I racconti del vecchio marinaio pantesco. Di un viaggio ad Algeri e di una truvatura a Bonsulton / 1
Quello fu certamente uno dei viaggi più strani e avventurosi nonché pericolosi che mi toccò fare
con il veliero “Madonna di Trapani”, sotto il comando di patrun Vito. Era appena l’alba di un lunedì
di forte scirocco quando il “Madonna di Trapani” tolse gli ormeggi e rapido uscì dal porto di
Pantelleria.
La nostra meta era la lontana Algeri, dove ci attendeva una piccola colonia di panteschi,
le cui famiglie erano colà residenti fin dalla metà dell’Ottocento. Appartenevano alle casate (quelle
che ricordo) Accardi, Bonomo, Cozzo, Mangiapanelli, Trudo.
Alcuni di essi avevano preso anche la
cittadinanza francese.
Il nostro carico consisteva in numerose piccole botti di vino passito e una grossa catasta di cassette
di agrumi. Quest’ultime portate da una tartana palermitana a Pantelleria qualche giorno prima. Al
ritorno dovevamo imbarcare un grosso quantitativo di grano duro, una parte per la nostra isola e la
restante per Trapani.
Capitan Vito, con le mani nodose come radici di cappero, stringeva forte il timone e un sorriso di
tanto in tanto gli illuminava il volto abbronzato. Non andava solo per commercio, andava anche per
i fratelli panteschi di Algeri, portando loro il “sangue” dell’isola: il passito. Con alcuni di essi aveva
stretto forti legami d’amicizia fraterna nei precedenti viaggi.
A quell’epoca ero già diventato il marinaio di fiducia del comandante per il saper io tenere sempre
la bocca ben cucita. In quel microcosmo di legno, mare, vento e sale, il silenzio valeva, ai suoi
occhi, più di mille nodi ben fatti.
Don Vito vedeva come il fumo negli occhi tutte quelle chiacchiere
a vanvera, dalla superstizione al pettegolezzo, cui spesso si abbandonano gli uomini in navigazione,
chiacchiere che poi non poche volte allentano la stessa coesione e disciplina dell’equipaggio. Così,
dopo diverse ore di mare, il comandante mi trasse in disparte e mi disse: “Faremo uno scalo a
Biserta e tu mi accompagnerai. Un pezzo grosso di Palermo mi ha chiesto un favore personale
ovvero di imbarcare un suo carico a Biserta, non ho potuto rifiutare data l’importanza del
personaggio”.
La sosta al porto di Biserta durò diverse ore. Scesi col capitano e subito ci venne incontro un arabo,
che ci fece segno a gesti di seguirlo. Quindi ci inoltrammo, con la nostra guida, nel dedalo di vicoli,
maleodoranti e affollati, della casbah. Dopo un po’ giungemmo in un piccolo slargo, dove si trovava
una casa a due piani di un bianco calce accecante e con un grosso portone in legno, pitturato in un
azzurro tunisino. L’arabo emise un fischio modulato e il portone subito si socchiuse.
Entrammo e ci
accolse, nella semioscurità, un arabo dall’età indefinita, che ci parlò, con nostra meraviglia, in un
italiano abbastanza comprensibile.
Dopo i convenevoli d’uso, Malek, così si chiamava il vecchio, ci disse che l’effendi di Palermo
aveva depositato un suo carico di casse di legno, contenenti vomeri d’aratro, che noi dovevamo
portare ad Algeri e che non dovevamo preoccuparci dei destinatari, in quanto si sarebbero fatti vivi
loro al momento opportuno. Batté le mani e subito una schiera di cenciosi portatori uscì dall’ombra
e si caricò sulle spalle le casse. Non passò molto tempo che quest’ultime erano già sistemate nella
capace stiva del “Madonna di Trapani”.
Al quel punto venne l’ordine di togliere gli ormeggi.
Navigavamo da diverse ore quando il cielo cambiò colore, virando verso un livido viola. Lo
scirocco, che fino ad allora aveva gonfiato le vele con alito caldo, diede la stura ad un violento
fortunale di mare. Onde alte come palazzotti si abbatterono sullo scafo, che scricchiolava e gemeva
in continuazione, ma quel legno di quercia scura resisteva e non cedeva. Un colpo di mare fu
abbastanza forte e, nello stesso istante, sentimmo un tonfo sordo nella stiva, evidentemente parte del
carico, non ben fissato, si era spostato.
Don Vito, che portava una lanterna accesa, ed io scendemmo quindi nella stiva. Effettivamente le
corde che fissavano l’ultimo carico imbarcato, le casse, s’erano allentate e una cassa era caduta,
fracassando la tavola che la chiudeva. Quando la luce illuminò meglio la cassa rotta. il respiro ci si
mozzò in gola.
Nella cassa, tra la paglia, non c’erano affatto vomeri d’aratro, ma fucili francesi
Lebel modello 1886, residuati bellici della Grande Guerra, ancora unti di grasso. C’era anche il
relativo munizionamento.
In quel tempo contrabbandare armi, con la gendarmeria francese che pattugliava le coste algerine a
caccia di ribelli nazionalisti e di chi li riforniva d’armi, significava una condanna a morte o marcire
a vita nelle terribili carceri della Cayenna.
“Ci hanno caricato la morte in pancia” disse sottovoce il
capitano e aggiunse “Se ci fermano, il veliero ‘Madonna di Trapani’ diventerà facile bersaglio per i
cannoni delle torpediniere francesi”. Risalimmo silenziosi in coperta, senza dir nulla agli altri
dell’equipaggio.
Orazio Ferrara
(1 – continua)
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