Nicola Ferrari, come nasce un regista documentarista. La sua passione per Pantelleria e l’amore per la moglie Anna
L’incontro fortunato con Sebastiano Tusa che gli apre un nuovo universo da ammirare e
immortalare
Nicola Ferrari, il noto regista naturalizzato pantesco, dopo i molti e importanti lavori e i riconoscimenti, si racconta in una intervista curiosa, sentimentale e intensa.
Il suo accento del centro italia ci induce a conoscere le sue origini che sono determinanti per la sua formazione, le sue passioni, i temi conduttori dei suoi lavori.
Nicola Ferrari, partiamo quando tutto ebbe inizio: “Sono nato in Abruzzo, in un paesino sulla Majella che si chiama Roccamorice, che consiglio a tutti. Perché? Perché lì Celestino V, quello del Gran Rifiuto, ha cominciato la sua ascesa. S’è fatto trent’anni di eremitaggio e a piedi andò in Francia e cominciò l’avventura dei Celestiniani. Lo dico perché è un posto molto interessante, molto bello, e se si va ai Musei Vaticani, nelle cartine del mondo c’è scritto Roccamorice. Da qui a 18 anni sono andato a studiare a Bologna, come tutti gli abruzzesi scapestrati, ho fatto il DAMS e lì finì tutto bene, ho fatto tutto quello che non si dovrebbe fare, ho occupato case, mi sono fatto menare dalla polizia…”
Va bene, era bello calmo insomma?! Come avviene l’incontro con la RAI? “… E si occupava casa non perché non c’avevamo casa ma perché ci sembrava a quei tempi giusto occupare case per fare spazi sociali, e poi alla fine il Comune ci concesse uno spazio, il Link Project, che ospitava fino a 4.000 persone a sera. Eravamo un gruppo di donne e uomini in gamba. Il Link Project, un progetto innovativo, sperimentale, se non il primo in Europa, sicuramente uno dei primi e all’altezza di Berlino, Londra, con artisti meravigliosi.
“Ed è lì che ho conosciuto la Rai, perché a un certo punto la Rai si rese conto di questa avventura e venne a fare delle puntate di una trasmissione. Lì conobbi Franza Di Rosa, la regista di Luttazzi, che mi disse: “Senti, perché non vieni a Roma? Ho bisogno di un aiuto regista.” E da Bologna sono andato a Roma, facendo l’aiuto regista di Luttazzi, Satiricon e Decameron, passando ovviamente nella scuola del grande Bibi Ballandi, la Ballandi Entertainment.
“E a un certo punto ho incontrato Mauro Bernardi che era il produttore di Luna Rossa cinematografica, ovvero Troisi e Benigni. E in quegli anni lui stava mettendo su il cosiddetto cinema del presente, la Fondazione Cinema del Presente, che prevedeva cosa? Che un grande vecchio della scuola di cinema italiana prendesse un ragazzetto che gli facesse da operatore fotografia e si andava in giro a documentare. Quindi ho avuto questa immenso fortuna, questo regalo e ho cominciato a fare documentari con questi signori. Siamo andati in Brasile, in Palestina, Genova, tutto ciò che è stato grande in quegli anni io l’ho documentato.”
Quindi questa sua passione che ha ed esterna attraverso i documentari nasce da giovanissimo? “Nasce da giovanissimo. Ecco questo, perché è altrettanto importante Roccamorice? Perché era una dei capisaldi della linea Augustav Hitler durante la Seconda Guerra mondiale, campi di concentramento, perché c’erano delle miniere di asfalto. A quei tempi l’autarchia diceva c’era cosa? E lì mandavano i prigionieri a scavare. Finita la guerra sono cambiate le cose, però sono rimasti gli anziani.
“E perché ho iniziato a fare il documentario? Questa cosa non l’ho mai detta pubblicamente.
“A un certo punto c’erano dei signori anziani seduti sul muretto davanti al comune, ce n’era uno in particolare che aveva un coltellino in mano e si tagliava le unghie e aveva dei numeri scritti sul braccio. E io gli faccio: <<Sì, che è il nome zio, cosa sono quei numeri?>> Lui risponde <<Prendi un libro di storia e vai a studiare che sono questi libri.>>. Dai numeri, scusa, da lì mi è venuta la passione della curiosità, dei documentari e della storia.”

Poi il giovane documentarista approda a Roma dove conosce la sua dolce metà? “Esattamente e ho fatto veramente di tutto a Roma. E a Roma sono arrivato a conoscere Anna Silvia. Stavo facendo un documentario sull’ambasciata di Francia a Palazzo Farnese, dove lei lavora. Erano 50 anni dalla fondazione dell’Europa e a quei tempi l’ambasciata di Francia era gestita da un ambasciatore illuminato che apriva una volta al mese la sede al pubblico. Da lì ci siamo conosciuti, frequentati, poi un giorno ci siamo anche fidanzati e lei mi dice <<Io sono di Pantelleria, ci sei mai stato?>> E’ così che sono arrivato qui. Inoltre, il suo papà, il professor Gaetano Silvia D’Ajetti, divenuto moltto anziano e non poteva più venire. Io con sta barba e con sta faccia che non è cambiato niente, avevo terrore di riconoscerlo e escogitammo cosa? Lui non può più venire a Pantelleria, portiamo a Pantelleria.
“Andai all’Acropoli, cominciai a fare interviste agli anziani. Nel sito scoprii il mondo dell’archeologia pantesca che non mi aspettavo. E dal 2007 a oggi, parlando adesso della terra di Yrnm, ho documentato tutto ciò che era archeologicamente parlando rilevante di Pantelleria. Grazie a cosa? Questo documentario che ho fatto per il papà di Anna mi ha dato l’opportunità di conoscere Sebastiano Tusa e Maurizio Tosi, che avevano i diritti delle foto del D-Day di Marco Belloci. Io andai da loro che mi autorizzarono a mettere il mio documentario, queste foto. Il documentario è Pantelleria, isola di pietra di civiltà, in due episodi: un episodio era la guerra, intervistando chi veramente in quegli anni era ancora vivo. Da lì ho conosciuto quindi l’Acropoli, Sebastiano Tusa e qualche anno dopo, sempre continuando, probabilmente perché si erano fidati di Sebastiano Tusa, a quei tempi c’era anche Massimo Osana, il responsabile in questo momento della cultura museale italiana. “
Comunque resta questa passione, appunto per i documentari e per, come dire, per raccontare la storia attraverso le immagini. Ma cos’è che la ispirava nel girare certi spezzoni per poi fare i suoi grandi documentari? Non per essere ridondante, ma tornando al mio paesino, che è una rocca ed è molto simile a Pantelleria dove si è molto isolati, molto chiusi. Quello che ho conquistato a Pantelleria è il buongiorno e il buonasera delle persone. Io cammino molto e a un certo punto io mi rendevo conto che era come a Roccamorice, 800 buongiorno e 800 buonasera, e questo mi ha permesso di entrare in comunione con la realtà di Pantelleria.
“Quindi prima mi sono conquistato le persone e poi mi sono aperto come documentarista, perché non è molto semplice.Sono un documentarista perché sono un antropologo mancato, si dice più o meno così. E di Pantelleria mi piace questo aspetto di essere molto chiusa, checché se ne dica, però poi quando si apre è maledettamente accogliente e questo mi ha fatto sentire molto a casa e mi ha permesso anche di essere me stesso e mi ha più stimolato sono gli anziani.
“Pantelleria è una terra anziana, per cui la memoria storica. Qui potevo continuare a fare quello che da bambino volevo fare, cioè farmi i fatti degli altri grazie a quello zio Luigi che c’aveva i numaretti sul braccio. È una terra di anziani, non puoi fare altro che cercare di preservare la memoria.
“È qui che è nata la mia voglia di raccontare dai capperi all’uva ai funghi. Ci sono 600 funghi a Pantelleria, queste cose non si sanno perché non si vogliono sapere, ma ci sono più di 600 funghi, radicheni e funghi, no, chi lo sa? Pochi, ma è vero. Oppure tutti gli uccelli che passano, le rotte migratorie?”
E arriviamo al premio. Di recente lei ha ricevuto un riconoscimento molto importante, di cosa si tratta? “Allora, la terra di Irnm e il documentario in questione. Come nasce il documentario? Nasce perché, Sebastiano Tusa a un certo punto si è fidato di me, io frequentavo comunque l’Acropoli e tutti gli altri siti archeologici e chiesi al professore: <<prof, mi fa fare un documentario così, così, così… Tornando al discorso della memoria, io voglio raccontare soprattutto voi archeologi vecchi che insegnate ai giovani?>> E lui mi fa: <<Guarda, è interessante sta cosa. Adesso sto facendo un film con Folco Quilici, quindi ti devi mettere in coda>> Arrivò poi il momento, lui divenne assessore e sta cosa gliel’ho ricordata. Avevo continuato comunque ogni anno a filmare e lo facciamo perché a me piace questo film, perché ho avuto un premio.
“In realtà è stato proiettato in festival molto importanti (RAM Film Festival di Rovereto 2023 – in concorso, Firenze Archeofilm 2024 – in concorso, Aquileia Film Festival 2024 – serata sold out, 900 spettatori in piazza e 2500 in streaming, Belgrado, Museo Nazionale 2024 – XXIV Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico Festival Cinema Archeologico di Licata/Realmonte/Agrigento/Palermo 2024, (VALLE DEI TEMPLI) nella rassegna “Le eredità di Paolo Orsi”, dove ha ricevuto il Premio del Pubblico).”
Ma perché è importante questo film? “Pantelleria è uno dei siti più importanti del Mediterraneo. Per gli addetti ai lavori è scontato, per il mortale no, non si sa. Quindi quando tu ti trovi in un posto come Pantelleria e fai delle scoperte anche molto importanti, incredibile, ma poi manano i finanziamenti per musealizzare, per attenzionare, quindi per farlo vedere. Con i documentari superi questo limite.
L’ultimo messaggio purtroppo di Sebastiano Tusa che dopo poco è venuto a mancare in una immane tragesia, lo si può leggere come sorta di testamento: “non avete capito che ci potete fare i soldi con il cibo ma anche con la cultura di Pantelleria e che questo documentario ha il pregio di far vedere tutto ciò che non vedremo mai più, perché tutto quello che è stato scoperto, nel senso tirato, riportato alla luce, è stato ricoperto.
“Quindi, se tu vuoi vedere il mosaico dell’Acropoli, non me ne voglia nessuno, ma devi guardarti sto film. Se tu vuoi vedere il mosaico di Tanit dell’Acropoli, non me ne volete, dovete andare in quel film. Se tu vuoi vedere com’era prima del crollo, la scalinata, l’ingresso reale della porta est, questo film. Idem per il lago di Venere, per tutti i villaggi scavati nelle capanne dei Sesi.
“Sono delle cose meravigliose che sono state purtroppo ricoperte.”
Come ha accolto il premio? “Se il riconoscimento di Pantelleria mi ha veramente onorato e fatto piacere, è ovvio che fa piacere sentire il tuo nome. Aver vinto il premio del pubblico al Festival di Licata. E’ la seconda volta che vinciamo un premio del pubblico, quindi qualcuno che ti vota. Dicevo, a casa qui a Pantelleria è abbastanza facile, lì a Licata, assieme a film importantissimi, arrivare primo, un altro suono. C’è un altro suono, sì, assolutamente.”

E dove ce l’ha messo materialmente? In camera sul comodino, in sala a reggere dei libri? Il valore di Anna Silvia“Allora Anna, intanto tutte queste cose che sto raccontando le devo soprattutto a Anna perché prima amica, poi fidanzata, poi moglie e alla fine per disperazione produttrice: senza di lei non avrei fatto l’80% dei film che ho realizzato e non solo a Pantelleria ma anche tutte le altre cose. Mi ha fatto la battuta: <<Adesso ste cose, dato che ormai non sono 2, sono quattro o 5 e le sto aprendo>>… Sono rigorosamente a Pantelleria in esposizione.
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