo fuso, ciechi, fendendo la nebbia con la morte nel cuore. Ma fu tutto inutile. Il
ragazzo non sentiva più le nostre voci e non trovammo alcuna traccia, nemmeno il berretto. Per lui, il
mondo si era ridotto a quel sussurro ingannatore che era salito dal fondo marino.

Ci sono notti nel Canale di Sicilia in cui il mare smette di essere acqua e diventa un abisso cieco. Notti in
cui la bonaccia pesante non porta riposo, ma una febbre insana e maligna che s’annida come serpe nella
testa di chi è troppo giovane per conoscere la spietatezza del mare.
E se invece quel mare avesse finalmente mantenuto la promessa di una madre e avesse aperto a Ciccittu le
porte di quel regno favolistico e fantastico lungamente sognato e agognato? Ancora oggi me lo chiedo.

Orazio Ferrara

In copertina immagine generata da AI

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