I racconti del vecchio marinaio. Il voto
Una narrazione che si dipana tra Pantelleria, Trapani, e isole Eolie
Questa è una storia di mare, di vento, di salsedine, ma soprattutto di fede e di un miracolo – la voce
del vecchio marinaio sembrò impastata di commozione, si fermò un attimo a raccogliere i pensieri
di un tempo ormai lontano e riprese – Era la mattina di un giorno del mese di marzo e noi del
Madonna di Trapani navigavamo alla volta di Napoli con un carico di vino passito di Pantelleria.
Fino a quel momento il viaggio era stato più che tranquillo, tanto che il capitano Vito ci disse di non
aver mai incontrato un mare così calmo in un mese di marzo.
Così ci disse e il volto diventò
subitaneamente pensieroso, come presentisse qualcosa. Il vecchio lupo di mare stava all’erta.
Eravamo al traverso dell’isola di Stromboli con il suo immancabile pennacchio di fumo bianco,
quando il cielo, che poco prima era di un azzurro terso, si fece improvvisamente livido, del colore
del piombo. Poi un forte vento di libeccio cominciò ad urlare tutta la sua rabbia e sconvolse il mare
e gli animi di tutti noi. Sembrava l’inferno apparso sul mare.
Le vele, stracciate in alcune parti, furono subito ammainate e si restò in balia dei marosi. Onde alte
come palazzi iniziarono a far ballare paurosamente il veliero, dovemmo legarci con funi per non
farci buttare in mare dalla furia degli elementi. Il timone non rispondeva più e l’acqua imbarcata
faceva inclinare lo scafo in modo pericoloso. Dopo un po’ eravamo completamente fuori rotta e la
deriva ci
spingeva verso i faraglioni di Lipari. Così, se non ci avesse inghiottiti l’abisso, ci saremmo
sfracellati sulle rocce.
Sembrava che il destino ormai avesse lanciato per noi i dadi della malasorte.
Patrun Vitu, immobile,stretto al timone, capì subito che tutta la perizia marinaresca sua e
dell’equipaggio quella volta non sarebbe bastata. E disse sottovoce
“lu mari è amaru e lu marinaru
mori a mmari”.
Io e qualcun altro, pur nel rumoroso fragore della burrasca, percepimmo
chiaramente quelle parole. E il cuore si gelò, ci attendeva dunque “morte per acqua”, la triste
dizione dei documenti delle capitanerie di porto per i caduti e i dispersi in mare.
Fu allora che capitan Vito tirò fuori dal petto una collanina d’oro con appesa una medaglietta
anch’essa d’oro, che portava sempre indosso.
Baciò la piccola medaglia raffigurante San Francesco
di Paola, santo patrono di noi marinai, e recitò con quanto fiato aveva in corpo:
O Francesco di Paola,
fa’ che ogni nave conservi la sua rotta
e ogni navigante la sua fede.
Trattieni i venti e placa le tempeste,
nell’ora del pericolo distendi il tuo mantello
e porta tutti a salvamento.
Nel nome del Padre, del Figlio
e dello Spirito Santo, Amen.
Aveva appena terminato che una cresta d’onda immane stava per abbattersi come un maglio sulla
coperta dell’imbarcazione. Certamente sarebbe stata la fine. E fu allora che accadde l’inspiegabile.
I
più dissero poi che un raggio di luce accecante aveva squarciato le nubi, illuminando un tratto di
mare calmo proprio davanti alla prua, come se un mantello invisibile fosse stato steso sopra l’acqua
per spianare le onde. Ma io lo vidi, con questi poveri e indegni occhi, stava lì, nello squarcio di
nubi, e dal cuore si sprigionava un raggio di luce che illuminava e indicava un pezzo di mare calmo.
Io lo vidi, con questi poveri e indegni occhi, ed era proprio lui, San Francesco di Paola il potente
protettore di noi gente di mare.
Sopra il veliero il vento calò di colpo, permettendoci di alzare un po’ di vela e di manovrare per
raggiungere quel fazzoletto di mare calmo. E ci ritrovammo nelle tranquille acque di una caletta
riparata dell’isola di Salina.
Eravamo salvi. Il mantello, che aveva permesso un giorno lontano a
San Francesco di attraversare indenne le perigliose acque dello stretto di Messina, questa volta era
stato steso dal Santo per noi e ci aveva portati tutti a salvamento.
I danni al Madonna di Trapani non erano stati poi così gravi e così, dopo le riparazioni più urgenti e
necessarie, riprendemmo la rotta alla volta di Napoli.
Navigavamo già in vista delle coste calabre,
quando patron Vito ci disse che avremmo fatto una sosta non prevista, ci saremmo fermati al porto
di Paola e da lì, dopo averci fatto dipingere un ex voto su tavoletta di legno da un esperto pittore, ci
saremmo tutti recati a piedi scalzi al santuario di San Francesco per ringraziare il Santo della grazia
ricevuta.
E così si fece. Il capitano procedeva in testa alla fila, portando tra le braccia la tavoletta dipinta, e
noi lo seguivamo. Tutti eravamo scalzi per quella ripida pietraia con sassi spesso aguzzi, ma non
sentivamo dolori o sofferenze di sorta. Eravamo marinai e umili pellegrini ad un tempo. Quando
giungemmo all’imponente santuario, nei cui antri sotterranei aveva vissuto in severa disciplina il
Santo, un groppo alla gola assalì ciascuno di noi. Un sacerdote benedisse la tavoletta votiva, dopo di
che fu appesa alle pareti.
Quella tavoletta recava scritto:
V.F.G.A., per grazia ricevuta da San Francesco di Paola
l’equipaggio del Madonna di Trapani salvo all’Eolie.
Nell’uscire guardai in alto, verso la volta, e vidi appesi, sospesi nell’aria, tanti modellini di velieri,
anch’essi ex-voti di marinai. Immobili nel tempo, quei piccoli velieri sembravano navigare adesso
non più nell’acqua, ma nella preghiera.
Orazio Ferrara
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