Di un viaggio ad Algeri e di una truvatura a Bonsulton / 2
Nel frattempo la tempesta andava rapidamente diminuendo e presto si fece bonaccia
Intanto patron
Vito, come mi confidò in seguito, era tormentato dai dubbi: avrebbe potuto buttare quel carico
pericoloso a mare, ma il suo codice d’onore glielo impediva. Sebbene fosse stato ingannato, aveva
dato la parola per quel trasporto a quel pezzo grosso di Palermo, che girava spesso in quel porto,
riverito e forse temuto da tutti. E subito una scintilla l’illuminò: quell’uomo doveva essere un alto
funzionario dei servizi segreti italiani, che avevano deciso di fornire armi ai ribelli indipendentisti
algerini in modo da creare problemi alla sempre amica-nemica Francia. E poi se gettava quei fucili
e munizioni in mare, doveva subito tornare indietro, perché chi li aspettava ad Algeri non avrebbe
certo perdonato la cosa a lui e ai suoi uomini. E quella era gente dal taglio di gola facile e che non
scherzava affatto. Decise di giocare il tutto per tutto e quindi di proseguire.
L’alba non era ancora sole ed eravamo a poche miglia dalla costa di Algeri, quando dalle ombre
sbucò, a luci spente, una galiotta. Gli uomini del nostro equipaggio si allarmarono grandemente,
credendo che la stessa potesse abbordarci. D’altronde contrabbandieri disperati e predoni di mare
ancora infestavano in quei tempi quel tratto di mare.
Ma capitan Vito gridò a tutti di non temere. Il
trasbordo delle casse fu rapido e silenzioso perché non una sola parola fu scambiata. Presto la
galiotta scomparve tra le brume dell’alba. Solo allora don Vito emise un lungo e profondo sospiro
di sollievo, e il viso si rasserenò.
Quando ormeggiammo nel porto di Algeri, la colonia dei panteschi era già lì ad aspettarci. Fu una
festa di lacrime e abbracci. Tutti chiedevano notizie dei loro parenti e amici, lasciati nell’isola tanto
tempo prima. Algeri sembrò meno straniera quel giorno, riscaldato dai ricordi e dal passito di
Pantelleria.
A Dio piacendo, giunse il momento di mollare gli ormeggi e di far rotta di ritorno, verso Pantelleria.
In navigazione, ad un dato momento, il capitano mi trasse in disparte e mi disse “Faremo
nuovamente sosta a Biserta. Il vecchio mi aveva sussurrato di tornare”. Così rivarcammo quel
portone azzurro e Malek stava lì ad aspettarci su un vecchio sofà, evidentemente lo avevano
avvertito fin da quando il ‘Madonna di Trapani’ era comparso all’orizzonte. “Benvenuto, patrune –
disse cerimonioso – Aveva ragione l’effendi di Palermo che eravate l’uomo adatto a portare a
compimento l’incarico, perché avete coraggio e fortuna. Eh, la fortuna ha la sua parte, non
secondaria, nella vita di un uomo. L’effendi mi ha detto di consegnarvi questa. Apritela quando
sarete nella vostra isola”. E consegnò a don Vito una piccola borsa di cuoio, scurita dallo scorrere
degli anni e chiusa con dello spago sigillato con della ceralacca.
Mentre il veliero puntava la prua verso il profilo nero eppure bello della sua Pantelleria, Vito sentì il
legno vibrare sotto i piedi. Era solido, era forte. Aveva rischiato di farlo diventare un relitto per
mano francese, ma la fortuna, ancora una volta, era stata dalla sua e adesso tornava a casa portando
grano per la sua gente. E quella misteriosa borsa…
La sera, come convenuto, ci vedemmo nel dammuso di don Vito. Al lume di una candela, il
capitano aprì la borsa. Eravamo entrambi emozionati. Ne estrasse prima un biglietto di data recente,
senza firma, con la scritta “Non so se la carta è veritiera”, poi una pergamena ingiallita, corrosa dal
sale e dalla vecchiaia. Non era una carta nautica.
Non c’erano rotte, ma il profilo inconfondibile di
una caletta con un’ampia zona del suo retroterra. Sotto il disegno della caletta la scritta “donde el
agua del mar hierve” (dove l’acqua del mare bolle). Dalla caletta un lungo tratteggio s’inoltrava
nell’interno e c’era segnato “sendero del viñedo del diablo” (sentiero del vigneto del diavolo).
Al
termine del tratteggio un disegno che sembrava essere un dammuso con una croce e la scritta vicina
“escondido” (nascosto).
Doveva trattarsi di una mappa di una truvatura di un tesoro del tempo (‘500/’600) della guarnigione
spagnola acquartierata nel castello di Pantelleria, come facevano chiaramente intendere le scritte in
quella lingua.
Ma il difficile era identificare i luoghi schematici della mappa con quelli reali
dell’isola.
Nell’isola le calette con l’acqua del mare calda erano circoscritte, presso la grotta di Sataria, cala
Gadir e cala Nikà. Ma qual era quella giusta?
Facemmo in giro delle domande, senza però scoprirci
troppo, ma non riuscimmo a venire a capo dell’enigma, intanto i giorni passavano.
(2 – continua)
Orazio Ferrara
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