Skip to main content

ULTIMA ORA

Tracciabilità del pescato. Sequestrati oltre un quintale da parte della Guardia Costiera

Giovedì 29 ottobre 2026

I racconti del vecchio marinaio pantesco: Di un viaggio ad Algeri e di una truvatura a Bonsulton / 3

I racconti del vecchio marinaio pantesco: Di un viaggio ad Algeri e di una truvatura a Bonsulton / 3
Pubblicità970×215360×113Acquista questo spazio

“Una mattina, per caso, incontrai ‘a zza Rosa, che tutti dicevano centenaria”

Una mattina, per caso, incontrai ‘a zza Rosa, che tutti dicevano centenaria.
Alla mia domanda se
ricordasse o avesse mai sentito parlare di un posto detto sentiero o vigna di ‘u diàvulu. Rispose che
quand’era ragazza, una volta, insieme col nonno aveva attraversato un sentiero abbandonato, che da
Sataria saliva a Bonsulton. A un certo punto, prima di giungere a Bonsulton, erano arrivati in una
zona di vecchie vigne, che il nonno disse chiamarsi ‘nfernu perché lì la terra sembrava emettere un
calore innaturale quasi infernale, in compenso proprio lì maturava uno zibibbo dolcissimo, che non
aveva eguali nell’isola. Più sopra c’era un vecchio dammuso diroccato circondato da folti rovi, che
il nonno disse appartenere a una magara, conosciuta come ‘a Guardianu e morta tanti e tanti anni
prima. L’arcano era stato finalmente svelato.
La luna piena pendeva bassa sopra il mare di Pantelleria, trasformando lo specchio d’acqua di Cala
Sataria in una brillante lastra di argento fuso. Qualche giorno prima avevo fatto un sopralluogo nei
paraggi e avevo scoperto una parvenza di sentiero in ripida salita. Lo indicai a don Vito e sussurrai
“Il sentiero è qui. Mangiato dal tempo, ma c’è”.

Ci arrampicammo in silenzio, lasciandoci alle spalle il profumo di zolfo e salsedine della grotta
termale di Sataria. Il sentiero per la contrada di Bonsulton era una traccia fantasma, un corridoio di
pietre laviche e terra arsa, sepolto da decenni di abbandono. Sotto la luce fredda della luna, quelle
pietre laviche sembravano le ossa sparse di un gigante morto nella notte dei tempi. Attraversammo
dei vigneti, da cui emanava un calore quasi soffocante, addolcito soltanto dal profumo dello
zibibbo. All’improvviso, dopo un’ora circa di cammino, tra il frinire ossessivo delle cicale notturne,
ci apparve la sagoma del dammuso.

Non era che un rudere, la cupola era parzialmente crollata e i muri massicci erano soffocati da una
matassa di rovi arruffati e selvaggi, che sembravano posti lì a guardia contro eventuali curiosi. Non
fu facile avere ragione di quei rovi dalle punte acuminate, ma alla fine riuscimmo ad aprire una
breccia e a penetrare nell’interno. Alla luce ingannevole di una lanterna, cominciammo poi ad
ispezionare con certosina pazienza le pareti. L’aria sapeva di polvere antica.
Ma non scoprimmo
alcunché, sconfortati, ci sedemmo per terra. Eppure quell’antica carta non poteva mentire, da
qualche parte in quel dammuso diroccato doveva esserci una truvatura. Dovevamo trovarla ad ogni
costo.

Capitan Vito sembrava perduto dietro ai suoi pensieri, come stesse cercando qualcosa che solo i
suoi ricordi d’infanzia sembravano suggerirgli. Poi si alzò e, deciso, corse nell’alcova, tastando le
mura palmo a palmo. “Qui” disse, indicando una crepa sottile, quasi invisibile tra le numerose
fessure dell’intonaco grezzo. Prese infine il suo inseparabile coltello di marinaio e cominciò ad
allargare la crepa.

Pubblicità
Spazio pubblicitario

Un grosso frammento di muro cedette quasi subito, rivelando il vuoto di una
profonda cavità. Quando la luce della lanterna illuminò l’interno, il respiro di entrambi si fermò di
colpo.
Davanti ai nostri occhi increduli c’era un forziere di duro legno di quercia, il cui coperchio faceva
fatica a chiudere in quanto pieno zeppo di grosse monete d’oro, che adesso brillavano di una luce
calda e sinistra ad un tempo.

Le monete erano escudi spagnoli d’oro del XVI secolo, con l’effigie di
Filippo II, testimoni di un’epoca in cui l’isola era l’ombelico del Mediterraneo e rifugio di abili
corsari cristiani. Le monete scivolarono tra le dita di don Vito con un tintinnio metallico che ruppe
d’improvviso, facendoci trasalire, il silenzio secolare del vecchio dammuso. La luce della luna,
passando dal tetto diruto, rendeva i riflessi di quegli scudi spagnoli quasi innaturali, di un giallo
troppo vivo e acceso per sembrare vero.
Eravamo finalmente ricchi.

Da quel momento non avremmo fatto mai più la vita errabonda e
pericolosa del marinaio. Ma fu il pensiero di un solo attimo, perché capitan Vito subito disse ad alta
voce “È troppo, per noi due soli”, poi aggiunse più sommesso “L’oro sepolto nel buio per secoli
fermenta malizia e cattiveria. Questo denaro porta in sé la perfida malìa di chi lo ha accumulato con
il sangue o con la rapina. Solo suddividendolo saggiamente eviteremo la maledizione e le
conseguenti sventure”. Annuii silenziosamente.
Decidemmo sul momento, con la solennità di un giuramento antico. Non avremmo tenuto per noi
che una minima e piccola parte, quanto bastava per onorare la fatica della scoperta, lasciando che il
resto, la stragrande parte, prendesse la via del bene. Una quota fu assegnata per i necessari lavori,
impellenti ma sempre prorogati per mancanza di fondi, da farsi al veliero “Madonna di Trapani.
Un’altra parte da suddividersi, in parti uguali, tra i membri dell’equipaggio che avevano rischiato la
vita nel viaggio ad Algeri.

Infine la quota più consistente sarebbe andata, quale beneficenza, ad una
fratanza religiosa di marittimi dell’isola, il cui scopo principale era provvedere ai bisogni delle
vedove e degli orfani di chi, marinaio, non era più tornato dall’azzurra avventura sul mare ed aveva
come tomba le acque amare del Mediterraneo.
Scendemmo verso cala Sataria che era quasi l’alba. Il tesoro non ci aveva resi uomini ricchi, ma
uomini liberi dal peso crudele e opprimente dell’avarizia, sì. Dopo aver suddiviso gli scudi d’oro
come concordato, il “Madonna di Trapani” tolse gli ormeggi dal porto di Pantelleria per andare
incontro ad una nuova avventura. Guardai verso Bonsulton e scorsi, seminascosto dai rovi, il

vecchio dammuso della truvatura e lo vidi risplendere ai primi raggi del sole. La nera oscurità, che
un tempo lo abitava, era stata finalmente scacciata.

(3 – fine)

Orazio Ferrara

………………………………….
Seguici sul canale WhatsApp

Pubblicità970×215360×113Acquista questo spazio

Commenti

Questa notizia non ha ancora un commento, condividi con tutti i nostri lettori il tuo pensiero.

Lascia un commento

Leggi anche