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Giovedì 29 ottobre 2026

I racconti del vecchio marinaio pantesco: Il Meccanismo di Archimede / 2

I racconti del vecchio marinaio pantesco: Il Meccanismo di Archimede / 2
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“Ammainate il fiocco!”, “Serrate la randa!”, gridava a squarciagola don Vito, legato al timone con
una grossa corda di canapa.
Per qualche ora, il veliero lottò strenuamente contro la forza bruta degli
elementi, poi la burrasca, improvvisa come era arrivata, cessò.
Il mare divenne di una strana calma
piatta e iridescente, intanto il ponte dell’imbarcazione si era ricoperto da un sottile velo di polvere
rossa sahariana.
Eravamo quasi arrivati alla cosiddetta “piega del mare” e io e il capitano scendemmo a prendere la
cassetta. Quando aprimmo la cabina notammo subito sul pavimento la cassetta, evidentemente i
ripetuti colpi delle furiose ondate l’avevano fatta cadere da sopra il piccolo scrittoio.

La caduta
aveva fatto rompere un lato di fianco, da cui poi era fuoriuscito il Meccanismo di Archimede.
Ed eccolo lì per terra quel groviglio di ingranaggi in bronzo ossidato, incrostato di corallo e segnato
da iscrizioni, che mi disse il capitano essere greche, il tutto sembrava muoversi sotto una strana luce
azzurrina, fredda come il ghiaccio del Nord.

La caduta lo aveva attivato, lo rivelava, oltre a quella
luce azzurrina, quel sordo e inarrestabile ticchettio.
“È una chiave – mi sussurrò don Vito senza voltarsi – mio nonno diceva che Archimede non cercava
di contare le stelle, ma di chiamarle, così da aprire il Quadrante del Destino. Adesso sta piegando e
distorcendo il nostro tempo presente”. In quel momento capii che il capitano la sapeva lunga su
quell’infernale meccanismo.

Era stato sicuramente il nonno, anch’egli capitano marittimo, a
tramandargli quei terribili segreti.
Ad un tratto si udì il grido strozzato e angosciato di un marinaio che ci chiamava. Salimmo, come
fulmini, in coperta e la vedemmo. A qualche miglio di distanza c’era qualcosa che non avrebbe
dovuto esistere, un oggetto che sfidava la logica della geografia conosciuta e la fede degli uomini.
Davanti ai loro occhi, nel cuore del Canale di Sicilia, sorgeva un’isola protetta da enormi cupole di
vetro e bronzo, che riflettevano la luce di un sole artificiale posto al centro di una torre immensa.
Edifici di calcare bianco e metallo lucente si intrecciavano in spirali collegate da ponti sospesi, che
sembravano ragnatele di luce.

In quel punto non poteva e non doveva esserci alcuna isola. Eppure c’era. Intanto il nostro veliero
galleggiava in un nulla lattiginoso dove l’acqua del mare sembrava specchio e il cielo un abisso.
Uno strano cielo dalla mappa stellare sconosciuta.

“È la Cittadella di Archimede – disse, come parlando a sé stesso, don Vito – dove si sono rifugiati
gli scienziati e i filosofi per sfuggire alla cattura dei Romani, che assediavano Siracusa. Per fare ciò
usarono il Meccanismo di Archimede, creando così una civiltà parallela rimasta nascosta, in una
piega del tempo e dello spazio, per millenni. È una Siracusa che non è mai caduta. Se non facciamo
subito qualcosa, rischiamo di restare qui intrappolati per l’eternità”.
A quelle parole tutti noi, già terrorizzati, restammo come pietrificati. Rapido, il capitano afferrò
un’ascia sul ponte e discese d’un balzo il boccaporto.

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Lo seguii, anche se avevo il cuore avvinghiato
da un terrore ancestrale, che come tenaglia d’acciaio stringeva sempre più.
Entrammo nella cabina. Gli ingranaggi del Meccanismo adesso giravano molto più velocemente,
non per calcolare posizioni astrali, ma per divorare la nostra stessa realtà. Le venature di bronzo del
congegno si stavano allungando come radici meccaniche, fondendosi con il legno dello scafo. Il
“Madonna di Trapani” non era più un veliero, stava diventando parte integrante di quel motore
senziente.
Il colpo d’ascia, potente e deciso, fu al cuore pulsante del congegno.

Un suono simile a un grido
umano risuonò in tutta la cabina. Il tempo sembrò rallentare e le gocce di sudore dei nostri visi
rimasero sospese in aria come diamanti. Il Meccanismo vibrò, emettendo un’onda d’urto che ci
scagliò con violenza contro le pareti, da cui cominciò a colare una luce viola e ci sembrò sangue.
Presi quell’ammasso di ferraglia, ormai inerte, e corsi veloce in coperta lanciandolo in mare.
Ci fu un lampo accecante. Il suono non fu un’esplosione, ma un sospiro immenso, come se
l’universo avesse espirato dopo aver trattenuto il fiato per secoli. L’impossibile isola della Cittadella
di Archimede si increspò come un miraggio nel deserto e svanì.

L’acqua, che prima sembrava,
dorata, divenne d’un tratto nera, gelida e furiosa. L’energia sprigionata dalla distruzione del
Meccanismo agì come una molla tesa che si spezza e scagliò il veliero attraverso il velo del tempo
con una violenza inaudita.
Aprii gli occhi e sentii il sapore del sangue e del sale in bocca, anche tutti gli altri sembravano
risvegliarsi, con la medesima sensazione, in quel preciso momento. Il ponte del “Madonna di
Trapani” era devastato: l’albero era danneggiato e le vele erano ridotte a stracci grigi.

Ma l’aria…
l’aria sapeva, come sempre, di mare, di sale, di vento, di sole. Eravamo tornati alla nostra dura, ma
bella realtà. Don Vito era già al timone e dava i suoi primi, secchi ordini.
“Capitano… guardate”, gridò con voce squillante e contenta il mozzo. All’orizzonte si profilava,
nitida, la nostra isola di Pantelleria. Tornavamo a casa e non c’era più magia, non più futuro rubato.

Il terribile incubo era solo un ricordo, che impallidiva sempre più. O forse s’era trattato soltanto di
un’allucinazione collettiva?

Conservammo, per tacito giuramento, il silenzio sull’accaduto. Fino ad oggi che ho trovato il
coraggio di raccontarvi chistu fattu stranu assai. 
 – Fine –

Orazio Ferrara

In copertina immagine generata da AI
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